| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

CINEMA

Grieco: colleghi, basta col trucco del film d’autore

Come due fratelli. Cresciuti sotto la stella polare di Lindsay Anderson. Si conoscono da 35 anni, sono grandi amici e da qualche tempo si sono pure avvitati in un rapporto professionale dove uno sembra essere indispensabile all’altro. Il primo, cresta di capelli bianchi e sguardo sparato d’azzurro, è Malcolm McDowell, l’ex capo-drugo di Arancia meccanica. L’altro, David Grieco, è il regista che con il recente Evilenko lo ha trasportato nella vescica bucata dell’Urss per incarnarlo in un attempato mostro di bambini. Entrambi ora sono a Taormina. Malcolm per ricevere un premio d’eccellenza e vestire i panni di giurato del festival. David per raccontare il suo prossimo lavoro, già pronto sulla rampa di lancio per le imminenti riprese. S’intitola Secrets of love e ancora una volta va a infilare i suoi ami visivi nelle zone d’ombra del "perturbante". McDowell sarà uno psicanalista inglese che dopo la nebbiosa uccisione della moglie intrattiene con la giovane figliastra un tête-à-tête morboso che gli si ritorcerà contro. Il tutto ambientato nella febbrile Casablanca di oggi, lontana da quei poster romantici con cui ce l’hanno tramandata Ingrid Bergman e Humphrey Bogart. "Non volevo fare nient’altro che un film di genere", spiega Grieco "anche se è ovvio, che collocando il film in un paese arabo, in pieno clima di scontro di civiltà come quello odierno, la storia raccontata non potrà non trascinare con sé un sottofondo di implicazioni politiche".

Stai rivendicando la necessità di incanalarti in un filone di genere, come quello noir, che nel nostro cinema continua a suscitare diffidenze?

Il noir non è una roba che ti deve far saltare sulla sedia, usando trucchi e spaventi del mestiere, ma dev’essere un’esperienza, magari anche angosciante, capace di smuovere fantasmi interiori. Sono convinto che bisognerebbe tornare a realizzare film di genere come si faceva negli anni Sessanta. Anche i capolavori di Orson Welles, pur nella grande stratificazione di letture, nascevano dentro gli steccati di un genere. E di certo non perdevano di appeal nei confronti del pubblico.

Scollamento con il pubblico con cui spesso deve confrontarsi il cinema italiano.

Da noi si diventa vecchi a furia di pontificare sul cinema d’autore, senza rendersi conto che è fuori logica pensare di riuscire a sfornare in un’annata 30 o 40 film di questo tipo. Siamo diventati tutti poeti? C’è una mancanza di umiltà che porta il cinema italiano a sconnettersi da quelli che sono i reali desideri della folla.

Cecità dei produttori o presunzione dei registi?

Di fronte a un’industria cinematografica come la nostra che perde colpi, i produttori si limitano a bussare alle porte dei finanziamenti pubblici e si trasformano in scaltri speculatori di cose culturali. Non rischiano niente e intascano i soldi, spingendo i cineasti a conformarsi in uno pseudo-cinema d’autore, spesso claustrofobico e autorefenziato. Del resto, la prerogativa per ottenere fondi è quella di far rientrare i propri progetti in astruse categorie burocratiche come quella delle "particolari finalità artistiche".

Vuoi dire che gli stessi istituti messi a difesa del nostro cinema si sono trasformati in un boomerang?

Sì, ed è sintomatico che la stessa cosa stia accadendo anche in Francia e in Inghilterra, dove per difendere le proprie retroguardie ci si raggomitola sempre di più su se stessi.

Alla faccia dell’Europa unita.

È paradossale, ma è così. Più si parla di unione, più ci si spezzetta in isole non comunicanti. Prima non c’era questo discorso comune, eppure si facevano molte più coproduzioni.

Ci sono antidoti a questa situazione?

Basterebbe muoversi diversamente e allargare il proprio raggio d’azione. Per dire, ci sono tanti produttori americani, stufi dell’ottusità commerciale respirata in patria, che sbarcano nel nostro continente, si travestono da europei e iniziano a produrre film altrimenti irrealizzabili a casa loro. Una colonizzazione spaventosa, sotto certi punti di vista, per altri un’occasione in grado di scompigliare certi schemi tradizionali.

In che senso?

Ti faccio un esempio. Sergio Leone è riuscito, da italiano, a rinnovare un genere tipicamente americano come quello del western, imponendo i suoi canoni estetici. Penso che oggi i "talenti italiani" abbiano ancora le capacità e le forze per rovesciare il guanto, calamitare soldi stranieri e convogliarli in progetti cinematografici che non rinuncino alle proprie autonome aspirazioni.

Più che un antagonismo dall’esterno, qualcosa come un "sabotaggio creativo" dall’interno.

Il sistema quando vuole fagocitare tutto diventa un gigante poco agile e lascia nel sottobosco grandi possibilità di movimento. Purtroppo però in Italia le cose ristagnano, anche per colpa del nostro piccolo dittatore che usa mezzi tecnologici ma che rimane medievale nella sostanza. Guardando ad altri paesi che riescono a tenere la testa alta come la Spagna, sai cosa ti dico, altro che Ronaldo, qui ci conviene comprare Zapatero.

Intervista di Lorenzo Buccella – L’UNITA’ – 19/06/2005

| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|