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CINEMA

La potenza femminile

Kim Ki-duk ci accoglie con un sorriso. Cappellino e t-shirt sovrapposte ha l'aria indefinibile di un ragazzo, un turista come tanti felice per la passeggiata mattutina nelle strade di Roma. E invece Kim Ki-duk è oggi uno dei cineasti coreani più coccolati nel mondo, i suoi film se li contendono i concorsi di Berlino, Cannes, Venezia, il pubblico europeo ha imparato a conoscerlo e non solo nelle nicchie di appassionati. Tutto questo lo rende in patria uno dei nomi più “esportabili” nonostante le censure, conferma di quel boom che negli ultimi quindici anni ha lanciato l'immagine del “cinema coreano” nel mondo. Lui non ne sembra così convinto. Intanto due anni fa ha fondato una sua casa di produzione, la Kim Ki-duk film con cui ha prodotto La Samaritana, Ferro 3 e L'arco. Poi, ci dice, in Corea il pubblico non ha una grande curiosità per i film coreani, non per i suoi almeno che sono più visti (e anche con maggiore sensibilità) dagli spettatori europei. In Italia Kim Ki-duk è arrivato per accompagnare L'arco - in sala il prossimo 21 ottobre - nuova incursione nell'emozionalità estremista, in quel rituale crudele del desiderio, di sogni impossibili e passioni rischiose. L'arco del titolo è un'arma precisa che uccide ma è anche uno strumento musicale, un potente segreto sciamanico, è l'ostinazione e la gelosia del vecchio protagonista follemente innamorato di una ragazzina da quando è bimba. Lei ora ha sedici anni, tra un anno lui la sposerà, i due vivono sulla barca nel mezzo del mare. I pescatori che capitano a volte guardano un po' troppo e con troppa malizia la ragazza ma c'è l'arco del vecchio a proteggerla. Finché non arriva uno studente che è l'amore, l'attrazione, quell'alchimia irresistibile di corpi e cuori contro la quale l'arco del vecchio non può fare nulla. Ci sono volute più di due settimane per girare il film, diciassette giorni durissimi con la troupe stipata sulla piccola barca senza bagno e cucina nel mare agitato da venti gelidi. La notte tornavano a casa sfidando le onde scure. Ma acqua, mare, una natura mai addomesticata, segreta e silenziosa come i suoi personaggi, disegnano la geografia poetica di un regista che ama mescolare fisicità ruvida e sfumature di luce, un ritmo sempre aperto tra l'anima e la superficie visibile. Saranno gli studi di pittura (e la passione per la musica), una dote che ha dall'infanzia e che lo porta a studiare a Parigi dove vive la vita bohemienne d'artista. Ai cambiamenti la sua biografia lo abitua in fretta. Nato nel nord della Corea del sud, in un villaggio di montagna nel 1960, arriva bimbo a Seoul coi genitori. Mancano i soldi e Kim Ki-duk appena diciassettenne finisce in fabbrica. Tre anni dopo entra nei marine, la leggenda dice che pensava pure a farsi prete. Fino agli inizi degli anni 90 quando mentre studia arte scopre il cinema. Nel `94, tornato ormai a Seoul, si fa notare con la prima sceneggiatura, Pittore e prigioniero e poi con Illegal Crossing. Il primo film arriva nel `96 The crocodile seguito da Wild Animals (97) Birdcage inn (98) fino all'Isola con cui esplode sulla scena internazionale (`99). Velocissimo, quasi fassbinderiano, un titolo all'anno sempre da indipendente, sempre diverso pure se nella stessa sensibilità. Ma di sé parlando dell'Arco dice: “voglio vivere come un arco, in tensione finché non morirò”. Come i suoi film che nel desiderio iniettano realtà, prostituzione, la guerra tra le due Coree (Indirizzo sconosciuto). Un regista fuori classe che non sogna di andare a Hollywood. Per ora almeno.

Le sue storie preferiscono gli universi chiusi. L'isola, l'appartamento di Ferro 3 fino alla barca dell'Arco.

Chiudere i miei personaggi in uno spazio limitato mi permette di catturarne in profondità gli stati d'animo e di raccontarli nei loro diversi aspetti. Gli spettatori se li vedono davanti, ne conoscono desideri, ossessioni, paure che lì diventano quasi tangibili. Al tempo stesso questa forma di controllo dà modo ai personaggi di conoscersi meglio tra loro. Sono costretti a vivere conflitti, a litigare, a aggredirsi, a esprimere diffidenza per infine comprendersi o incontrarsi. Col tempo si possono superare le prime impressioni, magari negative, che si hanno delle altre persone. È un pensiero che ho spesso osservando i nostri comportamenti sociali. Quanti sforzi facciamo veramente per capire l'altro? Ci possiamo innamorare, avere degli amici, e magari rifiutare per nulla la stessa persona all'improvviso. Ecco, nei miei film provo a mettere insieme le persone che si lascerebbero facilmente, che sarebbero soltanto capaci di voltare le spalle all'altro come è la regola di questa società.

