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MUSICA

John Paul Jones: Mick Jagger? Un grande, ma fermo da decenni

Bisogna trovare le parole giuste quando si ha davanti una leggenda della musica rock. John Paul Jones, il mitico bassista dei Led Zeppelin, è una di queste persone. Un musicista che è esistito prima (come autore degli archi di The Satanic Majesties Request dei Rolling Stone) e dopo la storia di una delle più grandi rock band britanniche, chiusa nel 1980, un anno dopo la morte di John Bonham. John ci ha messo un po' a decidere la sua strada solista. Completo nero e frequentatore assiduo della Londra dell'arte d'avanguardia, oggi è un cinquantacinquenne che non ama farsi riconoscere per strada, che divora la musica altrui, che lavora per passione, ignorando l'industria discografica. Lo può fare. Ha un curriculum di assoluto rispetto: produttore e arrangiatore per album di band come i Rem, collaboratore di Jeff Beck, Donovan, Brian Eno, gli Yardbirds, Diamanda Galas. Ma anche compositore di colonne sonore, e finalmente solista, dal 1996, con il disco Zuma fino all'ultimo Thunder thief dove, con Robert Fripp, prova anche a cantare.

John, ti sei liberato dell'aura di leggenda che ti accompagnava?

Certo, sono una persona normalissima che se sta a Londra e ha la fortuna di vivere con la sua arte in una città ancora piena di stimoli. Una città dove, fortunatamente, la gente non mi riconosce più per strada, tranne qualche turista americano. Leggo, vado a teatro, alle mostre, ascolto musica, soprattutto world: spagnola e africana su tutte.

Anche la musica di gruppi che si ispirano ai Led Zeppelin?

Se intendi band come Strokes o Black rebel motorcycle club, beh, non saprei cosa dire. Non c'è niente di nuovo, mi pare di riascoltare la musica del 1967, con tutto il rispetto. Mi sembra chiaro che tutto torna ciclicamente. Ed è anche colpa del mercato discografico. Alla fine degli anni Sessanta il mercato non era così saturo, ma i problemi erano gli stessi. Per fortuna con i Led Zeppelin, nonostante firmassimo fin dai primissimi tempi per una multinazionale, avevamo la possibilità di fare ciò che volevamo, ma conosco moltissime band che già alla fine degli anni Settanta non godevano del nostro stesso privilegio, Per questo proprio allora nacque il punk, per ribellarsi al sistema. Oggi si aprono nuovi orizzonti: Internet in testa.

Tra le tue attività musicali, dal cinema al teatro (la Fura dels Baus), quale ti ha dato le maggiori soddisfazioni?

Il cinema mi ha divertito, ma in futuro farò solo cose che mi convincono veramente. Che so, se David Lynch mi chiedesse di lavorare con lui, correrei. Il teatro invece lo adoro in tutte le sue forme, forse perché è l'ambiente in cui sono cresciuto: i miei genitori facevano varietà.

Quali dei tuoi coetanei mantengono il giusto approccio alla musica?

E' una domanda difficile, ho il terrore di dimenticare qualcuno. Su tutti direi Neil Young di cui ho il massimo rispetto, perché è un uomo che ha deciso di non fermarsi, di andare avanti senza preoccuparsi di quello che succede nella musica d'oggi. Strumentalmente penso invece al mio amico Jeff Beck. Mick Jagger? Beh, lui è un grande musicista, ma credo sia fermo ai tempi in cui iniziò con gli Stones.

Cosa hai imparato coi Led Zeppelin?

Ad essere onesto con me stesso e con la mia musica. Può sembrare scontato, ma è la pura verità. Facevamo musica per soddisfare noi stessi, senza badare alle case discografiche o alle mode. Il bello è che avevamo successo, piacevano alla gente. Per questa sincerità credo che tutt'oggi quei dischi suonano freschi e interessanti. E poi perché allora, negli Settanta, suonavamo diversi da chiunque altro.

Cosa non ti piace invece di allora?

Il mio brutto taglio di capelli. Oggi non sarebbe proprio possibile.

E la passione per Thor e tutta la mitologia nordica?

Ah, in quel caso non c'entro proprio niente. Detesto Il Signore degli Anelli. Era tutta colpa di Robert Plant!

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 13/06/2002

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