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MUSICA

Arabi, cristiani, ebrei: Bregovic dirige il coro della tolleranza

“La tolleranza verso coloro che dissentono dagli altri è cosa talmente consona al Vangelo e alla Ragione, che è mostruoso che vi siano uomini ciechi a tanta luce”. Così scriveva verso la metà del Seicento il filosofo inglese John Locke nella sua “Epistola sulla tolleranza”. Il progetto musicale Cuore Tollerante” di Goran Bregovic, invece, cerca di abbracciare oltre la Buona Novella anche la Torah e il Corano. Verrà presentato nell'ambito dell'Otranto Festival e affronterà il tema della Riconciliazione: tema particolarmente importante se si considera la situazione politica e sociale dei Balcani. Un'idea che si è sviluppata attraverso l'unione di 47 musicisti e temi musicali ispirati alle tre principali religioni monoteiste: musulmana, cristiana ed ebraica. Ogni religione è rappresentata da una cantante: Amina Annadi, di origine araba, Veska Jankovska, gitana, Yael Badasi, israeliana accompagnati dalle musiche della famosa orchestra Wedding e Funeral Band del compositore serbo e da 15 elementi del coro maschile Peresvet di Mosca.

Bregovic come nasce il suo progetto di “Cuore Tollerante”?

E' un progetto che prese il via alcuni anni fa, precisamente quando Papa Giovanni Paolo II chiese pubblicamente perdono per i peccati commessi da Santa Romana Chiesa. Di lì a poco il Centro Dyonisia di Roma chiese a me e a Oliviero Toscani di mettere in scena un'opera, alla luce di questo evento, che parlasse della vita in comune di queste tre grandi religioni. L'anno scorso, poi, il Festival di Saint-Denis mi chiese di scrivere una sorta di liturgia laica dove il tema della Riconciliazione, appunto, doveva rappresentare il filo rosso di questa nuova produzione artistica. In quella occasione decisi di chiamare lo spettacolo “Il mio cuore è diventato tollerante”, con un dettaglio non di poco conto: mi accorsi infatti che la parola “tollerante” nella mia lingua (serba, ndr) è praticamente intraducibile e dunque mi convinsi ancora di più della validità e dell'utilità di proseguire in questo progetto musicale.

E pensa di essere riuscito nell'impresa di conciliare l'incontro tra queste tre grandi religioni?

Credo proprio di sì, anche se poi alla fine tutto questo resta soltanto una goccia nell'oceano. Nel periodo della produzione avevamo un consigliere del Vaticano, dell'istituto di Mariologia, e grazie al suo ausilio per la prima volta ho capito che la liturgia è uguale per tutte e tre le religioni monoteiste. La preghiera, con la quale ci doniamo a Dio e al prossimo, oltre ad insegnarci l'amore e la Riconciliazione, è la stessa in una moschea, in una sinagoga o in una cattedrale cristiana. Sia il prete, che l'imam che il rabbino all'inizio della liturgia aprono un tema che sviluppano uno sguardo verso il futuro. Non c'è grande differenza anche perché l'amore non può fare distingui. Non sarebbe amore.

I temi della solidarietà, della convivenza pacifica dei popoli, ricorrono spesso nella sua produzione. Crede che la musica, l'arte in genere, possa avere un ruolo in questo senso?

La musica è stato il primo linguaggio dell'uomo. Prima che noi imparassimo a parlare già riuscivamo ad esprimerci con i suoni. Proprio per questo ritengo che sia molto più “naturale” affrontare questi temi attraverso la musica.

La prima nazionale di questo spettacolo e ad Otranto, nel Salento, che rappresenta oggi come ieri l'approdo e la meta di migliaia di immigrati in cerca di un futuro. Ad attenderli qui in Italia c'è una legge che punta, nella migliore delle ipotesi, a rispedirli a casa. Anche quando chiedono asilo politico. Una legge xenofoba frutto di una cultura che sembra avere ancora paura dell'immigrato. Cosa ne pensa?

L'immigrazione è un fenomeno inevitabile soprattutto quando l'80 per cento delle persone che abitano il nostro pianeta devono accontentarsi solo del 20 per cento di tutte le risorse disponibili. Questa orda di gente, questa umanità in cammino, credo che non possa essere fermata da nessuno. Purtroppo se non riempiamo il nostro cuore di tolleranza, che non vuol dire sopportazione bensì accoglienza e rispetto delle diverse culture, difficilmente troveremo una via d'uscita.

Alla luce di questo che idea si è fatto del nostro Paese?

Per noi “Balcanici” la parola Italia è sempre stata sinonimo di calore e di accoglienza. Io ricordo che i miei genitori, durante la Seconda guerra mondiale, mentre eravamo sotto l'occupazione anche italiana, si guardavano bene, nonostante tutto, di equipararvi ai vostri alleati. In Italia c'è un popolo straordinario, che è capace di accogliere, di amare e all'occorrenza di farsi anche una risata quando vengono pronunciate parole intolleranti.

Intervista di Giuseppe Rolli – L'UNITA' – 27/07/2003



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