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Javier Cercas
Intervistato da Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 08/02/2002

Javier Cercas, la guerra civile in noir

Venti edizioni in pochi mesi, centinaia di migliaia di copia vendute, traduzioni in quindici lingue: in Spagna, il libro del quarantenne Javier Cercas è diventato un caso. Eppure tutto questo non è importante. Soldati di Salamina, appena pubblicato in Italia da Guanda (traduzione di Pina Cacucci, 214 pagine, 14 €), è molto più di un libro di successo che vale la pena leggere per piacere o per moda. E' un libro intensissimo, appassionante, un libro imperdibile che conduce il lettore sulle ali di una tensione quasi da noir, di un'apparente leggerezza che però non ha paura di affrontare temi fondamentali della nostra esistenza. Lo spunto per questo viaggio alle radici dell'etica e della dignità è offerto a Cercas da un episodio apparentemente secondario accaduto negli ultimi giorni della guerra civile spagnola, quando l'esercito repubblicano in rotta stava fuggendo affannosamente verso la frontiera francese. Nei pressi del santuario del Collell, vicino a Gerona, una cinquantina di prigionieri nazionalisti viene condotta in una radura per essere fucilata. Tra loro c'è Rafael Sánchez Masas, scrittore e falangista di primo piano, un gerarca importante, notissimo. Appena intuisce il motivo per cui è stato portato in quella radura, Sánchez Masas si getta nel bosco e si acquatta nel fango. Comincia la battuta nel sua ricerca, finché un giovane miliziano lo scopre. Lo guarda per qualche attimo negli occhi, grida “Qui non c'è nessuno!” si gira e se ne va. E' da quello sguardo che nasce il libro di Javier Cercas “Sì”, ammette l'autore. “Quei pochi attimi si sono trasformati nell'ossessione che costituisce indispensabile alla scrittura. Da lì è partita la mia ricerca: “Sánchez Masas si salvò, poi, anche grazie a tre disertori repubblicani, gli “amici del bosco”, che lo aiutarono a nascondersi fino all'arrivo dei franchisti. Il mio libro racconta come un giornalista di nome Javier Cercas arrivi a rintracciare i sopravvissuti e forse perfino il miliziano che salvò la vita al gerarca. Forse quel miliziano si chiamava Antoni Miralles e vive ancora in un ospizio di Digione, dimenticato da tutti. Eppure tutti noi dobbiamo qualcosa a lui e agli uomini come lui”.

L'ennesimo romanzo sulla guerra civile spagnola?

Il mio problema è stato proprio quello di non scrivere un altro romanzo sulla guerra civile, uno dei tanti. Dipende da come si affronta il tema. Io, per fortuna, ho la necessaria distanza da quegli avvenimenti, per esempio mio padre e mia madre non sono mai stati perseguitati, e questo fa in modo che io possa avere uno sguardo particolare, meno coinvolto. Ciò non toglie che sia necessario parlare ancora di quegli anni. Gli uomini di Aznar dicono che a quell'epoca nessuno dei due fronti combatteva per la libertà. Questo è falso, è un'opera di revisionismo storico più retrive. In realtà, dopo la morte di Franco, la transizione spagnola si è basata su un patto d'oblio: facciamo finta che non sia successo nulla. Oggi possiamo ammettere che quel patto è stato un male minore, un tacito accordo che ha permesso alla Spagna di entrare in Europa e di diventare un paese in cui si vive abbastanza bene, ma il prezzo altissimo che abbiamo pagato è questa nebbia di mezze verità e di bugie che regna su quel periodo. Abbiamo dimenticato uomini di destra come Sánchez Masas, sì, ma soprattutto tantissimi Miralles, di cui nessuno si ricorda, perché sono scomodi. Raccontare le loro storie è un modo per non farli morire, per non dimenticare.

