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CINEMA

Kasdan, genio per caso

Intervista al regista Lawrence Kasdan

Lawrence Kasdan è uno dei rari intellettuali in circolazione ad Hollywood. Fa lo sceneggiatore, il regista e il produttore. E' un uomo schivo, che non ama farsi intervistare né apparire in pubblico. Per questo motivo, ai più giovani il suo nome potrebbe forse non risultare immediatamente familiare. Ma i suoi film nessuno potrà dire di non conoscerli. Sia quelli che ha scritto e prodotto, come L'impero colpisce ancora, Il ritorno dello Jedi, I predatori dell'arca perduta o The Bodyguard. Sia quelli che ha scritto e diretto, come Brivido caldo, Il grande freddo, Silverado o Turista per caso. E lo stesso si può dire degli innumerevoli attori che ha saputo scoprire, come William Hurt, Kathleen Turner, Kevin Kline, Glenn Close, Geena Davis, Jeff Goldblum, Tracy Ullman, che sono diventati delle star di Hollywood.

Hai iniziato scrivendo. Secondo te è la strada migliore per arrivare alla regia?

Scrivere rappresenta il legame più stretto con il mestiere. Com'è la storia? Coma la vedi tu? Come la modelli nella tua testa? Ho girato tutte le sceneggiature che ho scritto prima di diventare regista. Alla fine sono diventato regista con Brivido caldo ma era come se lo facessi da tanto tempo, anche se in realtà era la prima volta.

La prima sceneggiatura che hai venduto è stata “Guardia del corpo” (“The Bodyguard”). Quando l'hai scritta?

Nel '75. L'ho venduta nel '77 ma è stata realizzata solo nel '91. In un primo tempo, il regista doveva essere John Boorman, gli attori Ryan O'Neal e Diana Ross. Quando ho conosciuto Kevin Costner, lui la lesse e mi disse: “Voglio recitare in questo film”. Ma Kevin non era ancora una star. Sei anni dopo ce l'abbiamo fatta e l'abbiamo prodotto insieme.

Ma tu l'hai fatto dirigere a uno sconosciuto, Mick Jackson. Perché?

Mi sarebbe piaciuto dirigerlo se avessi avuto piena fiducia nel film. Penso di non averla mai avuta. E poi non sono sicuro che avrebbe avuto altrettanto successo se lo avessi diretto io.

Diciamo che non lo hai diretto perché era un film un po' sempliciotto. E' così?

Sono cresciuto con l'amore per i film e molti dei film che ho amato erano proprio così: semplici, interpretati da attori famosi che compivano gesta eroiche. Tuttavia mi sono reso conto dopo che i film che mi hanno emozionato di più possedevano una dimensione che andava al di là della storia. Questa è la bellezza, ad esempio, dei film di Kurosawa. Sono di intrattenimento al primo livello, ma tolto il primo strato si nota che ce ne sono molti altri.

Veniamo al tuo primo film da regista, “Brivido caldo”, che era un omaggio al noir anni '40 e '50...

Quando scrivevo il copione, mi resi conto che non sarebbe stato possibile raccontare la storia di Brivido caldo in termini realistici. E così mi venne l'idea di fare un film di genere. Perché il film di genere, come sai, offre un'enorme libertà. E trovo che il noir renda bene l'idea della confusione tra i sessi che è cominciata con la nostra generazione, quella dell'immediato dopoguerra. Alla fine della seconda guerra mondiale, gli uomini tornarono dal fronte e si resero conto con terrore che le donne avevano conquistato il potere durante la loro assenza. Ecco perché nei noir c'è sempre un uomo che viene manipolato, stressato, angosciato da una donna. Durante la mia generazione c'è stata l'emancipazione femminile, ma c'è stato anche il mito dell'eroe che vuole essere vincente senza faticare troppo. Pensa a John Garfield, a Robert Mitchum, a Fred Mc Murray, che hanno sempre interpretato dei grandi fannulloni. Io e i miei amici, una volta usciti dal college, eravamo convinti che il mondo fosse nostro ma ovviamente non era così. Ned, il protagonista di Brivido caldo interpretato da William Hurt, è un uomo di questo genere. E' un ragazzo affascinante ma non è molto intelligente. E sai perché non è intelligente? Perché pensa di esserlo.

In Italia, come in tutto il mondo, “Il grande freddo” è qualcosa di più di un film. E' il simbolo di una generazione. Mi chiedo quanto ne fossi consapevole mentre lo realizzavi.

Neanche un po'. E penso che sia stato proprio questo a salvarmi. Cerco sempre di scrivere e di girare ciò che è vero per me. E' pericoloso generalizzare. I personaggi del Grande freddo sono tutte persone vere, persone che conoscevo. Quel film lo hanno capito tutti, giovani e vecchi, perché tratta un tema universale: come si misurano i cambiamenti personali quando incontri i vecchi amici, quando sei diventato una persona diversa e racconti la tua vita tra i ricordi.

La forza del film è pure la colonna sonora. Penso alla sequenza accompagnata da “You can't always get what you want” dei Rolling Stones.

Non sono mai completamente soddisfatto del mio lavoro. Vorrei sempre rifare tutto. Ma quella sequenza all'uscita della chiesa non avrei potuto farla meglio. Una volta un attore, una grande star, mi ha detto: “Però hai imbrogliato perché hai usato delle canzoni fantastiche”. C'è del vero. Non c'è niente di più forte che sentire Mick Jagger cantare all'improvviso nel tuo film.

