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LA SAPIENZA DEI SELVAGGI

a cura di Paolo Solari, Pablo

N1

04/04/2001

L'ULTIMO UOMO DELLA PIETRA STATUNITENSE

Quasi nudo, le ossa sporgenti, il terrore negli occhi, semisvenuto Ishi venne catturato da un solerte sceriffo armato, che dopo averlo ammanettato lo rinchiuse nella cella di Oroville riservata ai pazzi. Solo perchè non sapeva parlare.

Nessuno riuscì a comunicare con il selvaggio.

La notizia si diffuse in un baleno e fortuna volle che tra i ricercatori statunitensi vi fossero estimatori delle culture native, perchè in tutte le conquiste ci si pente e non si comprende in anticipo.

ISHI

Ishi potrebbe essere una parolaccia, una bestemmia, un'impudicizia od una irriverenza. Stizziti pignoli padroni della cultura potrebbero pensare al ceppo linguistico di appartenenza o alla pronuncia corretta su riferimenti di qualche civiltà ovviamente etnocentricamente vincente. Termine affascinante ed orientaleggiante potrebbe anche essere molto snob, altrimenti perchè ricordarlo?

Invece altro non è se non il nome di un essere umano, uno di quelli che fecero parte del bestiario selvaggio fino all'inizio del 1900 e che idealmente fanno parte di quelli che oggi ancora per poco sono felicemente selvaggi.

ISHI, nativo nordamericano, fu l'ultimo della sua tribù; non l'ultimo dei Mohicani, che stanno ancora sghignazzando e toccandosi alla faccia di Fenimore Cooper: ultimo nella letteratura sarà lui. Purtroppo ISHI (uomo nella sua lingua) lo fu veramente.

La sua gente non esiste più dal primo decennio del secolo scorso...e chi se ne frega. Quanti si inorridiranno?...non dormiranno?...faranno una petizione?...muoveranno un dito per salvare i tanti ISHI che in questo momento stanno morendo?

Pare quindi opportuno, per partire bene da un porto, ricordare che proprio 85 anni fa moriva quell'UOMO, l'ultimo degli Yahi. Il 15 marzo 1916 si spegneva per le conseguenze della tubercolosi un Grande al pari di altri nativi divenuti famosi nella storia nordamericana anche se per motivi meno eclatanti: grandi furono la sua generosità e semplicità. Assurse alla gloria non per le battaglie, le cavalcate, le cacce anche se fu cacciatore e guerriero, ma per essere l'ultimo uomo della pietra statunitense.

LA TRIBU' di ISHI

Gli Yahi furono la tribù meridionale degli Yana, parlanti diversi dialetti e facenti parte delle etnie californiane. Sembra siano stati circa tremila, suddivisi in quattro gruppi. Vissero nella regione occidentale di Sacramento ed intorno al X secolo si trasferirono nella zona dell'altipiano.

Gli Yahi erano i più meridionali, risiedettero nella zona del Mill Creek e del Deer Creek ed erano vicini dei Wintun e dei Maidu. Il ceppo linguistico originario era quello Hokam, tuttavia presentavano una originalità sosrprendente: uomini e donne parlavano dialetti differenti. Cacciavano, pescavano e raccoglievano frutta e radici. Intrecciavano contenitori di ogni tipo.

La sventura li assalì mortalmente con la corsa all'oro del 1849 in California, un anno dopo l'acquisizione della regione da parte degli Stati Uniti. Una caccia-massacro totale per molte nazioni native e ferocissima, al punto da arricchire le macabre collezioni dei cacciatori bianchi di scalpi. I nativi californiani non conoscevano la pratica dello scotennamento, un metodo applicato senza alcun rispetto per età e sesso fino al 1868 in grande stile, quando ISHI aveva forse sei anni e quando i civilissimi euroamericani ritennero di aver finalmente distrutto gli Yahi ritenuti colpevoli di ogni delitto perchè resistevano e difendevano come potevano la loro terra.

Altri, vittime del genocidio, avevano già dimenticato le origini: infatti nel 1872 i parenti Yana del nord e del centro ammontavano a circa trenta individui. Ventidue anni prima vivevano ancora nel loro territorio, tra l'altro riconosciuto dagli stessi invasori.

Non fu così per gli Yahi, che attaccavano solo chi aveva fatto loro un torto. Riuscirono a far perdere le loro traccie fino al 1884. Sembravano svaniti nel nulla, talmente impauriti e decimati, ma abili nel nascondere ogni traccia. Vi fu solo qualche segnalazione vera o immaginaria fino al 1908, quando i bianchi scoprirono Wowonuko sul Monte Lassen, il rifugio pressochè impenetrabile del gruppo di ISHI, che di conseguenza si disperse, portando alla sola sopravvivenza dell'ultimo Yahi. Visse ancora per tre anni su quel monte, finchè vinto dalla fame e dalla solitudine non si presentò il 29 agosto del 1911 davanti a un mattatoio distante più di 100 chilometri da Oroville, a nord-est di Sacramento.




Alfred L. Kroeber e Thomas T. Waterman, due scienziati dell'Anthropological Museum of California, lo presero con loro, fortemente stimolati dall'opportunità di aver a che fare con l'ultimo di un gruppo di cui non si era potuto trascrivere la lingua, usi e costumi, perchè si riteneva scomparso.

