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CINEMA

Holly Hunter, le regole dell'antidiva

Nel suo primo film, The Burning, un horror di serie b, disse una sola battuta: “Hey, Todd, over here”, Era il 1981, da allora Holly Hunter ha girato una quarantina di film, recitato battute ben più impegnative, ha vinto un oscar (per Lezioni di piano), fatto televisione e soprattutto ha fatto molto cinema indipendente. Holly Hunter non è una star ma è una brava attrice (la differenza ce l'ha spiegata un giorno Michael Caine: una star è colui che adatta la parte alla propria personalità, un attore è colui che adatta la propria personalità alla parte). Proprio per questo è una delle attrici preferite dei fratelli Coen e di tutti coloro che non vogliono avere una major a dettare le regole quando girano un film. E' stata la reginetta dell'ultima edizione del Sundance, il festival del cinema indipendente che a gennaio popola le montagne dello Utah. Alla kermesse organizzata da Robert Redford era presente con due film, Thirteen e Levity, il primo, proprio al Sundance, ha vinto il premio della giuria ed ora è candidato al parco d'oro al festival di Locarno.

Thirteen rappresenta il debutto alla regia di una giovane promessa, Catherine Hardwicke, e offre uno spaccato, a volte molto crudo, della vita degli adolescenti americani del ventunesimo secolo. La storia, vagamente autobiografica, è stata scritta da Nikki Reed, protagonista della pellicola insieme a Evan Rachel Wood e alla Hunter. Da questa storia è stato tratto un film bello e inquietante, un film molto lontano dalle produzioni in serie che Hollywood realizza da molto, troppo tempo. E' la storia di una ragazzina tredicenne, Tracey, alle prese con il sempre difficile primo approccio con il mondo adulto. Una madre distratta e il bisogno di ribellione spingono Tracey a frequentare la peggiore di tutte le sue compagne di scuola e a scoprire troppo presto il mondo della droga, dell'alcol e del sesso. “In molti mi hanno chiesto se questo film sia adatto al pubblico degli adolescenti. Io penso che gli adolescenti di oggi siano molto più svegli di quanto non crediamo e che sappiano esattamente dove sta il bene e dove il male e, magari, vedendo un film così possano acquisire delle esperienze che altrimenti farebbero “sul campo” con i rischi ben più pesanti. Magari i ragazzi di oggi hanno già avuto alcune di queste esperienze, magari non ne conoscono ancora le conseguenze. Thirteen gliele mostra”.

Un film terapeutico?

Più che terapeutico, educativo. Anch'io ho imparato molto circa gli adolescenti di oggi. Con le due giovani protagoniste del film abbiamo avuto modo di conoscerci bene.

Come?

Prima di tutto provando, una settimana di prove prima del primo ciak. Non capita a tutti e poi passando una notte insieme. Vedi, il set era una casa vera, non un semplice studio cinematografico. Stavamo facendo le prove e la casa era assolutamente dotata di tutto quanto una vera famiglia può aver bisogno, c'erano i vestiti negli armadi e gli spazzolini da denti in bagno. Tutto. Stavamo provando alcune scene, senza stacchi, come a teatro ed era tutto molto veritiero: a un certo punto ricordo di aver pensato che sarebbe stato bello poter passare una notte in quella casa, come una vera famiglia, io, la regista e le due ragazze. Era un modo per conoscerci, per prendere confidenza, i genitori delle ragazze hanno acconsentito e così abbiamo passato la serata a provare tutti quei vestiti negli armadi e fare altre cose sceme, abbiamo ordinato le pizze e messo una cassetta nel videoregistratore e dopo quella notte ci siamo sentite più a nostro agio.

Come mai ama così tanto il cinema indipendente?

Proprio perché ti consente di fare certe cose. Quando mai puoi prenderti la libertà di passare una note sul set quando di mezzo c'è una grossa casa di produzione e una compagnia di assicurazione con regole ferree?

Il rovescio della medaglia?

La mancanza di un sacco di comfort, la mancanza di denaro, la mancanza di tempo. Abbiamo girato Thirteen in 24 giorni, lavorando a ritmi frenetici, ma in fondo anche questo è servito al film, gli ha dato il ritmo di cui aveva bisogno.

Come sceglie i suoi film?

Sono molto esigente. Trovo sempre molto difficile trovare un buon ruolo da interpretare. Mi piacerebbe lavorare di più ma non ci sono molte buone parti in giro, il cinema sta tendendo alla banalizzazione. Alla mia età, ho 45 anni, si comincia a dare valore al tempo ed allora fare qualcosa che ti annoia, che senti come una perdita di tempo, pesa. Per alcuni può valer la pena per la grossa somma di denaro che può rendere ma io non ho mai dato troppo peso al denaro.

Quindi è la maturità che l'ha fatta diventare più difficile?

Non lo so, non è mai stato facile per me scegliere una parte. Anzi, direi che quello è sempre stato il lato più difficile del mio mestiere. La mia carriera ha sempre avuto un ritmo lento, discontinuo. Momenti di grande lavoro alternati a lunghe pause.

Con “Lezioni di piano” ha vinto Oscar e Cannes. Cosa rappresentano i premi per lei?

Un riconoscimento universale al mio lavoro e alla mia professionalità. Ricordo quei momenti come esaltanti. Un'attrice non può chiedere di più.

Può essere anche controproducente vincere un Oscar?

Assolutamente no. E' il più grande onore per un attore. Le uniche difficoltà possono venire da te stesso, dalle aspettative che riponi in ciò che dovrebbe succedere dopo aver vinto. Vincere l'Oscar è un grande onore ma poi non è che tutto ciò che viene dopo sia più facile.

Questo è un film che parla di adolescenti. Com'è stata la sua adolescenza?

Non così inquieta, sono la più giovane di sette figli, la mia era una famiglia affiatata e unita che viveva in una fattoria della Georgia, i pericoli erano lontani. Poi avevo una sola passione: recitare. I miei genitori hanno sempre incoraggiato questa mia aspirazione. Insomma, ho avuto un'infanzia e un'adolescenza felice.

Ha dei rimpianti?

Certo. E' la vita e durante una vita capita di cadere. Sono caduta, qualche volta, ma poi sono tornata in piedi.

Intervista di Francesca Gentile – L'UNITA' – 15/08/2003

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