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CINEMA

Buio oltre la siepe per sempre, addio a Gregory Peck

Quando incontrava Audrey Hepburn ubriaca su una strada che non esiste più (oggi quell´angolo di Roma è all´interno del parco archeologico dei Fori), Gregory Peck era tutti noi. Tutti avremmo voluto incontrare la principessa di Vacanze romane e tutti avremmo voluto trattarla in quel modo, con il giusto equilibrio di ruvidezza, ironia e cavalleria. Lei era la donna irraggiungibile (avete mai visto una ragazza “vera” simile a Audrey Hepburn? Andiamo!) e lui era l´uomo perfetto. Sissignori. Gregory Peck era un uomo perfetto.

E invece. Invece, oggi che ci ha lasciati alla bella età di 87 anni (era nato a La Jolla, California, il 5 aprile del 1916), è arrivato il momento di dire che Gregory Peck era tutt´altro che perfetto e che proprio per questo era un attore assai più interessante di quanto non appaia a prima vista. Peck era sì il giornalista viveur di Vacanze romane o l´avvocato liberal di Il buio oltre la siepe o l´uomo comune insidiato dal mostro di Cape Fear, ma era anche il ruvido rapinatore di Cielo giallo o il capitano Achab di Moby Dick o il folle millantatore di Io ti salverò. Peck aveva lo stesso problema (si fa per dire) di Paul Newman o di Cary Grant o di Robert Redford: era troppo bello perché lo si prendesse sul serio come attore. Invece era un attore coi fiocchi proprio perché era capace di «sporcare» questa bellezza, di trasformare l´eleganza in arte del vissuto.

Inoltre, Peck è stato uno di quegli attori hollywoodiani ai quali il doppiaggio non rendeva giustizia: negli anni ha avuto voci italiane importanti, da Emilio Cigoli a Peppino Rinaldi, ma nessun doppiatore “impostato” avrebbe mai potuto imitare la sua voce cavernosa che nei western sapeva trasformarsi nella rude cantilena del cowboy. Per quel che conta, noi avemmo la rivelazione a un vecchio festival di San Sebastiano che rendeva omaggio, con una personale, al regista William Wellman. In quell´occasione vedemmo Cielo giallo in originale e scoprimmo un western magnifico che riusciva a trasferire nel deserto californiano le suggestioni della Tempesta di Shakespeare, e due attori incredibili come Peck e Richard Widmark che ritraevano due fuorilegge il primo con la sobrietà e la potenza della star, il secondo con la nevrosi e l´isterìa del caratterista di razza. Interpreti superbi. Voci dell´America profonda, rurale, violenta. Autentica.

Non a caso, quando gli chiedevano quali fossero i ruoli nei quali maggiormente si identificava, lui rispondeva immancabilmente: “Sono tanti. Nell´ordine, Atticus Finch, Atticus Finch, Atticus Finch e ancora Atticus Finch...”. Diceva così anche nello stupendo documentario che Barbara Kopple gli ha dedicato nel 1999, Conversation with Gregory Peck (si trova in cassetta, procuratevelo assolutamente). Disse così anche quando, quello stesso anno, venne al festival di Cannes dove l´avevamo già incrociato, con quella sua stupenda barba sale e pepe, dieci anni prima, quando venne per Old Gringo (1989).

E chi era Atticus Finch? Per un italiano può anche essere un nome qualunque, per un americano colto Atticus Finch è l'anima dell´America almeno quanto il Walden di Thoreau o il Mr. Jones cantato da Bob Dylan. Atticus Finch è il protagonista di Il buio oltre la siepe, che prima di diventare un bellissimo film di Robert Mulligan (1962) era un magnifico romanzo di Harper Lee. Atticus Finch, con quel nome da greco antico, è l´avvocato che nell´America della Depressione deve dedicarsi a una doppia giusta causa: difendere un nero da un´ingiusta accusa di stupro, e difendere i suoi figli - prima ancora che se stesso - dai pregiudizi della piccola comunità in cui vive, indignata perché quel legale tanto “perbene” ha deciso di stare dalla parte del “negro. È l´incarnazione più autentica di tutti gli ideali dell´America “giusta”, dell´America che ci piace, costretta a lottare contro l´America che non ci piace, quella del razzismo e della discriminazione. Peck si sentiva Atticus, “era” Atticus.