Ishi non fu “riservato” (mandato in una riserva), ma divenne un “testimonial”: un living exhibit per il museo di antropologia, insomma faceva “l'indiano” per i visitatori, anche se era stato assunto come aiuto-portiere, perchè dopo cinque secoli di conquista nessuno sapeva come trattarlo, perchè troppi si chiesero chi doveva mantenerlo e qualcuno se avesse diritto al voto, dopo che i civili ispano-angloamericani lo avevano ridotto ad essere l'ultimo degli Yahi.

Venne studiato, la sua lingua fu tradotta, la comunicazione proseguì per cinque anni con picchi di curiosità impressionanti, d'altronde in quel 1911 nasceva Hollywood: richieste cinematografiche, circensi, discografiche, giornalistiche e persino matrimoniali.

Il buon selvaggio fece una grande operazione culturale, dimostrando quell'intelligenza tipica di chi sa coniugarla con la saggezza ed il buon senso delle società democratiche, rispettose del legame indissolubile con la Madre Terra.

In tutti gli appuntamenti mondani era interessato maggiormente all'ambiente ed alla gente comune.

Sorprese molti perchè si lavava tutti i giorni, come aveva sempre fatto quando viveva con la sua gente, un'abitudine non certo applicata dai colonizzatori. Imparò l'inglese ad un livello superiore degli immigrati europei, si affezionò molto ai suoi nuovi amici bianchi Kroeber e Waterman, a cui si aggiunse il medico Saxton Pope, che l'avevano accolto. Aveva un rispetto così alto del rapporto umano (la nostra educazione) che lo spingeva a sforzarsi di riconoscere tutti i visitatori per salutarli, anche quando erano centinaia.

Ricostruì dal vivo la cultura yahi con racconti, spiegazioni, dimostrazioni. Mostrò ai suoi amici bianchi la costruzione di un arco e l'accensione di un fuoco, ma soprattutto dimostrò quello che i conquistatori non capirebbero mai: comprensione, interesse ed accettazione per la civiltà occidentale della fiorente area californiana. Non si spaventò e mostrò gradimento, fu un grande osservatore e non volle lasciare quella sua nuova casa. Fino al punto di arrabbiarsi, l'unica volta, con gli scienziati, quando decisero di fare una spedizione nella sua terra, e lo fece per difendere i suoi amici bianchi dai pericoli vissuti per circa mezzo secolo per colpa della caccia all'uomo.

In quella spedizione forse rivisse un sogno senza dimostrare nostalgia verso i propri ospiti, diede sonore lezioni di come si dovrebbe vivere nell'ambiente naturale senza sminuirsi e senza deificarsi. Volle, comunque, con forza ritornare a vivere nella sua casa-museo, per dimostrare che la tecnologia può essere vissuta umanamente se si rispetta la Madre Terra, lontano secoli di intelligenza dalle smanie cattedrattiche.

Quando venne l'ora di ricongiungersi con le energie cosmiche e morì l'ultimo uomo della pietra nordamericano, ISHI aveva registrato decine di canzoni ed era stato protagonista di molti filmati e fiumi di scritti lo raccontavano. Tuttavia il mondo fobicamente curioso presto si dimenticò di lui con la sola esclusione dei suoi strani amici.

Impedirono di studiare il cadavere e lo seppellirono con la cremazione come avrebbero fatto gli Yahi, insieme a farina di ghiande, cinque frecce e punte di ossidiana.

ISHI per...

Kroeber disse: “Era l'uomo più paziente che io abbia conosciuto. Intendo dire che esercitava la filosofia della pazienza, senza alcuna traccia di autocompassione o di amarezza capaci di turbare la purezza della sua serena pazienza”. (1)

Pope, che lo curò per anni, espresse chiaramente la sua saggezza: “E così, con animo stoico e impavido morì l'ultimo indiano selvaggio d'America. Egli ha chiuso un capitolo della storia. Ci considerava come fanciulli sofisticati – intelligenti, ma non saggi. Noi conosciamo molte cose, e parecchie di esse sono false. Egli conosceva la natura, che è sempre vera. Le sue erano qualità che sono valide in eterno. Era benevolo: aveva coraggio ed autocontrollo, e quantunque gli fosse stata strappata ogni cosa, non v'era amarezza nel suo cuore. La sua anima era quella di un bambino, la sua mente quella di un filosofo.” (2)

Ma fuori dalla cerchia di quegli strani scienziati ISHI venne consumato come qualsiasi prodotto della società yankee, che una volta usato viene gettato. Nel 1957 ci fu un tardivo risveglio d'interesse e per dimostrare l'usa e getta si scoprì che quasi tutti i cilindri di cera con le registrazioni erano inutilizzabili e che le casse con i filmati erano state abbandonate nei locali contigui alle caldaie, con il risultato intelligente di ridurle ad una poltiglia fusa.

Ecco perchè ISHI deve essere ricordato: la sua intelligenza vale più di un impero di pop corn bisunti e padroni cafoni del mondo. Egli aveva accettato il dialogo con chi gli aveva distrutto la sua gente ed i suoi parenti. Ciao ISHI, il viaggio riprende.

Paolo Solari, Pablo

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  1. Da “Primo americano” di C.W.Ceram

  2. Ibidem

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