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BIA SARASINI

IL SECOLO XIX – 17/10/2001

Kureishi: il mondo islamico da tempo cercava un 'identità


Hanif Kureishi, l'autore del “Il Budda delle periferie” e di “Nell'intimità”, (da cui è stato tratto il film “Intimacy” di Patric Chéreau, che ha vinto l'Orso d'Oro al festival di Berlino di quest'anno), lo sceneggiature di “My beutiful laundrette”, e “Sammy e Rose vanno a letto” ben noto per romanzi, film, commedie e racconti ambientati nella Londra multietnica e vorticosamente urbana, ieri a Roma per presentare il suo nuovo libro “Il dono di Gabriel” che come gli altri è pubblicato in Italia da Bompiani.

Lo scrittore anglo-pakistano, che in passato si è definito un “liberale individualista, qualunque cosa questo significhi”, cresciuto in “un ambiente musulmano, ma non nel senso della religione”, ha scritto tra il '95 e il '97, due testi importanti dedicati al fondamentalismo: il romanzo “Black album” e il racconto “mio figlio il fanatico”, (nella raccolta “Amore blu”), da cui è stato tratto un film televisivo. In una battuta chiave il figlio neo-estremista dice il padre: “I materialisti ci odiano, Papà, come fai ad amare chi ci odia?”.

Dopo gli attentati New York e i proclama di Osama bin Laden, pensa che i suoi libri siano ancora più attuali?

Queste storie pongono in evidenza – naturalmente parliamo di vicende inglesi – che questo maturava da tempo. Sin dagli anni Settanta il mondo islamico era alla ricerca di un'identità. Soprattutto successivamente al crollo del comunismo c'è stato un vuoto, intendo un vuoto teologico. Tutto sommato il capitalismo ha fatto assai poco, e anche il marxismo. Diciamo che si è trovato così terreno fertile per diverse versioni dell'Islam.

Si sente implicato personalmente da quanto succede?

Tutti nel mondo sono coinvolti. Ora tutti nel mondo pensano molto intensamente alla politica. Dopo il crollo del muro di Berlino la gente asseriva che la politica era morta. Si diceva che il liberismo sarebbe diventata l'ideologia predominante del futuro. Era una visione che lasciava sempre da parte il terzo mondo. Trovo molto interessante che la gente adesso debba soffermarsi a pensare al mondo intero. Mi turba la mancanza di voci diverse, proprio di quelle voci che abbiamo più bisogno di sentire. Stiamo solo ascoltando Bush, Blair, Bin Laden. Io invece vorrei ascoltare le voci delle donne afghane o dei bambini del Pakistan.

Per questo ci si rivolge agli scrittori, per avere uno sguardo più ampio della cronaca.

Capisco. Ma il rischio è che i media rendano la tua opinione patinata, asettica. E poi uno scrittore, ci mette più tempo. A volte mi dicono, scrivi. Per domani mattina. Per domani mattina non riuscirei ad arrivare al mio studio.

Parliamo allora del suo lavoro. “Il dono di Gabriel” è un libro leggero, c'è un clima simile a “Il Budda delle periferie”.

Sì, però proiettato molto tempo dopo. Scritto da una persona più anziana, più dal punto di vista del padre piuttosto che da quello del figlio arrabbiato. Anche quando ho scritto “Mio figlio è un fanatico” ero interessato al padre più che al figlio.

Molti lettori si erano sentiti traditi dalla crudeltà di “Nell'intimità”.

Era il tentativo di rappresentare la crudeltà della separazione. In quel libro si parlava della violenza di lasciare e della violenza di essere lasciati. Quando finisce un amore i sentimenti sono altrettanto devastanti di quando ci si innamora.

Come sempre nei suoi libri la scena pop occupa molto spazio.

Sono cresciuto tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta. La generazione precedente era affascinata dal cinema, la mia dal pop.

Uno dei personaggi è ispirato a David Bowie?

Bowie mi aveva chiesto di scrivere un libro per bambini che poi avrebbe illustrato. Perché lui dipinge. Ci ho pensato per qualche tempo ma non sapevo cosa fare. L'ho dimenticato. Poi ho scritto “Il dono di Gabriel”, la storia di un bambino che diventa un pittore, e Bowie è entrato nel racconto. Così tutti gli elementi si sono uniti tra loro. Perché scrivere un libro è un po' come fare un sogno. Tanti pezzi diventano un'unica trama.

Rex, il padre del ragazzo protagonista, è un perdente a cui lei concede una chance. Per generosità di scrittore, o per realismo?

La gente cambia costantemente. In un modo o nell'altro io stesso sono stato uno scrittore insegnante per una ventina d'anni, per persone d'età diverse. Quest'estate per esempio in Spagna ho insegnato a persone tra i 40-50 anni. Erano veramente vive, erano alla ricerca di nuovi lavori, nuove relazioni, nuovi modi di vivere. Questo mi colpisce.

Torniamo alla creatività. Pensa che gli avvenimenti attuali possano influenzarla?

Non riuscirei a pensare a nessuno scrittore che non ha vissuto i suoi tempi. Pensi a Brecht e Beckett, diversissimi tra loro. Non è possibile pensare a loro lavoro se non dentro la storia. La disperazione di Beckett sembra scaturire direttamente dall'olocausto. Una bocca, una voce, che parla nell'oscurità. Mentre Brecht richiama madre coraggio, questa donna che si porta dietro il suo calvario nella guerra dei cento anni. Si potrebbe pensare a una madre coraggio in Afghanistan, in Pakistan. Non c'è artista che non prenda atto di quello che avviene nel mondo circostante.

Cosa pensa del premio Nobel a V.S. Naipaul?

Vorrei rileggerlo di nuovo. Mi ricordo il suo libro sull'Islam, “Tra gli infedeli” (appena uscito da Adelphi). Era un libro molto buono. L'ho letto proprio in Pakistan, all'inizio degli anni ottanta. Un bel po' di tempo fa. Un libro che ci farà molto riflettere sulle origini dell'Islam e sulla sua diffusione.

Cosa prevale nella comunità anglo-pakistana? Moderazione o estremismo?

Penso che diventeranno sempre più consapevoli che più aumenta l'estremismo più sarà violento il risentimento e la risposta dall'altra parte. Entrando così in una spirale di vendetta e di violenza praticamente infinita. Trovo che è stato importante che Blair abbia detto questo non è un attacco al mondo musulmano. Non che io sia un grande sostenitore di Blair. In definitiva bisogna distinguere tra l'Islam dei fondamentalisti e l'Islam della gente comune.

Ne “Il dono di Gabriel” lei ha fatto un elogio quasi commovente della creatività. In relazione ai tempi attuali che ne pensa?

Secondo me è molto importante che la gente continui a scrivere, a suonare, a dipingere. In questi tempi la cultura sta diventando ancora più importante. La settimana scorsa parlavo con un mio amico regista. Ci dicevamo: adesso che facciamo? Chi vuole quello che abbiamo da offrire? Sono rimasto perplesso. Ho detto: si continua. A raccontare e a parlare.

Intervista di Bia Sarasini – IL SECOLO XIX – 17/10/2001

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