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CINEMA

Jarmush: com'è triste il mio paradiso

Filmografia

E' considerato uno dei più originali e innovativi registi americani, il regista indipendente per antonomasia, uno di quelli che mai lavorerebbe per una major. Jim Jarmush si racconta e ci racconta il suo punto di vista sul mondo: la politica, Hollywood, il primo incontro con Roberto Benigni. L'occasione è il ritorno nelle sale cinematografiche italiane di Down by law, il film che nel 1986 fece conoscere all'America il talento comico di Roberto Benigni e che nella traduzione italiana divenne Daunbailò, parola senza senso, mera trasposizione della pronuncia americana del termine “fuorilegge”, puro suono musicale, a sottolineare l'importanza che la musica (quella di John Lurie e Tom Waits, protagonisti insieme a Benigni del film) ricopre in questa, come in tutte le pellicole di Jarmush.

La trama racconta di tre compagni di cella che riescono ad evadere e l'avventura della loro fuga. Ma la trama non è importante, è solo un pretesto per raccontare il mondo che Jarmush preferisce: quell'America popolare vista dagli occhi degli emarginati, spesso degli stranieri.

In Daunbailò lo straniero è Roberto, l'italiano che parla un buffo inglese, che non conosce l'America ma che individua meglio degli altri l'essenza di quella terra: “Un mondo triste e bello” farà dire Jarmush a Benigni in una delle scene del film.

E ora, a distanza di sedici anni, quel mondo è sempre triste e bello?

Forse un poco più triste che bello. Ma c'è ancora una sorta di bellezza, soprattutto nelle piccole cose. Il rapporto fra la gente, quello invece è proprio triste ormai.

Lei ha spesso raccontato l'America vista degli occhi degli stranieri, Benigni in “Daunbailò”, l'immigrazione ungherese in “Stranger than Paradise”, la coppia giapponese in “Mistery Train”. Perché?

L'America è stata fatta da persone provenienti da altri paesi, ad eccezione dei nativi che sono stati praticamente tutti eliminati dalla mia gente e dalla mia cultura. Ma la ragione è un'altra: penso che coloro che hanno una prospettiva diversa, un po' distanziata spesso abbiano un più interessante e più acuto punto di visto. Roberto in Daunbailò mostra di capire e conoscere lo spirito dell'America in maniera più profonda rispetto ai due protagonisti americani. Roberto capisce la poesia di Robert Frost e la sua rappresentazione dello spirito dell'America, per gli altri si tratta solo di cose noiose che hanno dovuto studiare a scuola.

Cosa ricorda del giovane Roberto Benigni?

Ricordo di averlo visto per la prima volta e Salsomaggiore. Non avendo idea che fosse già famoso in Italia, ricordo che tutti lo salutavano e ricordo di aver pensato che a Salsomaggiore tutti dovevano conoscersi. Poi l'ho incontrato a Roma, avevo in testa l'idea di Daunbailò, ne ho parlato con lui che si è immediatamente mostrato entusiasta. Appena ho finito la sceneggiatura abbiamo iniziato a girare e ho scoperto il talento di Roberto, ancora oggi continuo ad essere stupefatto dell'arte di Benigni.

Cosa pensa di “Pinocchio”? L'ha visto?

Non ancora. Voglio vederlo e vederlo in italiano, con i sottotitoli. Non mi accontenterò dell'edizione americana doppiata. Troverò un'edizione italiana con i sottotitoli a costo di andarlo a vedere in Francia.

“Pinocchio” però è molto lontano dal suo genere di film. Non trova? E' un kolossal, in America ora verrà pubblicizzato nei McDonalds, ci hanno speso un sacco di soldi e gli effetti speciali si sprecano. “Pinocchio” non è un po' troppo “holliwoodiano” per i suoi gusti?

Io amo il cinema, ogni genere di film, non solo il genere di pellicole anche i grandi film hollywoodiani, i film d'azione, dell'orrore. Non ho preconcetti. E poi la storia di Pinocchio. Ho letto Collodi e sono curioso di vedere il lavoro di Roberto. Pinocchio non è il genere di film che farei ma questo non vuol dire che non mi piacerà.

Però non le piace l'industria hollywoodiana.

Io la chiamo la Santa Trinità: soldi, potere, prestigio...non è la religione che fa per me. Trovo che siano anche codardi nelle loro scelte, scelte facili, per non sbagliare. Capisco che si tratti di affari ma se facessero scelte più coraggiose probabilmente farebbero anche più soldi. Se facessero cose più interessanti, meno dispendiose ma più interessanti, probabilmente ne avrebbero anche un maggiore ritorno economico.

Più idee e meno soldi?

