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MUSICA

Hosokawa re del silenzio: ”Il suono dura come un fiore”

Con un concerto del Quatuor Diotima continua stasera sera al Teatro Modena, il "Progetto Hosokawa", rassegna di concerti che la Fondazione Spinola organizza intorno alla figura di uno dei più grandi compositori di oggi, il giapponese Toshio Hosokawa.

La serata, a ingresso libero, avrà inizio alle 19.45, con un'introduzione all'ascolto del musicologo Enzo Restagno, poi alle 21 il concerto con musiche di Hosokawa, fra cui Urbilder ('80), Floral Fairy (2004) e Silent Flowers ('98). Nato nel '55, allievo di Isang Yun e Toru Takemitsu, Hosokawa ha sviluppato un linguaggio musicale profondamente originale, in cui le tradizioni musicali di Oriente e Occidente si fondono in un mondo poetico visionario e profondamente suggestionato dal pensiero e dalle filosofie orientali.

Lei ha detto che il mondo le sembra catastrofico e che la natura è l'unica possibilità di evitare la catastrofe: lo crede ancora?

Nel mondo di oggi la tecnologia è molto forte, domina la nostra vita e abbiamo perso i sentimenti naturali. Sono questi meccanismi che portano alla catastrofe. Noi artisti, noi esseri umani, dobbiamo ritrovare la via della natura, che non è fuori dell'uomo; e bisogna pensare a questo come a qualcosa di concreto, non solo ideale, che tutti possono raggiungere.

Oggi però ci sono anche conflitti di civiltà: cosa ne pensa visto che lei ha sempre conciliato Oriente e Occidente in musica?

Non sono un politico e non ho soluzioni. In Giappone abbiamo imparato molto dall'America, ma nella filosofia giapponese c'è anche un senso dell'armonia molto forte e molto bello. Che oggi chi viene in Giappone trova difficilmente: i politici giapponesi sono molto occidentali, abbiamo perso il senso cosmologico dell'essere umano.

Un senso cosmologico che ci consentirebbe di vedere il mondo in maniera diversa?

Molti pensano scientificamente, senza pensare all'essere umano, senza un vero io attraverso cui vedere le cose. Questo io oggi è diventato piuttosto un ego molto forte, un self che è sbagliato: è necessario un ritorno alla nostra giusta dimensione naturale.

Come ha sviluppato queste idee nella musica di stasera?

In Urbilder, composto a Berlino, la mia idea della natura non era ancora molto chiara. In Silent Flowers, invece, è molto forte: i fiori si formano e sbocciano nel silenzio. E anche i suoni non esistono che nel silenzio. Per me la musica è come una calligrafia esercitata nello spazio e nel tempo. Senza uno spazio vuoto, un foglio bianco, non si può scrivere, senza il silenzio non esiste il suono. In questa calligrafia del suono, suono e silenzio sono una cosa sola, l'uno contiene l'altro.

Una concezione legata al modo di sentire orientale?

In Giappone c'è l'Ikebana, l'arte di disporre i fiori recisi: la vita di questi fiori è molto breve, solo un paio di giorni, e questo è un sentimento giapponese molto importante. Gli europei ricercano l'eternità, nella loro musica, come Bach o Bruckner, si scrive per l'eternità. Nella cultura giapponese, invece, ci sono questi fiori che muoiono, che hanno vita breve, così come breve è la vita umana. Anche il suono non esiste per un tempo lungo, e muore. Questa trasformazione è molto importante: dei colori, dei suoni, della vita. I fiori sono belli perché il loro destino è la morte.

Anche in Floral Fairy si può trovare questa aspirazione a una dimensione naturale?

Floral Fairy è stato scritto per una compagnia di danza di Bruxelles, Rosas. Mi piacerebbe sviluppare questo rapporto con la danza: spesso mettiamo nelle composizioni musicali molto pensiero, ma perdiamo il contatto con il corpo, e questo è sbagliato. In Giappone c'è una sola parola, "mi", per indicare corpo e spirito che non sono divisi. È per questo che si praticano le arti come il judo: non è solo educazione del corpo, ma anche dello spirito, per sviluppare il "mi".

Nel concerto di stasera ci saranno anche le Bagatelle op.5 di Webern, un compositore che lei ama molto.

Sì perché oltre al suono pensava il silenzio. Nella sua musica le pause sono fondamentali: suono e silenzio hanno la stessa importanza. Le sue composizioni ricordano gli Haiku, quelle brevissime poesie giapponesi che hanno la durata di un respiro.

E Beethoven?

Gli ultimi quartetti di Beethoven sono la sua musica più alta, perché liberano dall'ego, liberano l'inconscio. Un senso di libertà che ha origine da sentimenti naturali, perché qui il suono viene dall'interno dell'uomo, e l'uomo è parte della natura. Un legame che la cultura europea più alta esprime benissimo.

Intervista di W. Edwin Rosasco – IL SECOLO XIX – 06/02/2005



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