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MUSICA

Jovanotti smarriti

Ci ha messo dentro tutto se stesso, Lorenzo. Per riprendere contatto con sé e il mondo, dopo un brutto periodo di sbandamento. Artistico, sentimentale, commerciale. In un certo senso Buon Sangue è il disco della crisi. Nato da una gestazione lunga e sofferta: un anno di prove, decisioni, ripensamenti e rimaneggiamenti. Il risultato è nelle 14 canzoni di un album potente e vigoroso dove l’ex ragazzo fortunato ha sfogato ansie e paure, riprendendo il filo di un discorso interrotto tempo fa. Jovanotti è cresciuto, adesso è un uomo di 38 anni che guarda alla musica con la passione di sempre. Crede nella forza della parola, dell’hip hop che troviamo uguale e diverso in ogni angolo del continente: dirompente in un pezzo chiave come Falla girare, che distrugge il cerchio esatto delle certezze, insinua dubbi e racconta verità rovesciate. Ma anche istintivo e impetuoso nell’elenco di categorie esistenziali sciorinato in Coraggio. Oppure venato d’autobiografia nella “title-track”, sorta di albero genealogico nei secoli dei secoli, e nel singolo Tanto, serrato incontro semiautobiografico di domande e risposte. Ma ci sono anche melodie dolcissime e momenti sentimentali, dalla pensosa Mi fido di te alla cantautorale Una storia d’amore, per arrivare a una potenziale hit come La valigia, un classico del Jovanotti-style, con suoni vintage, influssi brasiliani e una scanzonata allegria estiva. Insomma, Lorenzo serra le file e si dà una regolata: meno dispersivo e più accattivante, senza rinunciare alla fantasia e alla creatività.

Soddisfatto, Lorenzo?

Sì, ma è stata una faticaccia. E a un certo punto sono andato proprio in crisi. Lavoravo su una quarantina di pezzi non ci capivo più niente. Perché non volevo fare “Oltre” di Baglioni, il disco monumentale in cui ti perdi.

E, allora?

Ho domandato aiuto a chi lavorava con me. L’ho chiesto espressamente: mi dovete dare una mano. Così non funziona, se faccio un altro disco da solo sbaglio di nuovo.

Paura dell’insuccesso?

Beh, sì. Perché il successo ti dà il potere contrattuale con i discografici e mi permette di giocare con la musica. L’idea di dovermi difendere dall’insuccesso mi disturba molto: anche perché, insomma, io penso di essere veramente forte...

Viva la modestia...

Ma no, non prendermi per presuntuoso, ma credo di avere veramente qualcosa che nessun mio collega ha. Oddio, sicuramente avrò anche qualcosa in meno rispetto ad altri, ma sono un dj e questo mi aiuta. E resto uno dei pochi che in Italia incarna la figura di artista moderno.

Puoi spiegarti meglio?

Il mio scopo è quello di creare un ponte fra passato e presente. E offrire una musica che sia diretta, mantenendo però voglia di sperimentazione e raffinatezza. No a Sanremo e alla grevità di certo pop. Io cerco di lavorare sulla canzone classica, che ormai è cosa retrò e appartiene al secolo scorso, cercando però una via nuova. Una forma canzone diversa, che forse ancora non c’è. Del resto oggi ho 38 anni, e 10 dischi alle spalle: l’unica gioia nel mio lavoro è la sperimentazione, reinventarmi. Le mode non m’interessano.

Questa è la direzione di “Buon sangue”?

Sì. Sono partito da un lavoro di disintossicazione. Ho voluto totalmente “disordinarmi”, come scrivo in un pezzo, togliere i punti di riferimento. Del resto oggi viviamo in un mondo di relativismo culturale, in un caos che per certi versi trovo molto stimolante. È stata una necessità fisica. A un certo punto, mi sono detto: chi è il mio pubblico, che musica faccio, che artista sono? Boh, non capivo. Allora per prima cosa ho ricostruito la stima di me stesso. E sono ripartito dal mio amore per la musica.

Un po’ di confusione?

Spaesamento, direi. È il tema di “Mi fido di te”, il pezzo più bello. Da lì è partito tutto. Ci ho messo una vita a scriverlo, ma ora rende bene quello che voglio dire. Mi rivolgo a me stesso. Forse a Dio, alla vita, al mio tempo. Nasce da un senso di sfiducia, da un momento di crisi. Del resto è il mondo in cui viviamo: anche perciò nelle canzoni ci sono temi vaghi, senza messaggi espliciti. È un disco giocato sul non so che. Non avevo un messaggio da consegnare, ma tanta voglia di fare un album. Più per il pubblico che per me stesso. Forse potrebbe essere la sua forza.

Fonti d’ispirazione?

Kill Bill” di Tarantino. Perché popolare, ma geniale, indefinibile ed emozionante. E, poi, il Tropicalismo, quello di Caetano, Gilberto, Chico. Amo la loro visione della musica pop: musica popolare nel senso più alto del termine. Non come da noi dove c’è la spaccatura fra cantautori visti come divinità e la fuffa usa e getta. Poi Tiziano Terzani. Ci siamo tenuti in contatto sino ai suoi ultimi giorni: sono andato a trovarlo a Firenze un mese prima che morisse. Mi resta la memoria di un bellissimo pomeriggio passato assieme: non ricordo una parola di quel che mi ha detto, se non il messaggio che in qualche modo mi ha passato. Non aver paura di costruire, distruggere e ricostruire ancora. Ho anche messo una sua frase in un brano, ma non chiedermi dove.

Ok. Ma perché quel titolo, “Buon sangue”?

So che è piaciuto a De Gregori, ne sono felice. Rappresenta le due anime, passato e presente, di cui ti dicevo prima. È un titolo che rimanda al mondo dei nonni e dei proverbi, ma al tempo ha qualcosa di moderno: la parola sangue, oggi purtroppo molto diffusa. E anche disturbante.

Un tempo ti schieravi apertamente, anche in politica. E ora?

Sarei pronto a farlo, per una buona causa. La politica mi piace, vorrei solo fosse più pulita e disinteressata. E vorrei, per esempio, che a “Porta a porta” si parlasse più di cose vicine alla gente invece che dell’ennesima svolta nel delitto di Cogne.

Che ne pensi della situazione attuale?

Beh, mi sembra talmente chiaro. Sai come la penso, ho sempre votato a sinistra. E ormai mi sembra che di Berlusconi si parli già un po’ al passato... Un bene, certo, perché l’asse Arcore-Porto Cervo non m’è mai piaciuto, ma non chiedetemi di andare sulle barricate con la bandiera di Prodi. Però mi piace Veltroni, lo vedrei bene come presidente del Consiglio.

E il Papa?

All’inizio ci sono rimasto un po’ così, poi un disegno di mia figlia Teresa mi ha fatto cambiare idea. Perché no? In fondo non mi dispiace l’idea di un Papa forte e di una Chiesa non necessariamente aperta a tutte le novità e a tutte le questioni. Non vorrei si mischiasse troppo con la politica.

Andrai a votare per il referendum sulla procreazione assistita?

Sì. Devo ancora riflettere su tutti i quesiti, ma una cosa è sicura: questa legge è fatta male e solo per compiacere una certa parte politica. Va cambiata.

Ultima domanda: ma pensi ancora positivo?

Oggi è diverso. Penso meno e vivo di più.

Intervista di Diego Perugini – L'UNITA' – 11/05/2005

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