E con ciò torniamo alla curiosa dicotomia che ha segnato tutta la sua carriera: più la sua eleganza e il suo fascino tracimavano sullo schermo, più veniva la voglia di scavarci intorno, di sollevare la pietra così pulita e trovarci sotto qualche vermiciattolo. Non era solo questione di essere pruriginosi. È che la carriera di Peck era iniziata, in fondo, nel segno dell´ambiguità. Arrivato a Hollywood dopo una breve ma già gloriosa carriera a Broadway, al secondo film (Le chiavi del paradiso, 1944) era stato subito candidato all´Oscar e al quarto (Io ti salverò, 1945) aveva incontrato Alfred Hitchcock. Nessun attore usciva intonso dalle grinfie di Hitchcock. Cary Grant diventava un sex-symbol, James Stewart un ossesso tormentato e forse un maniaco sessuale; Peck fu plasmato in un involontario genio del Male, un impostore psicopatico che si spaccia per il nuovo direttore di un manicomio e ne approfitta, en passant, per insidiare quel pezzo di ghiaccio (tale la considerava Hitchcock, absit iniuria: e gli piaceva proprio per questo) di Ingrid Bergman.

Peck aveva solo 29 anni e il ruolo era più grande di lui, anche perché il film era tutt´altro che perfetto (tutti ricordano le bruttissime sequenze in cui Hitchcock chiese a Salvador Dalì di visualizzare gli incubi dei personaggi) e il regista lo padroneggiava meno del solito. Fu comunque un inizio di carriera ricco, intenso, problematico: Peck seppe tirar fuori corde simili, tutt´altro che eleganti e “borghesi”, in altri film. In fondo anche in Duello al sole non era certo il Buono, e i suoi duetti con Jennifer Jones erano sufficientemente torridi da far definire il film di King Vidor come il western più sexy della storia.

Come sempre, Martin Scorsese ebbe l´occhio lungo, da quel profondo conoscitore di cinema che è: quando girò il remake di Cape Fear con Robert De Niro, volle per dei cammei entrambe le star dell´originale diretto da Jack Lee Thompson nel 1962, Peck e Robert Mitchum; ma li schierò in ruoli da contro-casting, il primo in un personaggio perfido il secondo in un ruolo da buono. Inutile dire che erano entrambi talmente bravi da poter fare qualunque cosa: Mitchum avrebbe potuto interpretare un santo, Peck non avrebbe sfigurato nei panni di Jack lo squartatore.

Peck era una vera icona americana e in questo senso, accanto ad Atticus Finch e ai ruoli western (fra i quali ricorderemo anche Il grande paese, Bravados e Romantico avventuriero), dovremmo porre anche il capitano Achab del Moby Dick diretto da John Huston nel 1956. Peccato che il film non fosse un capolavoro, e che nel cast - nel piccolo, ma imponente ruolo di Padre Mapple - ci fosse un signore come Orson Welles che poteva rubare la parte anche a gente assai più combattiva di Peck.

E allora leviamoci uno sfizio cinefilo, e diciamo, per chiudere, che il vero capitano Achab nella filmografia di Peck è lo scout Sam Varner interpretato in La notte dell’agguato, ancora di Mulligan (1969). In quel terrificante western/horror, Varner/Peck compie un viaggio nell´incubo tentando di sottrarre una donna bianca, e i suoi figli mezzosangue, alla vendetta di un ferocissimo capo Apache. L´indiano non si vede mai, se non nel finale - come la balena bianca -, ma la sua presenza aleggia su tutto il film, su un universo di sangue e follia che pare davvero uscito dalla fantasia cetacea di Melville. Quello è un piccolo ruolo, torbido e notturno, che a Peck non doveva dispiacere: perché lui, come altri americani democratici e coraggiosi, aveva scrutato nel buio oltre la siepe, e l´aveva sconfitto. Ma sapeva che il buio può sempre tornare.

Alberto Crespi – L'UNITA' – 12/06/2003

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