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MUSICA

Janis Joplin, la conoscevo bene

Janis Joplin avrebbe oggi 62 anni. Iniziano così i racconti di quei personaggi che rimpiangiamo e dei quali cerchiamo di immaginare la vita se non si fosse interrotta troppo presto. Nel suo caso a 27 anni. Dopo Monterey, Woodstock, la droga, l’alcool e una manciata di canzoni da lei così visceralmente reinterpretate. Quei personaggi per i quali non è retorica parlare di culto, di icona generazionale, quella di un gruppo di ragazzi disperati che scappano di casa in cerca del mondo migliore e si sfracellano contro un muro. Quei personaggi limite, unici, irripetibili, quelli capaci di dire alla fine di un concerto: “È come se stasera avessi fatto l’amore con migliaia di persone per poi andarmene a casa da sola”. Janis non era una buona maestra, era una donna autodistruttiva e disperatamente sola, amore non corrisposto, vita legata a doppio filo alla sua arte. Dura, primadonna, ma mostruosamente vulnerabile. Janis muore trentacinque anni fa e i falchi si industriano per ricordarci questa data, tra un Festivalbar e l’altro. Quel mondo non esiste più, perché oggi tra noi e la musica e tra i musicisti e la loro musica, ci sono mille intermediari. Janis anche per questo era sola: nessuno che le abbia detto di non distruggersi con la droga, nessuno che abbia fatto in tempo a scoprire quanto potesse essere una gallina dalle uova d’oro. Fortuna (per chi si riempie il portafoglio), che oggi è pieno il mondo di nostalgici pronti a comprarsi il ricordo, che la purezza degli anni Sessanta si può ricreare in laboratorio e che ci sono pur sempre i box antologici, come questo, bellissimo, dove viene ristampato Pearl (il disco postumo del 1970 con Cry baby, Me and Bobby McGee e Mercedes benz), assieme a esibizioni inedite e ad un fuori programma dove Janis canta “Happy Birthday” a John Lennon. Non è finita, c’è anche un film in cantiere per cui forse Pink (la pop singer che vuol essere la nuova Madonna) sarà Janis. Fortuna che c’è Laura Joplin, sorella di sei anni più giovane di lei, che sponsorizza il progetto e che ci è parsa una persona sincera, come sua sorella maggiore.

Signora Joplin, a chi manca Janis ?

Janis è finita per diventare un simbolo degli anni Sessanta, di quel desiderio di cercare qualcosa oltre la vita ordinaria. Era una che apriva porte e finestre, e si buttava fuori dove gli altri non avevano il coraggio di andare. È stata anche un simbolo di forza per tutte le donne del tempo e lo è tutt’oggi. Io la adoravo era una sorella dal cuore grandissimo, mi portava in giro, mi faceva ascoltare la musica. E soprattutto era una donna onesta e vera. E quando esprimi emozioni così profonde con onestà, nessuno potrà mai dimenticarti. L’onestà è il bene che oggi dopo tanti anni, continuiamo tutti a ricercare.

L’onestà che manca a tanti musicisti…

Non è vero, Janis amava il folk, il rock, la psichedelica e in ognuno di questi generi tutt’oggi ci sono grandi interpreti, magari sconosciuti. Se penso ad una cerimonia dei Grammy recenti dove le fecero un tributo mi vengono i brividi a pensare alla meravigliosa performance di Peace of my heart di Melissa Etheridge. È vero che tra manager e etichette oggi si è perso molto. L’era del rock psichedelico era vergine da ogni compromesso: per la prima volta le band prendevano il controllo totale della loro musica, avevano tempo e modo di esplorarsi e Janis era una di loro, diceva sempre: non comprometterti mai!.

Cosa successe quando a diciassette anni, cresciuta in una famiglia borghese, Janis abbandonò gli studi e la vostra casa?

Da bambine lei mi insegnava a scrivere canzoni folk con la chitarra, era fissata con Odetta, Bessy Smith e Leadbelly. In famiglia la mamma ascoltava le musiche di Brodway e papà la classica, da West side story a Bach, poi arrivò l’amore per il folk, ma lei non dimenticò mai che in casa ascoltavamo Summertime, e un giorno decise di rifarla. Con l’adolescenza iniziarono i problemi con la droga, se ne andò a vivere in California vicino ad una nostra zia. Ma continuò a scriverci e a venirci a trovare.

Quanto il movimento hippy e la contestazione la influenzarono?

Tanto, in tutto il disco Pearl c’è un senso di promessa, di aspettativa. Era eccitata dal movimento, voleva partecipare alla creazione di un mondo migliore. Nella vita ha sempre ricercato la purezza, voleva disintossicarsi, cercava la felicità e si può sentire nella sua musica. Mercedes benz è la combinazione perfetta di queste cose: è una canzone politica sulla vita, ha molto humor e gioia rimanendo un pezzo rock and roll.

Janis era una persona felice?

Si divideva tra gioia e sofferenza. Entrava drammaticamente nel blues e sapeva comunicare le sue emozioni come nessun altro, ma non posso pensare che fosse semplicemente infelice.

Eppure leggenda vuole che Janis fosse terribilmente sola…

Non è vero. Amava la gente, aveva molti amici. Sia a Monterey che a Woodstock aveva legato con tutti. Era considerata una sacerdotessa del movimento hippy. La incontrai una volta durante la “Summer of love” e rimasi stupita da quanto chiunque la considerasse un faro del suo tempo. Amava Bob Dylan, Tina Turner, Aretha Franklin, Otis Redding, mi parlava dei Beatles, amava la gente capace di fare musica vera.
Lei è stata criticata per aver organizzato una sorta di reality show con lo scopo di trovare una nuova Janis .

Di cosa si tratta?

Non sono stata capita. La mia intenzione era quella di far conoscere Janis alle nuove generazioni. Non volevo trovare un suo clone. Per ora però abbiamo fermato il progetto.

Janis è stata la più grande voce nera tra le cantanti bianche. Come reagì il pubblico afroamericano al suo feeling?

Negli anni Sessanta in pieno razzismo in America i bianchi hanno sempre preso e reso popolare la musica nera. Janis comparve in un periodo transitorio di questo processo. Qualcuno a suo tempo si sentì derubato, ma tanti hanno interpretato il suo sforzo come un bellissimo tributo all’enorme creatività afro-americana.

Silvia Boschero – L'UNITA' – 25/05/2005



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