SOFIA AL PARCO DELLA GRANCIA PER NOI

LA STORIA BANDITA di Sofia

L'epopea del brigantaggio meridionale: lo spettacolo è grandioso, originale e avvincente, gonfia lo spettatore indigeno di orgoglio, ma la verità storica raccontata lascia un po’ perplessi.

Dal vostro inviato

Innanzitutto lo scenario: la macchina si lascia su uno dei cinque spiazzi in terra battuta debolmente illuminati, e poi si scende a piedi lungo un sentiero di ghiaia in mezzo al bosco. Si oltrepassa un cancello da ranch, si paga il biglietto (£ 25.000 se siete adulti non organizzati, qualcosa in meno se siete bambini o anziani o se vi siete raggruppati in almeno 20 amici) e nella penombra si scende. Al fondo del sentiero, che da un certo punto in poi è scalinato in pietra, ecco il "palcoscenico". Un anfiteatro naturale lavorato per poter far sedere, su lunghe panche di legno, circa 1.500 persone. In fondo uno spiazzo - set gigantesco: un portale di pietra sulla sinistra, un gruppetto di case di legno a simulare un villaggio, un avvallamento centrale con una chiesetta e dietro un lago artificiale, sentieri che salgono sulla collinetta a destra, alberi, un accampamento nascosto. Dietro a tutto, si erge lo sprone roccioso su cui sorge Brindisi di Montagna, che fa da quinta; in alto, sulla destra, aggrappato alla roccia, il castello.

L'idea è semplice e avvincente: realizzare uno spettacolo organizzato come un film, anzi come un musical, con 250 comparse in costume, ballerini, effetti speciali, giochi d'acqua, per raccontare la vita di Carmine Donatelli Crocco, uno dei più celebri briganti lucani post unitari, che per alcuni anni tenne in scacco le truppe regolari piemontesi con una banda di sanguinari disperati alla ricerca di riscatto sociale, libertà, forse anarchia. Crocco morì in carcere, arrestato dai soldati dopo essere stato tradito - per un affare di donne, fa capire lo spettacolo - dal suo compagno Caruso, ed avere assistito impotente alla morte nell'imboscata del suo fedelissimo Ninco Nanco, altro leggendario brigante lucano.

L'attesa dell'inizio dello spettacolo si consuma sgranocchiando taralli o quello che vi sarete accortamente portati da casa, perché il luogo non offre granchè. Ad un tratto, dopo un breve pistolotto (è proibito fare foto, videoregistrare, per favore spegnete i cellulari) le luci si spengono.

Cala il silenzio.

Nel buio totale, le stelle si moltiplicano a vista d'occhio. In questo scenario irreale comincia a sentirsi un fruscio di vento, e poi la Voce. Michele Placido, che sul vento dichiara: "Calpestati, ci vendicammo".

Michele Placido, sì. Questa è, a parere del vostro inviato, la vera genialata di tutto lo spettacolo. Dal momento che lo scenario era troppo grande e troppo all'aperto per consentire alle voci reali dei figuranti di farsi sentire, anche se fossero stati dotati di microfono, tutto lo spettacolo si svolge in playback. E le voci degli interpreti principali sono quelle di altrettanti attori più o meno famosi: Placido appunto, e poi Lina Sastri nel ruolo della donna contesa dai due briganti, Paolo Ferrari nel ruolo di zio Martino, Orso Maria Guerrini nel ruolo di Borjès, il generale spagnolo che si fece appassionare e coinvolgere dalla lotta brigantesca e fece parte della banda di Crocco. Presenti anche le voci di alcune glorie locali: Nanni Tamma, Domenico Mastroberti, Barbara Castracane, in ruoli minori. E poi un coro, un coro sul modello greco che commenta e sottolinea i passi salienti del racconto. Oltre all'ottima resa acustica, c'è il grande vantaggio di far "recitare" grandi attori senza che siano presenti, evento che sarebbe stato impossibile, visto che il cinespettacolo si replica per tutta l'estate tre volte alla settimana da ormai tre anni.

L'attore che interpreta fisicamente Crocco è un marcantonio di almeno due metri, nerboruto, con grande barba nera e ottima presenza scenica. Si presenta da solo, illuminato da un singolo riflettore, a rievocare: "Uno, due, tre, tanti, non ricordo quanti, anni dietro una grata a marcire … per essere stato capo dei briganti .. Generale".
Inizia la musica, strepitosa, e la rievocazione filmico-teatrale.