Più idee e meno cliché. A Hollywood ogni mossa viene testata. Ogni film viene mostrato prima dell'uscita ai ragazzi delle scuole o ai clienti di un centro commerciale, se qualcosa non piace immediatamente si cambia. Ma allora perché, dico io, non fate fare subito i film ai ragazzi delle scuole. Bisogna un po' forzare i gusti del pubblico, educarlo. Intendiamoci: no ho nulla contro i ragazzi o il pubblico di un centro commerciale, semplicemente non capisco Hollywood.

Torniamo dunque al suo cinema, quali sono i suoi prossimi progetti?

Sono molto superstizioso, preferirei non parlarne. Comunque farò dei corti quest'inverno e poi un film la prossima primavera e forse un altro film il prossimo inverno. Molti, anche troppi progetti. Ora mi prendo una pausa, per dormire. Perché se non dormo non sogno e se non ho sogno non ho input per i miei film. Le idee mi arrivano dai sogni.

Parliamo un po' di politica, parliamo di Bush, ora ha anche vinto le elezioni di metà mandato.

E la colpa è della stampa americana. Leggendo i giornali sembra che tutti in America amino Bush, ma non è vero. So di non essere l'americano tipo ma possibile che io non conosca nessuno, proprio nessuno che sostenga la politica di Bush? Non conosco nessuno che sia convinto della bontà dell'invasione dell'Iraq.

Invasione?

Sì, certo. Un'invasione che non è altro che un modo per distrarre l'opinione pubblica dai grandi scandali delle corporations americane, sto parlando dei casi Worldcom e Enron. Il più grande scandalo economico della storia dell'umanità, una bancarotta da 64 miliardi di dollari e qui si sente solo parlare di quanto è cattivo Saddam.

Una bocciatura su tutta la linea, insomma.

Come potrebbe essere altrimenti, l'attuale governo americano è al potere grazie alle corporazioni del petrolio e delle armi. E' logico che faccia il loro gioco. Non c'è altro da dire, se non tutto questo è molto triste.

Intervista di Francesca Gentile – L'UNITA' – 09/11/2002

Visioni, colori e suoni per l'epica dei perdenti

Permanent Vacation (1980)

La prima volta di Jim dietro alla macchina da presa, affiancato da quello che sarà suo fedele “complice” in tanti film: il sulfureo John Lurie, leader dei Lounge Lizards. In una New York semideserta si aggira Aloysius, giovane “turista della vita” pronto a prendere e lasciare donne, ad ascoltare i passanti, a rubare auto finché non deciderà di scappare a Parigi in cerca della sua Babilonia.

Stranger Than Paradise – Più strano del paradiso (1984)

Film rivelazione che ha fatto conoscere il regista al pubblico internazionale e, soprattutto, ha affascinato la critica per la sua prorompente originalità “minimalista”. Girato con gli scarti di pellicola de Lo stato delle cose di Wim Wenders il film ci descrive la vita di una coppia di sfaccendati: l'ungherese Bela (John Lurie) ed il suo amico col quale tira avanti barando a poker. Con l'arrivo di una cugina di Bela i due decidono di partire alla volta della Florida, dove, puntualmente giocano e perdono e poi si “perdono” a loro volta.

Dunbailò (1986)

Con Roberto Benigni, nel cast, il film è di nuovo nelle sale.

Mistery Train (1989)

Quattro episodi ambientati in una notte di Memphis vissuta attraverso le storie di personaggi molto “jarmuschiani”. Apparizioni di Elvis Presley e anche d Joe Strummer, ex leader dei Clash, ma in carne ed ossa.

Taxisti di notte (1992)

Ancora un film a episodi. Cinque storie notturne a bordo di un taxi in cinque città diverse: Los Angeles, New York, Parigi, Roma, Helsinki. Nell'episodio romano torna di scena Benigni, nei panni del tassista che si ritrova con un prete a bordo in fin di vita.

Dead Man (1995)

Un western “lisergico” dove lo spazio della frontiera diventa un limite interiore. Una sorta di fuga dal mondo fatta di allucinazioni e visioni. Grande interpretazione di Robert Mitchum e strepitosa colonna sonora di Neil Young.

Ghost dog – Il codice del samurai (1999)

Noir zen e onirico con tratti surreali col quale il regista prosegue la sua riflessione sulla morte iniziata con Dead Man. Un killer newyorkese al soldo della mafia trova ispirazione nell' Hagakure, il trattato sull'etica dei samurai. Ma quando i suoi padrini decidono di farlo fuori si trova di fronte ad un problema morale: come ribellarsi ai suoi signori? Ritorno di Jarmush alla forza del suo primo cinema.



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