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CINEMA

John Waters: il mio sperma contro gli occhi dei benpensanti

All'incontro con la stampa sulla riva del Po, il mattino successivo alla proiezione di A dirty shame, il suo ultimo film che ha inaugurato giovedì sera la XX edizione del festival omosessuale "Da Sodoma a Hollywood", John Waters si presenta incredibilmente sobrio ed elegante, abito scuro, occhiali da sole, camicia a righe sottili bianche e blu. Possibile che l'autore di Pink flamingos e Polyester si sia così normalizzato? Basta guardare più in basso e lo sguardo cade su un paio di sgargianti mocassini color fucsia. Per fortuna! Tutto è come ci si aspetta: Waters è ancora Waters, anche nell'abbigliamento.

Il suo cinema viaggia sempre sui binari della trasgressione. A dirty shame dimostra che non ha abbandonato le immagini che shockano il medio borghese americano: il sesso (voyeurismo, lesbismo, omosessualità "ursina", regressione all'infanzia, gerontofilia, feticismo…), le produzioni organiche (feci, vomito, saliva, sperma…), la satira delle pseudo-democratiche riunioni di quartiere. Tanto che quando la commissione di censura Usa ha visionato il film lo ha bollato immediatamente come vietato ai minorenni, anche se sullo schermo non compare mai alcun fotogramma di nudo o una qualche esplicita pratica sessuale. Quando Waters ha chiesto quali sequenze o quali battute dovesse tagliare perché potesse essere ridotta l'età del divieto, si è sentito rispondere che non era possibile intervenire in nessuna maniera: da un certo punto in avanti i membri della commissione di censura avevano addirittura cessato di prendere appunti.

La storia raccontata nel film è di quelle che derivano dalla Hollywood classica: una casalinga cambia le proprie abitudini e il suo caso diventa motivo di cambiamento per i cittadini del paesello. Peccato (o per fortuna) che la casalinga (strepitosa interpretazione di Tracey Ullman) si trasformi da asessuata madre di famiglia in una scatenata donna vogliosa di amplessi carnali e sul suo esempio tutto il paese dia sfogo alle più sfrenate e fantasiose pratiche erotiche.

Ma per Waters il suo film più radicale e davvero scandaloso resta Hairspray ("Grasso è bello"), proprio perché “destinato alle famiglie, anche se c'è un uomo che fa la parte di una donna (il/la "grande" travestito/a Divine, ndr). Quella sì era davvero una provocazione”.

Ma oggi è ancora possibile provocare?

Nei miei lavori ho sempre preso in giro le cose amo di più. Come il melodramma. Però la mia presa in giro è sempre stata una presa in giro dal basso, con un grande rispetto per il soggetto denigrato; è sempre stato un riconoscimento della distanza tra il mio atteggiamento e l'altezza del mio punto di riferimento. Non ho mai inteso essere davvero un provocatore, quanto piuttosto affrontare e rendere divertente quanto mi colpisce in un determinato momento storico, solitamente del periodo medio dei tre anni che mi servono per fare un film. La cosa più difficile è essere provocatori e insieme far ridere lo spettatore in relazione al soggetto che si tratta. Considero riuscita una provocazione quando riesco a trascinare le persone che amano questo tipo di trasgressione ad attaccare le persone che vanno a fruire del cinema più commerciale.

"A dirty shame" è anche un film profondamente anti-Vaticano. Come ha reagito la comunità cattolica americana?

Si è schierata contro il film, ma questo non mi ha stupito. Mi ha stupito invece che ci sia stato qualche giornalista cattolico che si sia dato la briga di stroncarmi, senza accorgersi che nel mondo contemporaneo dei media una loro stroncatura corrisponde a una promozione pubblicitaria per il film. Il nuovo papa usa tantissimo nei suoi discorsi la parola "sporco" e il paradosso consiste nel fatto che "sporco" è stato l'aggettivo più usato per definire il mio lavoro. La stampa ha coniato definizioni come "Papa del trash", "Principe del vomito", "Ambasciatore dell'analità". Per chi scriveva avrebbero dovuto essere degli insulti, per me sono diventate le gemme di una corona che indosso con orgoglio.

Secondo lei che cosa oggi risulta più trash?

Negli Usa è la ricerca ossessiva del successo. Le persone farebbero qualsiasi cosa per ottenerlo, soprattutto il successo televisivo. E su questo potrebbe essere divertente anche fare un film.

Sarebbe facile o difficile girare un film del genere?

La situazione del cinema americano è cambiata in meglio solo negli ultimi mesi. L'11 settembre aveva trasformato il clima in misura totale. Qualsiasi film che potesse riferirsi, anche solo in modo trasversale, al terrorismo islamico o all'uso delle armi dopo la tragedia di Colombine, diventava impossibile da realizzare o da far circolare. Per me dopo l'11 settembre sarebbe stato impossibile trovare un produttore o un distributore per un film come il mio Hollywood o morte.

Come tratterebbe il trash della Tv?

Lo sto già facendo. Sta per iniziare un mio show, per un circuito televisivo via cavo, che si intitola "John Waters presenta i film che vi corromperanno". Un po' come nei telefilm di Hitchcock, compaio di persona a introdurre questi film.

Se qualcuno, anziché considerarla come "Papa del trash", la chiamasse "Maestro dell'underground" le farebbe altrettanto piacere?

Considero Kenneth Anger e Russ Meyer tra i cineasti che mi hanno maggiormente influenzato, oltre ad aver avuto una parte importante nel mio vissuto personale. Quando i film underground hanno cominciato a circolare alla metà degli anni '60, c'erano due filoni fondamentali. Il primo con le scene di sesso, che tutti volevano andare a vedere; il secondo più legato alle arti figurative, con i colori che saltavano e senza riferimenti naturalistici. Nei miei film ho cercato di coniugare i due filoni.

Quando ha capito di avercela fatta, di essere diventato una star internazionale?

E' successo con Hairspray. Ma, prima o poi doveva accadere; perché se riesci a rimanere sulla piazza per abbastanza tempo, se non si riesce a cacciarti, alla fine ti amano.

Intervista di Sandro Avanzo – LIBERAZIONE – 23/04/2005

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