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MUSICA

John Cale: “Come ho seppellito gli anni '60”

A vederlo incute un certo timore. Sarà per l'aura di leggenda che lo circonda, sarà per quell'aspetto cupo e arcigno, da incorreggibile burbero. Comunque sia, incontrare John Cale è un'esperienza. Non capita tutti i giorni, infatti, di trovarsi di fronte uno che la storia del rock l'ha forgiata veramente. E che, dietro di sé, ha lasciato segni importanti e pesanti. Prima coi magici Velvet Underground dell'amico/nemico Luu Reed e, creativa, dove tra i dischi epocali come Paris 1919 e Music for a New Society ha trovato persino il tempo di produrre il folgorante debutto di Patti Smith, Horses. Il bello, però, e che John non ha smesso di cercare. A 61 anni è curioso come un ragazzino e s'appassiona alle nuove tecnologie, come nel suo nuovo e bellissimo cd, Hobosapiens, che presenterà live il 17 novembre all'Alcatraz di Milano e il 18 al Teatro Tenda Ponte Mosca di Torino. El passato, invece, sembra non riguardarlo più. E quasi lo infastidiscono complimenti, allori e riverenze.

No, i complimenti fanno piacere – spiega -. Ma niente esagerazioni, please. Quando le persone, giornalisti inclusi, mi trattano come un mito divento subito nervoso. Chissà, forse è perché non sono poi così sicuro di me: sarà la mia parte d'immaturità che viene allo scoperto”.

Ok, allora parliamo del presente. Cioè di “Hobosapiens”. A proposito: perché questo titolo?

E' solo un gioco, un trucchetto poetico. Ma dietro c'è una verità: penso che tutti siamo degli hobo, nel senso che talvolta vorremmo essere qualcun altro o in un altro luogo. Ance solo mentalmente. E di viaggi immaginari in questo disco ne ho fatti parecchi, toccando idealmente un sacco di luoghi geografici. Parlo di Zanzibar, per esempio, però non ci sono mai stato.

Gran bel disco, comunque. Di ricerca, ma senza rinunciare alla comunicazione. E c'è un pezzo, “Things”, che potrebbe finire in classifica...

Oh, sì. Thinghs sarebbe perfetta per le college radio americane (ridacchia, ndr.). A dire il vero preferisco la seconda versione. Things X che ho messo a fine disco. E' più sperimentale. Col mio gruppo di lavoro ne abbiamo fatto dei remix davvero interessanti. Non li pubblicheremo, ma li daremmo ai dj. E magari vi capiterà di ballarli in qualche club. L'elettronica m'intriga, perché ti cambia il punto di vista. Zen, per esempio, all'inizio era un pezzo country e l'odiavo. Poi l'abbiamo risistemato con questa intro di batteria elettronica e ora l'adoro. La tecnologia mi affascina. Può essere fredda e brutale, ma se la sai usare può aprirti nuovi scenari.

Cos'altro la affascina?

La novità, la creatività, la fantasia. Quando vedo qualcosa di strano e inusuale mi entusiasmo. Sono curioso di natura. E amo il mio lavoro. Ma, soprattutto, non voglio finire come un accademico, un pezzo da museo.

Per questo non vuol parlare del suo glorioso passato?

Il passato è morto. Totalmente morto. Non m'interessa. So che ho contribuito, ma non voglio più sentirne parlare. E' il modo migliore per prenderne le distanze è fare dischi come questo, che è milioni di miglia lontano dagli anni '60. Perché io sono una persona differente da allora. E ne sono felice. Ma molti non apprezzano, perché non ritrovano più il John Cale che avevano imparato ad amare. Si sentono come traditi. Meglio i giovani, che sono più aperti e ricettivi. E ciò mi consola.

Eppure ci sono un sacco di giovani band che si richiamano proprio a quel periodo e a quella musica. Gente come Strokes e White Stripes: mai sentiti nominare?

Sin troppo. Ogni giornalista che incontro me li cita. Cosa vuole che le dica? Se c'è qualcuno che è ispirato da quello che ho fatto, ben venga. Ma non m'interessa. Gruppi come gli Strokes, magari, piacciono a chi non ha conosciuto bene i Velvet. Evidentemente c'è ancora un pubblico che cerca quelle atmosfere. Ma, se devo proprio scegliere, allora preferisco chi dimostra un vero attaccamento alle radici dei Velvet. Come Iggy Pop.

Buona scelta. E Lou Reed dove lo mettiamo?

Uffi, mi chiedete sempre di lui...Ok, è sempre un buon poeta e ogni cosa che scrive per me è ottima. Lo apprezzo perché anche lui guarda avanti.

Ma siete ancora amici, vi parlate?

No. Non ci vediamo e non ci parliamo. E va bene così.

Lei è gallese, però vive a New York. Come le sembra questa America?

Non ne esce una bella immagine. Io sono molto arrabbiato. Contro la stampa, che ha abbandonato il suo ruolo di critica: il New York Times, normalmente, è un buon giornale democratico, ma durante la crisi irachena è stato totalmente asservito al potere. Si viveva in un clima assurdo: se uno parlava di risoluzione diplomatica veniva accusato di esser supporter di Saddam Hussein. Ma la cosa che più mi ha fatto arrabbiare è stata la reazione della gente. Gli americani non sono stupidi, come forse Bush pensa, eppure non hanno fatto nulla, se ne sono fregati di quello che stava accadendo. Oggi le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. E non hanno ancora capito che in quattro/cinque anni (o anche prima) l'Iraq si trasformerà in un nuovo Vietnam.

Intervista di Diego Perugini – L'UNITA' – 16/11/2003



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