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MUSICA

Jovanotti, rivoluzione fisica

Gli intellettuali? Pensano poco alle vibrazioni del corpo. I veri rivoluzionari? James Brown e Bob Marley. Gli appelli contro il terrorismo nel suo show? Gonfiati dalla stampa, le canzoni sono più forti di qualsiasi richiamo.

Jovanotti deve fare i conti con le polemiche accese da una trovata scenica: prima della canzone “Mario”, la registrazione della voce del bierre Morucci indica il cadavere di Aldo Moro. Una voce cui si aggiungono anche quella di Pertini e Papa Giovanni XXIII.

Jovanotti, dobbiamo intenderlo come un appello antiterrorismo?

No, le canzoni non sono appelli. Quelli li fanno i politici, i presentatori televisivi, Baudo al Festival di Sanremo. Io faccio canzoni, che sono molto di più di appelli. Semmai, quando canto “Mario”, invoco una società che escluda basi e presupposti per un nuovo terrorismo.

Però tra le canzoni più applaudite c'è la polemica Salvami.

Sì, è il clou dello spettacolo per risposta di pubblico. L'accoglienza a “Salvami” è impressionante: vedo la gente saltare sulle sedie sino all'ultima fila.

Quindi ha ragione Renato Zero: voi contate più di intellettuali e politici?

Sicuramente denunciamo le parole false della politica. Oggi si fanno solo provocazioni pilotate: Berlusconi sa che, dicendo certe cose, susciterà reazioni che influiranno sui sondaggi. E' la politica all'americana.

E voi cosa c'entrate?

Quelli parlano a vanvera, nei loro discorsi non c'è passione, ma poca verità, poco trasporto. Come diceva Nanni Moretti dall'ormai celebre palco, c'è poco cuore e troppo calcolo.

Invece, per “Ti sposerò”, sul palco si fa accompagnare da una coppia di ballerini.

Dev'essere una coppia consolidata, sui sessant'anni. Però potrebbero anche essere due ragazzi: non c'è alcuna preclusione. Comunque è bello veder ballare una coppia di signori.

La promessa è impegnativa...

Sì, è talmente antica e fuori moda da toccare il cuore. Come le grandi storie d'amore al cinema, evoca una promessa d'eternità, d'amore per sempre: “ti sposerò ogni giorno che vivrò”. Non dico mica: andiamo in chiesa e mettiamoci le fedi, ma solo ti amerò tutti i giorni della nostra vita.

E il pubblico si commuove...

Io non controllo l'esito delle mie canzoni, che spesso stupiscono anche me.

Verso la fine dello show lei canta la chilometrica “Date al diavolo un bimbo per cena”...

A volte l'accenno solo, altre volte mi piace tirarla sino in fondo, come una prova di forza con il pubblico. Che arriva alla fine cotto e stremato: è più stanco di me perché è un concerto molto fisico.

E sostenuto da un vero e proprio muro del suono...

perché ho escluso qualsiasi artificio. Non ho voluto nemmeno la solita passerella che s'infila fra il pubblico. C'è la classica divisione fra palco e fans, però la musica passa benissimo dall'altra parte.

Come faceva il produttore Phil Spector negli anni '60.

Grandissimo: ha firmato alcuni tra i dischi più belli del mondo.

All'epoca la musica era più immediata, potente, vero?

L'idea è quella lì, ai concerti mi annoio: all'inizio quando si spegne la luce e parte l'applauso, mi commuovo molto. Poi chiunque suoni, anche se è un artista che stimo, finisco per rompermi. Dopo tre canzoni, non ne posso più. Tranne pochi casi: Carlos Santana, James Brown, Bruce Springsteen, Pearl Jam.

Perché proprio loro?

Perché sono artisti che comunicano con le canzoni, e non con trucchi e scenografie. Il pubblico se ne accorge, e si crea la magia. Così ho cercato di fare altrettanto, anche perché è un momento della mia vita in cui voglio ripartire, fare una musica dal vivo mai sentita prima in Italia.

E come sarebbe?

Con molti fiati e percussioni: un suono comunque globale, però globale nel mio senso, un globale fatto di differenze, di diversità che si stimolano a vicenda. Questa è l'idea per cui ho messo insieme una band che porterò nei grandi festival europei estivi.

Con tante belle citazioni dagli anni '60 e '70.

Sì, però sempre cose che mi appartengono.

Apparterranno a lei, ma tutta una generazione le ha considerate di serie B.

E' vero, perché è una musica che deve confrontarsi con il corpo, e gli intellettuali con il corpo fanno poco, ci litigano sempre. Ma soul, r'n'blues e disco music sono fatte per il corpo. Oggi le cose sono un po' cambiate, perché anche gli intellettuali hanno capito che senza il corpo non si va da nessuna parte.

Ma l'hanno capito davvero?

Me lo auguro: house e dance sono l'unica rivoluzione musicale degli ultimi anni. In fondo nei centri sociali si balla della dance, mentre i neri americani l'hanno scoperto prima e infatti sono più avanti di noi. James Brown faceva la rivoluzione che l'identità si costruisce nell'esserci, nel sentire, nel vibrare, nel ballare insieme. I nostri non lo avevano pensavano di cambiare tutto con le assemblee.

Invece, c'era gente che andava per un'altra strada.

Certo, uno come Bob Marley è stato la sintesi fra rivoluzione del corpo e rivoluzione politica.

E la disco music?

La “disco” degli anni '70 non morirà mai perché è stato l'ultimo genere musicale nato per essere suonato e ballato, senza aggiunte elettroniche.

Quali sono stati i suoi idoli nella musica nera?

Gli Chic di Neil Rodgers per una bellissima sessione ritmica. Gli Earth, Wind & Fire perché facevano dance da grandissimi musicisti e James Brown. Questi tre sono probabilmente i più grandi, poi c'è Bob Marley ma lui è un'altra cosa. Marley è un eroe di un altro tipo.

Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 29/04/2002

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