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MUSICA

Guccini: l'integralismo è la nuova bomba

Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole più vasta del mondo, mai mano d’uomo la toccherà e solo il silenzio come un sudario si stenderà tra il cielo e la terra per mille secoli almeno, ma noi non ci saremo, non ci saremo”. 1967, testo e musica di Francesco Guccini, un’Apocalisse cantata che nemmeno il miglior Dylan saccheggiatore dei Libri della Bibbia è mai riuscito a mettere insieme. Un’Apocalisse è un gorgo, un movimento circolare, centripeto delle cose che si perdono nel collo di un imbuto della storia. Non ci viene in mente per caso. Anche oggi, molti indicatori suggeriscono che stiamo correndo in un vortice di cui non intravvediamo lo sbocco. Più imploriamo «pace», più la risposta è “guerra”, più invochiamo mitezza, più incassiamo arroganza, mentre il potere assesta le nuove fratture dell’umanità lungo i confini delle religioni per renderle acuminate, offensive almeno quanto i fronti di piattaforme tettoniche che si stritolano a vicenda. Cassandra è la poesia, la velocità di Cassandra, delle sue visioni premonitrici, è la velocità della poesia, quella che spesso si è confusa con la divinazione. Guccini ha il dono della poesia anche se lui non lo sa o in fondo lo rifiuta, ma questo è un altro discorso... Lo abbiamo “fermato” per pochi minuti nella sua Pavana, tra un concerto e un altro. (Adagio: lui fa concerti col contagocce e tra uno e quello che segue possono passare anche mesi, è il “suo” tempo)...

Francesco, non ti pare che siamo un po’ tutti sul ciglio del gorgo come nella tua vecchia canzone? E com’è che in gran coro, con la paura sotto la pelle, facciamo un nervoso parlare di spiritualità e di fede religiosa?


Allora, la paura aveva un nome preciso: era la bomba atomica. E, a tratti, sembrava di vivere anche in quegli anni in un gorgo. Adesso, mi pare che stiamo facendo i conti con i fondamentalismi, con gli integralismi. Sai, se sei convinto che la tua fede è la sola giusta e che gli altri fanno paura per la loro distanza, per la loro diversità... ti avvicini pericolosamente al cozzo...


Chissà se diciamo tutta la verità su noi stessi quando localizziamo il male esclusivamente nell’integralismo, nelle frange estreme di una convinzione. Dopo la seconda guerra mondiale, si disse che il nazismo era il solo responsabile della Shoah e si omise di mettere in discussione il ruolo propedeutico dell’antisemitismo molto diffuso nella cristianissima borghesia mitteleuropea che si preparava alla svastica...


(sorride) ...Parli come se tu fossi ebreo (lo sa perfettamente e questa è una gag storica..ndr). Diciamo che ho avuto la fortuna di vivere i miei primi anni in un ambiente umano che non sapeva cosa fosse l’antisemitismo. Interi strati della popolazione non pensavano che esistesse una diversità che si poteva definire “ebrea”. La tragedia l’ho capita dopo. A Modena, dove abitavo, c’era un gruppo fascista che si chiamava “Senigallia”, un nome ebreo, troppi segnali contraddittori per aprire gli occhi, eravamo cattolici che mai hanno pensato agli ebrei come uccisori di Gesù Cristo.


Beati voi. Ora, però, il pericolo sembra ben chiaro anche a chi non ha vissuto abbastanza... ai ragazzi, intendo, il tuo pubblico, per esempio.


È molto visibile l’estremismo della Lega fondato su quel substrato di paura di perdere una manciata di vantaggi dati per acquisiti, un po’ di soldi, una manciata di ordine apparente. Negli anni Cinquanta, il pericolo veniva dai meridionali che salivano a Milano, ora viene dagli extracomunitari. Ma le radici della risposta della Lega, non dell’inquietudine che è ben più generalizzata, sono nell’ignoranza, nella povertà di conoscenza e di coscienza. Gente che si è formata in una scuola lassista, piena di valori formali e non sostanziali. Del resto, noi venivamo da una guerra combattuta dai nostri padri verso i quali nutrivamo paura e rispetto...


Paura dei padri e scuola con i quali abbiamo fatto a pugni nel ‘68... Ma lasciamo perdere. Un tempo, di fronte al gorgo cantavi “Noi non ci saremo”, alzavi una voce in qualche modo profetica; ora invece ti dedichi più alla parola scritta che alla musica cantata, anzi lo si intuisce anche ascoltando i tuoi pezzi più nuovi dove la musica sembra quasi un pretesto...


Magari dipende anche dal fatto che non ascolto più musica, tranne quella che mi fa ascoltare Raffaella (la sua amata compagna ndr). Magari questo corrisponde agli effetti di un normale processo di invecchiamento. Ascolto poco, suono pochissimo e leggo molto, è altrettanto naturale che mi dedichi alla parola scritta.


Però sul palco non sembri “di passaggio”...


Lì, sul palco il tempo non passa, è vero. Mi piace il gioco, mi piace stare con i miei compagni di musica, ci capiamo al volo, tutto viene facile... Insomma, miglioro.


Adesso sei in tour, ma stai mettendo mano a nuovi brani?


Ne ho un paio pronti. Una “canzone di notte” numero quattro, riflessioni su una notte pavanese, l’altra è una poesia in bolognese tratta dalla guerra partigiana.


Dici bolognese e mi viene in mente quel vespaio di polemiche che si sono agitate attorno alle scelte di Cofferati nella gestione della città...


Una parte dei miei amici ne dice un gran bene, un’altra, socialmente diversa, lo critica. Mah! Le città sono cambiate, si sono imbarbarite. A volte penso che fare il sindaco in queste condizioni sia improbo. Chi glielo fa fare di fare il sindaco ai sindaci?


Non è che questa perplessità funziona anche per il governo nazionale?


Direi di no. I rapporti di forza tra governo e opposizione in Parlamento rendono meno drammatico l’esercizio del potere.


Che ti pare di questo governo?


Bilancio tutto sommato positivo. Anche se sto aspettando come tanti altri ciò che ci hanno promesso: dalla legge sul conflitto di interessi alla riforma della giustizia...


Intervista di Toni Jop – L'UNITA' – 23/09/2006



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