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CINEMA

(Radio) Alice nel paese del '77

Copertine di dischi (vecchi LP, ovviamente) sparse per il set. Partiamo da lì. Ramones, Patti Smith, il secondo dei Led Zeppelin, il primo dei Santana, Killer di Alice Cooper, Cosmo's Factory dei Creedence, il primo 45 dei Sex Pistols e, apparentemente incongruo, Il banditore di Enzo Del Re, dove c'è un brano – Lavorare con lentezza – che dà il titolo al nuovo film di Guido Chiesa (tra parentesi: lavorare con lentezza è il sogno di ogni regista, ma pochissimi ci riescono, forse Guido con l'appoggio produttivo di Domenico Procacci e della sua Fandango, può farcela). Nascosto nel Teatro 20 di Cinecittà, c'è un pezzo di anni '70. Un pezzo importante: Radio Alice, l'emittente storica del movimento bolognese, quella che venne chiusa “in diretta” dalla polizia l'11 marzo del 1977. i dischi suddetti, quindi, hanno un senso. Sono l' “arredamento” dell'epoca, assieme ai poster e alle scritte sui muri.

Proseguiamo il giro per Radio Alice. Poster: Jimi Hendrix, gli Area, Furia selvaggia di Arthur Penn (tutta roba che Guido ha portato da casa), il rock festival di Santa Monica a Misano Adriatico e il più bello di tutti, la faccia di Nixon inquadrata da un bersaglio e la scritta “vomitate qui”. Scritte: “Socialismo: presentatevi puntuali”, “Radio alice è sempre altrove”, “Taci, il Pci ti ascolta” aggiunta con lo spray un attimo prima di dare il ciak. In un angolo del teatro 20, fuori inquadratura, voluminosi pacchi di vecchie lire (false) e un barattolone di Nutella che serve però alla troupe, non al film: “Qui tutti mangiano la Nutella con la pizza bianca. Non so come fanno”, mormora scherzosamente indignato il torinese Chiesa, che a certi sapori della romanità non è evidentemente avezzo.

Il direttore della fotografia Gherardo Gossi, lo stesso del Partigiano Johnny, dà gli ultimi ritocchi alle luci: non è facile restituire l'atmosfera delle radio anni '70, sempre fumose e incasinate, ma gli arredi, le cartacce e le cicche che coprono il pavimento come un tappeto aiuteranno. Nell'attesa del “si gira”, facciamo quattro chiacchiere con Chiesa. Che a Radio Alice aveva già dedicato il bel documentario Alice in paradiso (2002), e che nel recente Sono stati loro. 48 ore a Novi Ligure ha composto un agghiacciante apologo sull'invadenza della tv nelle nostre vite. E' un periodo in cui Chiesa sente con forza il tema dei media, della rappresentazione della realtà e dei “filtri” ai quali la nostra società la sottopone. Se la tv in sono stati loro era un “mezzo freddo”, Radio Alice sarà sicuramente un “mezzo caldo”, e non solo per la vecchia distinzione cara a McLuhan: Chiesa vuole ricreare il '77 con affetto, un po' come Bertolucci ha composto un elogio del '68 in The Dreamers. Ma facciamolo raccontare a lui.

Nel '77 avevi 18 anni. Retrospettivamente cosa pensi, e cosa salvi, di quel periodo?

Lavorare con lentezza inizia nella primavera del '76. Io ho un ricordo bellissimo del periodo fra il '75 e il '76. Premesso che mi piace molto il film di Bertolucci, credo che lui abbia consapevolmente raccontato una cosa che già Pasolini aveva intuito, ovvero che i giovani del '68 erano per lo più figli della borghesia. Il movimento degli anni '70 era molto più interclassista. Il '77 è il momento in cui irrompono sulla scena i “non garantiti”, che non vogliono appropriarsi del potere, ma riappropriarsi della vita. In questo senso il '77 ha un valore forte che va recuperato: l'autonomia in senso lato, ossia la diserzione dal capitale che ti impone di essere una rotella dell'ingranaggio produttivo. Uno degli slogan del '77 è “libertà dal salario”, il sogno vero è lavorare meno e ciò nonostante aver diritto al lusso. Se non altro, con il '77 finisce l'idea leninista seconde la quale il potere si sconfigge solo prendendo il Palazzo d'Inverno, quindi sostituendosi ad esso. Gli ultimi a pensarla così sono i terroristi. Infatti tutto finisce con il delitto Moro del '78. Ma il movimento del '77 vuole essere libero, mentre i terroristi non capiscono che la scelta della clandestinità ti rende schiavo.

