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MUSICA

Eroi in scarp del tennis

Spigoli della storia: Jannacci scende dal freddo di Milano a Roma, in un giorno d'autunno che sul Tevere è ancora estate, per presentare un disco che è nuovo però è vecchio, tutto cantato, recitato in milanese grigio non metallizzato. Come una vecchia “Balilla” traballante alla quale han mangiato le ruote e alla quale han mangiato le ruote e alla quale lui ha dato le ali per volare oltre il cielo piombato di una Milano che non c'è più. Eccolo a Roma, insieme a tutti i suoi personaggi, abbracci lui e ti pare di abbracciare “Scarpdetenis” con quello che andava a Rogoredo, con quello che le ha comprato delle belle calze di seta, o con quell'altro che sogna un mare di nuvole in cui svolazzano tanti bei biglietti da mille, mentre pensi che in Italia come lui non c'è nessuno e che se quelli del Nobel a Fo danno il premio anche a Enzo, da quel momento in poi tutti si vita Nobel, il nuovo sol dell'avvenire.

Ero bravo, da giovane – racconta Jannacci, muscoli e pigiama sul divanetto di un albergo romano – però questo disco è venuto bene. L'ho fatto perché volevo che queste immagini di Milano-Italia fossero passate a figli e nipoti che non ne sanno nulla. Poi ho avuto un colpo di culo: registrato in presa diretta, ero in voce, sì va bene, subito dopo una laringite e soprattutto mi ricordavo tutto. Io che normalmente vado di là e quando sono di là mi chiedo: che ci faccio di là? Insomma non ricordo perché”.


Il disco si intitola “Milano 3-6-2005”. Copertina old style, il bel faccione di Enzo, denti e occhiali in primo piano, che ride assurdo: Enzo quando ride “strappa”, torna a casa, a occhi chiusi vede tutti i suoi benevoli fantasmi e sta benone perché alla data scritta assieme a un corpo da karateka e una pancia da “che bello mangiare-bere”. Una quarantina d'anni dopo aver inciso quegli straordinari ritratti di gente di Milano insieme a Dario Fo, a Fiorenzo Carpi, a Strehler e Franco Fortini – lo capite bene: questo non è un gruppo di lavoro, è la corazzata Potemkin dell'intelligenza italiana – Jannacci ha deciso di prendere alcuni titoli celebri (e meno) e di reinciderli, così come gli veniva oggi, alla vigilia di un compleanno che ha una sua fastidiosa teatralità non richiesta.


Ho un sospetto e glielo confesso. Tutta quella gente delle sue canzoni milanesi son un esercito di personaggi che la cultura dell'Isola dei Famosi o del Grande Fratello definirebbe volentieri dei supersfigati. Sono tanti, e alle loro spalle se ne intravedono quanti il pubblico di MilanInter a San Siro. Come li canta Jannacci sono tutti belli, santi, degni, assolti, senza peccato, anzi è gente senza il peccato originale, sono brandelli di una umanità d'amore accesa. Sono il popolo di “Miracolo a Milano”, sono i figli di quel miracoloso intreccio cinematografico che fece della spietatezza di De Sica e dell'ironia di Cesare Zavattini una solidale Excalibur poetica bruciante e indimenticabile. Più passa il tempo e più, ogni volta che penso a Zavattini e al suo sguardo sulle cose, mi viene nostalgia, rimpianto. Insomma, quello stadio pieno di Scarpedetenis mi sembra la fotografia di una Milano, di un'Italia che non ci sono più. Forse le periferie hanno perduto l'innocenza, forse il margine non è più così naif, forse la malizia inchioda oggi a terra le scope su cui se ne vola via, in coda a Miracolo a Milano, questo esercito di diseredati senza la maglia di lana sotto.


Se ho ragione, questo nuovo disco è un reperto, una citazione di ciò che non è adesso Milano...


Tra allora e adesso c'è di mezzo, più che il tempo, la televisione. La Grande Organizzatrice delle nostre vite, l'unico elettrodomestico più forte di noi e tanto più forte e potente quanto più agisce su chi non ha potere, su chi non è padrone del suo tempo, dei suoi diritti. La tv, se vuoi, ha involgarito per ipnosi sogni e e bisogni anche di chi sta al margine. Senti questa: sono testimone diretto del fatto che i bambini appena nati non dicono più, come prima parola, “mamma”, dicono “bmw”: osti l'ho sentito, è che in quella casa padre e madre parlano continuamente della macchina che vorrebbero, quel marchio è la parola più usata in casa e lui, il bambino, non dice più mamma cercando di parlare, si affida al simbolo più in voga e dice gorgogliando “bmw”. Ma resta gente senza potere, è l'assenza reale di potere che ti affranca dal peccato. Insieme alla sofferenza, una sofferenza spesso cieca e brutale.


Chi la prova oggi questa sofferenza?