Il libro è un felicissimo intreccio tra romanzo e réportage, tra storie del passato e del presente, è una mescola di generi, è il racconto di avvenimenti reali, ma anche quello del processo di formazione di un romanzo, del modo in cui si costruisce la scrittura. Però il tuo protagonista ripete spesso che non si tratta di un romanzo, ma di un “racconto reale”.

Non c'è nulla di nuovo in questo ibrido tra finzione e realtà. C'è una lunga tradizione in questo senso, anzi direi che l'assenza del romanzo è meticcia. Il romanzo è un genere di generi, un genere degenerato. Il suo statu è proprio quello di nascere plebeo, di non avere uno statuto, e questo non è difetto, ma la caratteristica essenziale di un genere che si definisce per il carattere quasi infinitamente proteico, per la sua capacità quasi infinita di assimilare tutto ciò che può assimilare, fagocitando di volta in volta la poesia, la filosofia, il giornalismo. Il fatto è che appena qualcuno comincia a narrare, già si muove nel territorio dell'invenzione. Il “racconto reale” di cui parlo nel libro in fondo è impossibile.

Perciò non credi alla sempre evocata morte del romanzo.

E' un tema stupido, quello della morte del romanzo, ma costantemente ricorrentemente. Chi la afferma, sembra molto intelligente, molto alla moda. In realtà è un'affermazione basata in gran parte sull'ignoranza: si parla del romanzo come se fosse sempre esistito, e invece è un genere letterario giovanissimo, che non appartiene alla tradizione classica. Questo era il problema del primo romanziere, don Miguel de Cervantes. Avrebbe voluto passare alla storia per le sue poesie, mentre il Chisciotte ai suoi tempi non era preso sul serio. Cervantes, insomma, non avrebbe mai vinto il premio Cervantes. Che è il più importante premio per la narrativa di lingua spagnola. In realtà, proprio per il suo Dna meticcio, per questa sua capacità di ingoiare tutto, il romanzo è ancora vitalissimo.

E' per questo che nel tuo libro ti sei preso anche tante libertà rispetto alla realtà.

Certo. Anche se il protagonista del libro si chiama come me, non è me: mia moglie non mi ha lasciato, almeno fino a ieri quando l'ho sentita al telefono, e mio padre non è morto, come nel caso del Javier Cercas del romanzo. Io subordino sempre la realtà fattuale a quella letteraria, che è molto più importante per me. La verità letteraria non è la verità storica, né quella giornalistica: è una verità d'altro tipo, più universale, più valida; è una verità morale, poetica. Così, se è necessario ammazzare il padre dello Javier Cercas del libro, nessun problema: lo ammazzo. Questa manipolazione della realtà risponde alla ricerca di una verità letteraria.

Ti aspettavi tutto questo successo? E cosa te ne farai, adesso?

Neanche nel più megalomane dei miei sogni me lo potevo immaginare. Soldati di Salamina è un libro strano così strano, anomalo, che era difficile figurarsi quello che poi è accaduto. Prima, con i miei libri precedenti, potevo ancora chiamare i miei lettori “la banda dei quattro”. Adesso non più. Naturalmente, è una cosa stupenda, perché non esiste scrittore che non sogni segretamente di non avere più lettori di quanti ne possa immaginare. Ma, se è questo a cui alludi, non mi sono montato la testa. Solo mia madre crede che nella tradizione occidentale ci sia un grande vuoto fra successo non è una sorpresa, continua a ripetermi che non è normale, ma per il resto del mondo, e soprattutto per me, non lo è. L'unica cosa che posso fare e continuare a lavorare, anche se un po' mi pesano la responsabilità, le aspettative, dopo che perfino un maestro come Vargas Llosa ha scritto meraviglie del mio libro. Per fortuna, ho sempre cercato di non pubblicare così, tanto per pubblicare. Cito sempre la frase di Valéry che dice che uno scrittore si riconosce più da quello che ha buttato nel cestino che da quello che scrive. Posso solo dire che continuerò a buttare via molte pagine.

Intervista di Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 08/02/2002

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