Il film di Marco Bellocchio lo mostra benissimo. E mostra anche l'isolamento dei brigatisti...

Buongiorno, notte è un bellissimo film sul padre, sulla famiglia e sull'idea del partito come famiglia. Detto questo, non so quanto i brigatisti fossero davvero isolati. Secondo me Moretti sapeva di non avere le masse con sé; ma pensava – di nuovo, in modo leninista – di dover colpire il cuore dello Stato. La scoperta terribile (per loro) è che lo Stato non ha cuore. Il mio film non parla delle Br, ma analizza una cosa rigorosamente contemporanea: i movimenti sono efficaci finché rimangono creativi, fantasiosi; finiscono quando accettano il terreno dello scontro militare. Pensa a Genova, al “prima” e al “dopo” G8...

Il tuo film è in qualche misura “figlio” del documentario su Radio Alice?

E' un figlio un po' strano. Fra le varie idee prese in esame dopo Il partigiano Johnny ce n'era una su Radio Alice. Ho fatto delle ricerche, e ho scoperto che quella radio non documentava se stessa. Esistono sì e no 10 ore di registrazione, delle quali 8 sugli ultimi due giorni: e forse sono registrazioni della polizia...Intervistando chi ci aveva lavorato, ho capito che c'erano aspetti di Radio Alice (il linguaggio, la strategia di comunicazione) che un film narrativo non avrebbe potuto restituire. Per cui ho girato il documentario e mi sono “liberato” di una parte della storia. Paz, il film di Renato De Maria, mi ha liberato di un'altra parte: il privato di quella generazione, il nomadismo esistenziale dei settantasettini bolognesi. E lì ho incontrato i Wu Ming, quelli di Luther Blissett. Sono un po' più giovani me e sono molto in gamba. Con loro, ho concepito l'idea di cercare un cono d'ombra, una storia contemporanea alla chiusura di Radio Alice che potesse illuminarla di riflesso. Ci sono eventi che cascano nelle pieghe della storia: che so, in Sicilia Peppino Impastato che viene ucciso nello stesso giorno in cui viene trovato il cadavere di Moro. Scavando negli archivi, abbiamo scoperto che pochi giorni prima dell'11 marzo 1977 a Bologna venne sventata una rapina in banca stile Sette uomini d'oro. I rapinatori avevano scavato un tunnel e si erano fermati a due metri dal caveau, perché uno di loro, uscendo da un tombino, era stato visto da un metronotte che a sua volta aveva scoperto lo scavo. E nessuno era stato arrestato! Mi è sembrato una storia parallela perfetta: due ragazzi che sono i “manovali” della banda, proletari (uno figlio di bolognesi doc, operai comunisti, l'altro di immigrati) che contemporaneamente entrano in Radio Alice e ne sconvolgono i programmi mettendo su Kung-Fu Fighting di Carl Douglas...Due “ignoranti” della politica, abituati a lavorare con le mani, che scoprono il mondo degli “impegnati”, colti, velleitari, anche un po' snob. Due mondi che però hanno un sogno in comune: la liberazione dalla schiavitù del lavoro e del salario.

Tu hai incrociato il mondo delle radio libere?

A 16 anni frequentavo una radio a Chieri, poi ho trasmesso su Radio Base Zero di Santena. Andavo al liceo...in radio ci facevamo le canne e mettevamo su Heroin di Lou Reed.

Poi hai fatto, fra le altre cose, il giornalista rock. Quale fu il primo disco che comprasti in quegli anni?

Hot Rats di Frank Zappa. E lo ruppi perché volli appendere al muro la copertina...era scheggiato e non potevo ascoltare il primo brano. Ora quel brano è nel film, assieme a tanta musica del tempo. Nel film si vedono anche gli Area, che danno un concerto: li “interpretano” gli Afterhours, uno dei migliori gruppi del rock italiano moderno. Un modo come un altro per far incontrare il 1977 e il 2003.

Intervista di Alberto Crespi – L'UNITA' – 16/12/2003

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