Per luogo chiuso intendo anche un'ossessione mentale. Penso alla Samaritana, alla ragazza che replica i suoi gesti ma in senso contrario dopo la morte dell'amica.

Credo che questo atteggiamento sia un virus della percezione, è come quando si osserva qualcosa al suo interno ma da fuori senza esserne parte e senza neppure una vera consapevolezza. Accade così che il virus si rafforzi e venga nutrito da sé stesso. Nel caso di quel film però (Orso d'argento a Berlino nel `94, ndr) volevo anche raccontare in modo diverso, uscendo dalla cronaca, cosa significa la prostituzione nel nostro paese. In Corea del sud ci sono almeno 600.000 ragazze che si prostituiscono e 600.000 padri di prostitute che sono anche dei possibili clienti. Non è una relazione tra vittima e carnefice, tutti partecipano a questo crimine. Spesso hanno criticato il fatto che nei miei film non si parla molto. Questo è perché racconto persone ferite, che hanno perso fiducia nell'altro. Così la violenza che è un'altra accusa che fanno ai miei film, non è un semplice gioco estetico. Per me è necessaria, è l'unica forma che esprime la crudeltà della vita, la sua tristezza e disperazione.

La violenza però, e in particolare negli ultimi film, è anche qualcosa di astratto.

Preferisco pensarla come un linguaggio del corpo, è un'espressione fisica più che un'idea negativa. Le esperienze vissute dai miei personaggi sono state traumatiche, hanno lasciato segni e spesso in quell'età in cui è più difficile reagire. Fare cinema è per me anche un modo per indagare su questi rapporti di forza. Tornando alla Samaritana, ho voluto evitare scene che potevano essere disturbanti, ci tenevo al fatto che il pubblico si concentrasse sul significato del film. E per questo ho diviso la narrazione in tre parti: Vasumira, la prima, è il nome indiano della donna che si prostituisce e tramite questo gesto riesce a capire l'intimo scambio umano. Samara è una società che maledice la contaminazione del corpo e Sonata è la morale del film, che cioè nulla cambia. Oggi per me è più facile esprimermi attraverso visioni pittoriche. Il bianco e il nero sono lo stesso colore.

È la pittura che le fa scegliere i set?

Girare nelle metropoli è molto difficile e poi per me uno spazio in cui vivono più di due persone è come una grande città. Il senso che lo abita è lo stesso. Viaggio moltissimo e vedo tanti luoghi che spesso mi suggeriscono un personaggio. Pensarlo lì, vederlo muoversi, mi dà lo spunto per la sceneggiatura che di solito arriva dopo.

Le donne sono la chiave delle sue storie nonostante ci sia stato detto che la società coreana è molto dura nei loro confronti.

Bad Guy è stato molto attaccato dalla critica femminile anche se poi la maggior parte del pubblico che lo ha visto era di donne. È assurdo pensare che i miei film speculano sulla difficile posizione della donna. La sua condizione è già nella nostra società e per me è importante affrontarla. Credo che le donne vivano a un livello più alto dell'uomo. L'uomo può batterle con la violenza ma la donna vince sempre grazie allo spirito. Il mio cinema cerca di mettere a fuoco questa potenza femminile.

Anche l'erotismo è una componente fondante del suo cinema.

Il sesso è una energia che un essere umano scatena in un altro essere umano. Senza questa tensione sono convinto che nessuno avrebbe più voglia di vivere.

Ci racconti qual è stata l'immagine da cui è nato L'arco.

Una domanda che ho fatto a me stesso. Mi sono immaginato da vecchio vivere una grande passione per la gioventù. Come fare a nutrirla? Pensarla solo in termini sessuali mi sembrava molto triste, e anche senza prospettive. Dovevo cercare qualcosa che andasse oltre al sesso, che donasse una bellezza indipendente, superiore, e come tale più forte. La storia comincia da qui.

La Corea del nord ha detto di rinunciare all'atomica per la pace.

È una notizia molto importante specie per chi come me è nato e cresciuto in un paese diviso in due, con ognuna delle parti che ha cercato di imporre la propria democrazia, la propria pace e la propria religione.

Intervista di Cristina Piccino – L’UNITA’ – 28/09/2005

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