Crocco

La famiglia di Crocco era una comune famiglia di contadini delle campagne di Atella, un comune a nord - ovest della Lucania. Per sbaglio i fratelli di Crocco uccisero la cagna del padrone, il quale se la prese con la madre prendendola a calci e provocandole un aborto spontaneo. La madre impazzì, per questo, e dopo poche settimane il padrone fu ucciso a fucilate in un'imboscata. Le guardie non ebbero dubbi: il colpevole era il padre di Crocco, che fu arrestato e condotto a Melfi in carcere. Da questo antico torto sarebbe nata la voglia incontenibile di riscatto di Carmine, la sua rabbia cieca nei confronti dell'ordine costituito, la sua ribellione alle regole.


L'arresto del padre di Crocco

Per spiegare il contesto sociale, lo spettacolo fa a questo punto una breve digressione, affidata alla voce di zio Martino, memoria storica dei contadini, e racconta delle illusioni di libertà innescate nel popolo lucano dalle notizie che giungevano da Napoli dopo il 1799, la rivoluzione, il re è scappato, arrivano i francesi liberatori. E racconta anche delle successive delusioni, l'essere "tutto come prima" per la povera gente, i furti sistematici perpetrati dai francesi, il moto restauratore del Cardinale Ruffo, le nuove illusioni, le sempre vecchie disillusioni. Da non perdere la scena relativa all'arrivo del cardinale, vestito di rosso su un cavallo bianco e accompagnato da popolo festante che canta una celeberrima antica tammurriata antigiacobina, la Carmagnola, resa nota, anni fa, dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare di Fausta Vetere e Peppe Barra:

"A lu suono de li viulini morte a li giacubini

a lu suono de la grancascia viva lu popolo bascio

Sona, sona, sona Carmagnola

Sona li cunzigli Viva 'o Rre cu la famiglia"

l'arrivo del cardinale Ruffo

La grande montagna sullo sfondo diventa fondale per la proiezione di immagini, a sostegno del racconto; un gioco di fuochi artificiali simula l'incendio del castello, in alto, nel buio, e il combattimento a fuoco con i francesi.

Crocco riprende il suo racconto: si arruolò nell'esercito Borbonico, divenne disertore, si unì a Garibaldi, ma al suo paese, anche dopo l'unità d'Italia, non era cambiato niente. Accusato di antiche grassazioni, ricercato dalla polizia piemontese, fu costretto a darsi alla macchia, e divenne brigante, fondatore di un gruppuscolo di disperati che con il tempo si ingrossò fino a comprendere quasi 2.000 uomini, che al grido di Viva Francesco II e Abbasso Vittorio Emanuele provocò insurrezioni in tutta la Basilicata nord occidentale. "Solo tumulti, non rivoluzioni, può provocare la miseria" ricorda giustamente Borjes, in un bellissimo breve monologo. Forse però anche il tumulto avrebbe avuto vita più lunga, se fra i briganti non fosse spirata l'avidità di bottino prima e - forse - la gelosia poi. Crocco cade in un'imboscata, l'esercito di briganti si disperde, l'esercito piemontese riporta l'ordine.

"O madonna santa, hanno tradito li briganti!

Fuggite da 'sta terra, avite perso 'a guerra:

Piemontesi o Borboni, site muorti sule vuie cafoni"

suggella crudamente il coro.

Tutta la scena madre è condita con una bella canzone di Lucio Dalla, composta per l'occasione, e un innovativo effetto speciale: un filmato proiettato su uno schermo d'acqua che si leva dal laghetto, morbido, fluttuante, sorprendente.

Cala di nuovo il silenzio. Il solito spot illumina di nuovo Crocco, al centro della scena, che recita il monologo finale. La caldissima voce di Placido si incrina su

"Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le LORO rivoluzioni. Ma LIBERTA' NON E' CAMBIARE PADRONE, non è parola vana e astratta. E' dire senza timore "E' MIO", e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. E' vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre, sarà".

La vostra inviata vorrebbe potervi dire di aver rimuginato in quel momento sulla realtà storica di queste affermazioni, e di tutto lo spettacolo, ma sarebbe una bugia: ormai la magia scenica l'ha presa e questo finale di monologo le fa scorrere seri brividi lungo la schiena (lo confesso: per Michele Placido farei qualunque sproposito) anche per via della temperatura che ormai nella gola di montagna è scesa alquanto.

Lo spettacolo si chiude con i ringraziamenti di tutti i figuranti, che compaiono sulla scena a ondate successive, e con un unico grande fuoco d'artificio, una cascata di stelle che illumina il pubblico a giorno.

Lungo la scalinata in salita del ritorno, là, sì, ci ripenso un po’: mi pare di avere letto da qualche parte che i briganti nella stragrande maggioranza erano veri delinquenti rozzi e ignoranti che le parole "orgoglio patriottico" e "lotta di classe" non avrebbero nemmeno saputo pronunciarle, e che spesso la lotta brigantesca fu un modo per sfuggire a condanne penali, per perpetrare vendette personali, per rubare e uccidere assicurandosi l'impunità. Ma questo, forse, in uno spettacolo non si poteva raccontare.