Hai fatto due western, “Silverado” e “Wyatt Earp”. Il tuo amore per il West viene dal luogo in cui sei nato?

Dal luogo dove sono nato, nel West Virginia, dalla mia infanzia in generale. I western mi hanno segnato. Quei film mi elettrizzavano. Specie I magnifici sette.

Più dei classici di John Ford?

Non avevo accesso ai film di John Ford. A quei tempi non c'erano le videocassette. Era molto diverso da oggi. Ora puoi dire a un bambino: “Esci e vai a vedere questi 5 film di John Ford e poi torna da me quando hai finito”. E lui può semplicemente girare l'angolo e trovarli. Noi non potevamo.

Tu hai messo molta ironia nei tuoi western, come hanno fatto gli italiani. Eppure deve essere difficile per un americano trattare il western con ironia, perché è pur sempre la vostra storia.

No, se ci pensi i film western, anche i più classici, sono tutti ironici. Steve Mc Queen, che era il mio attore preferito e lo è ancora, è divertente ogni volta che appare sullo schermo anche se non dice niente di divertente. E' il suo personaggio a essere divertente. Lui è tutto ciò che vorresti essere: coraggioso, irriverente, indipendente.

Che ne pensi dei western di Sergio Leone?

Leone aveva capito tutte le cose più importanti di un western. Aveva capito quanto fosse importante il paesaggio, quanto piccolo potesse essere un uomo in questo scenario e che anche gli uomini più grandi attraversano momenti critici. Leone è fantastico. Puoi guardare i suoi film all'infinito perché sono divertenti ma anche eroici. Sono come i western americani ma dipinti con colori più vivaci.

Prima di vedere “Turista per caso” pensavo che nessuno sarebbe riuscito a trarre un film dal romanzo di Anne Tyler.

E' stata l'unica volta in cui ho adattato un romanzo. Molte persone mi hanno detto che non sarebbe stato possibile trarne un film. Io invece ho subito pensato che sarebbe stato facile. E così è stato. Ho letto il libro e mi sono accorto che mi parlava. Gli attori, due grandissimi come William Hurt e Geena Davis, hanno fatto il resto.

Ti dirò una cosa che forse troverai sciocca. Il personaggio che non riesco a dimenticare del film è il cane.

Non è per niente sciocco. Il cane è la metafora centrale del film e deve funzionare sul livello del divertimento e del realismo al tempo stesso. Ma vedi, il problema del protagonista è anche quello di non riuscire a controllare il cane. Così come non ha potuto controllare il destino che gli ha portato via il figlio. Ma poi trova questa donna matta, incontrollabile, che però riesce a controllare il cane. Ed ecco che la sua vita torna sui binari giusti. E' una bellissima metafora. La Tyler affronta sempre la stessa problematica: come restare equilibrati in un mondo che fa paura.

Ho sentito dire che c'è un tuo film che non ti piace più: “Ti amerò fino ad ammazzarti”. E' vero?

No, mi piace ancora. Non so perché, ogni volta che qualcuno mi viene a trovare finiamo sempre a parlare di quel film.

Perché è la commedia americana più “scorretta” che si sia mai vista. Si ride della droga, della morte, della famiglia. E' un capolavoro di abiezione.

Agli americani non piacciono le commedie nere. Secondo loro una commedia è una commedia e non vogliono altro. I critici lo hanno massacrato e nessuno vuole vederlo. Non so come ho fatto a mettere insieme quel cast: Kevin Kline, River Phoenix, William Hurt, Joan Plowright, Tracy Ullman, senza contare Keanu Reeves, che fa la parte di uno scoppiato impensabile.

Mi chiedo se sei tu che devi tanto alle star o viceversa?

Vedi, il pericolo sono i giovani di 21 anni che vengono dichiarati delle star, diventano un fenomeno commerciale e non riescono a gestirsi. Una star non dovrebbe avere il diritto di decidere il copione e come deve andare a finire la storia. Invece sono stati spinti in questo ruolo e quando le cose vanno male, vanno veramente male. Quando non vanno male, spesso sono mediocri, cosa che succede nella maggior parte dei casi. Pure De Niro, che io adoro, è sempre sulla breccia ma mi chiedo come mai lo vediamo in certi film, come abbia potuto farli. Taxi driver è costato 6 milioni di dollari e ne ha guadagnati 50. Oggi la posta in gioco è troppo alta. Un film deve guadagnare 200 milioni per essere considerato di successo. E che film ne risulterà? Di certo non un film che ti può colpire o che ti può stimolare.

Il tuo nuovo film è tratto dal romanzo “The Dreamcatcher” di Stephen King. Non ti ci vedo alle prese con la fantascienza...

La storia è molto buona ed è il mio genere di film. Parla di quattro amici d'infanzia e del legame che avevano con un altro bambino che hanno protetto. Venticinque anni dopo sono adulti e lottano con i loro problemi: uno è alcolizzato, l'altro vuole suicidarsi, e il terzo ha il matrimonio che va a rotoli. Si ritrovano per una gita annuale ma si verifica un'invasione di alieni e loro si ritrovano a dover salvare il mondo. E' come se fosse al tempo stesso uno dei miei film e uno di Stephen King messi insieme.

Intervista di David Grieco – L'UNITA' – 14/01/2002

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