Quelli di sempre. Quelli che non sanno cosa rispondere ai figli che dicono: papà, io vado a scuola e tu perché non vai a lavorare? E alla terza richiesta inventano una bugia e fingono di alzarsi di buona mattina per andare a un lavoro che non esiste. Penso a Berlusconi e alle stronzate che rovescia sulla testa degli italiani da anni: ricchezza per tutti, tagliare le tasse, competitività. Ma se faccio fatica ad essere competitivo anche nei discount! Agli italiani che pure ci credono ancora anche se sono alla frutta – io per esempio, a proposito di frutta, la prima banana l'ho mangiata a quattordici anni – mi vien voglia di dirgli: allora votatelo ancora, tenetevelo, fino alla morte. C'è niente da fare, queste cose mi rendono furioso e poi faccio paura a un sacco di gente che dice che sono pazzo. Risalgo una corrente troppo forte: vorrei convincere tutti che le storie che canto riguardano non dei perdenti ma dei vincenti. Macché margine, macché fuorigioco: è tutta gente che sta in cima alla vita e ai suoi valori, la loro vita è un linguaggio vincente, l'unico. Ma gli indottrinati televisivi la capiscono questa cosa qui?


Pazzo? Sanguigno, forse, ma proprio matto, come si dice, è una follia...


Per molti, sono all'indice da tanti anni, questione di famiglia. Mio padre, nella mia testa, sta sempre con due bombe in mano, accese, una nella destra e una nella sinistra ed è lì che minaccia di farle esplodere in faccia ai fascisti. Tutta roba vera. Io, invece, per anni ho chiesto nei contratti per i concerti di poter avere quattro scalini che scendono dal palco verso il pubblico: volevo poter intervenire sei fascisti mi provocavano, come hanno fatto dozzine di volte. Una sera son lì che faccio le mie cose in scena e vedo nelle prime file un tipo che sta con la gazzetta dello sport aperta, sempre aperta mentre recito e canto. Scendo di corsa, gli strappo il giornale dalle mani e gli mollo due sganassoni al vigliacco fascista. Torno sul palco e riprendo il filo: tutto in una manciata di secondi. Par che non sia successo niente è invece non è vero. Son fatto così, a qualcuno può far paura uno come me, che ci vuol fare? Mio figlio è uguale, anzi peggio: va così. Un giorno, in tv con Chiambretti che faceva da padrone di casa, mi capita che lui, nel darmi la parola, premetta, in pubblico, “a questo qui gli serve un'ora e mezza per mettere insieme le idee e cantare la sua...”; lo prendo per il cravattino e gli dico: sono chiedi scusa subito ti do un calcio in culo, come ti permetti? Ha chiesto scusa, pallido come un cencio. Non mi piace quel modo di fare.


Sganassoni a parte, c'è la politica: come se la cava oggi in Italia?


C'è da sperare che la Grande Alleanza Democratica vada in porto, nonostante tutto. E' l'unico antidoto contro il berlusconismo e i suoi vizi. Devo dire che oggi il mio giornale è l'Unità: lo leggo tutti i giorni, è bello, vivo, interessante. Certo, a volte non sembra impaginato come dio comanda ma...


Il signore ti benedica, fermati un secondo e lasciati riportare indietro. Una differenza abbastanza sostanziale tra la versione originaria di quei pezzi e quella che hai raccolto nel nuovo disco mi pare ci sia, è un po' complicato da spiegare ma ci provo. C'era un che di eroico nelle vecchie interpretazioni che veniva a galla forte quando, ad un certo punto, alzavi la voce, quasi sfondavi nel falsetto, e urlavi con tutto il fiato che avevi in corpo. “Eeeeeeeelpurtava i scarp de tenis”: scritto così non se renda, ma quando esplodevi in quella fantastica curva epica era evidente che quel personaggio era un vero eroe, era vincente, aveva vinto il primo premio della vita perché quell'urlo era una dose quasi tossica di energia che spingeva in alto dolore e amore fin sulle teste di tutto, fin su in paradiso, nel paradiso degli umili. E chi ti ascoltava, se aveva sangue nelle vene, capiva con il corpo che lì, in quelle strofe, in quella storia, c'era più trionfo che in Bandiera Rossa che quell'urlo sgraziato era politico e gli veniva la pelle d'oca. La sto facendo lunga. Nelle reincisioni, vien fuori una gamma di grigi che prima non era leggibile, il racconto pare più privilegiato, più intimo, la voce, come si dice, è più bella. L'emozione è grande e garantita, però...


Perché me l'hai detto adesso? Se me lo dicevi prima di fare il disco...Manca quella roba lì perché forse non ce l'ho più dentro. Bisogna aver rabbia forte. O forse è l'età, forse è colpa dei miei settant'anni. Mi veniva facile quando ero giovane, perché pensavo a mio padre, alla mia vita dura...Però, un conto è registrare, un conto è cantare sul palco. Adesso che ci penso stà a vedere che mi torna quella roba lì, basta ricordare...vedrai stasera, al concerto. Te lo prometto.


Intervista di Toni Jop – L'UNITA' – 23/10/2004



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