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altri scritti di Kureishi

Maria Serena Palieri
L'UNITA' – 19/10/2001

"Laggiù molti hanno sete di democrazia. Le bombe non la insegnano, sono un errore"

Hanif Kureishi è un londinese di seconda generazione: suo padre, pakistano, arrivò in Gran Bretagna dall’India, dove risiedeva, nei primi anni Cinquanta. Kureishi, classe 1954, autore di racconti e romanzi e sceneggiatore, da sempre narra la Londra dell’incontro e scontro tra culture: l’ha fatto in film di culto come My beautiful laundrette e Sammy e Rosie vanno a letto, l’ha fatto nel romanzo, poi film, Il Budda delle periferie, l’ha fatto in quello straordinario racconto, anch’esso diventato un film, Mio figlio, il fanatico, storia di un tassinaro londinese di origine indiana che vede il suo ragazzo diventare un musulmano fondamentalista, e cade perciò nel panico. Un racconto - contenuto nella raccolta Love in a blue time - che oggi dovremmo tenere tutti sul comodino, come un viatico all’indagine sul mistero dell’integralismo. Kureishi è stato a Roma in questi giorni per presentare il suo nuovo romanzo Il dono di Gabriel, edito - come tutte le sue opere - in Italia da Bompiani. Il dono di Gabriel racconta di un ragazzo che vuole fare il regista, del talento magico che all’improvviso scopre di avere, cioè quello di riuscire a trasformare in realtà ciò che immagina, e dei suoi genitori, un padre musicista pop e una madre costumista, che si lasciano. Un romanzo chiuso da un inconsueto lieto fine. Sembra - scritto da lui - un libro che, ora che il fondamentalismo esplode, arriva singolarmente «fuori tempo». Non trova Kureishi? Lo scrittore sorride e risponde: «Ha ragione, ma noi tutti dipendiamo anche dal nostro umore. D’altronde, Mio figlio, il fanatico era invece arrivato in apparente anticipo. Ho scritto sul fondamentalismo a inizio degli anni Novanta, dopo che ero stato per la prima volta in Pakistan, la terra della mia famiglia, e dopo che dall’Iran era stata lanciata la fatwa su Salman Rushdie. In realtà questa roba, il fondamentalismo, fermenta da tempo e ha radici molto profonde. Ha radici anche nel colonialismo. C’è un lungo contesto storico che, avendone la pazienza, potrebbe essere dipanato».

Lei rivendica d’essere un londinese, prima di ogni altra appartenenza. Le è facile identificarsi, in questo momento, con la politica di Tony Blair?
«I laburisti, come lo sono io, sono tradizionalmente in conflitto con i leader del loro partito. Questi conflitti sono un capitolo fondamentale della storia della sinistra in Gran Bretagna. E credo che molti in Gran Bretagna siano, da sempre, preoccupati per il modo in cui gli inglesi si sono, sempre, alleati con gli Stati Uniti. Il problema è che siccome gli Usa sono il paese più potente e più ricco risulta spesso una buona idea tremare alla loro ombra. Ma è anche interessante rilevare come Blair abbia affermato che questo non è un conflitto con tutto il mondo islamico, non è una cesura tra mondo capitalista e mondo musulmano. Come si sia impegnato nel dialogo con alcuni leader dell’Islam».

Ma lei è anche un anglo-pakistano. Da questo punto di vista si sente in difficoltà in Gran Bretagna?
«Credo che tutti siamo in una situazione difficile. Tutti dobbiamo pensare alla politica. Dopotutto ci sono tanti, anche nel mondo musulmano, che abbracciano posizioni liberal: musulmani ecologisti, musulmani che sostengono la libertà delle donne. E hanno bisogno del sostegno degli altri liberal, in Occidente. Ci sono molte persone nel mondo musulmano che trarrebbero chiaro beneficio da questi valori, per esempio le donne in Afghanistan e in Pakistan. Purtroppo, è molto difficile che i benefici di questi valori possano essere pubblicizzati nel Terzo Mondo, mentre esso viene bombardato dal Primo».

Lei è pro o contro l’intervento armato?
«Istintivamente sono un pacifista. Non credo, in genere, una buona idea che i più potenti bombardino i più deboli. C’è il rischio di un crescendo di violenza, che gli Stati Uniti finiscano per fomentare disordini in Pakistan come in India. E questo provocherebbe gravi danni alle popolazioni. La domanda essenziale è: quali sono le responsabilità dei potenti, ricchi, benestanti verso i poveri?»

Però Alì, il giovane neo-fondamentalista che lei dipinge nel suo racconto «Mio figlio il fanatico», non è affatto povero. Anzi, è un ragazzo cui il padre ha donato ogni diavoleria tecnologica, per renderlo uguale agli altri giovani londinesi.
«Qui, si scende al livello dell’identità. Poi, al senso di appartenenza. Essere un musulmano, in queste tinte, è una nozione moderna. Mio padre non si è mai sentito tale. Bisognerebbe capire. E per riuscirci bisognerebbe dialogare. Io continuo a rimanere sorpreso che i giornalisti non sentano il bisogno di andare nelle moschee, di frequentare certi gruppi universitari: è lì che si capisce cosa sta succedendo».

Dov’era l’11 settembre, e come ha saputo della strage delle Twin Towers?
«Ero a Soho, in ufficio con un produttore e un regista, a lavorare a un nuovo film, The mother: è la storia di una donna di sessant’anni che va a vivere con sua figlia e che combina un bel guaio, s’innamora del suo amante. Ero lì e, come tutti, abbiamo visto il crollo in televisione. Qualche giorno dopo sono partito per New York».

Ha amici, legami a New York? Oppure ci è andato perché era il luogo in cui regnava la Storia in quel momento?
«Tutti e due i motivi. Mi ha colpito lo smarrimento che si vedeva in giro. La serietà assoluta con cui la gente parlava: non si erano fatti un’idea, stavano ancora elaborando. I newyorchesi sono il popolo più sofisticato che esista al mondo. Sono abituati all’articolazione tra culture. Ora, il mondo della cultura rispetto a quello dell’informazione lavora più lentamente, e forse è un bene. Indaga la natura delle cose, piuttosto che le idee politiche. Tra un po’, forse, da questi avvenimenti nasceranno romanzi, film, opere teatrali».

Ha avuto paura a New York? Ha paura adesso?
«Non più di prima. Molti scrittori musulmani hanno provato paura prima, negli anni della fatwa a Rushdie. Lì ho temuto, nel sentire quell’odio diretto verso noi in particolare. E la nostra paura ora è niente, rispetto a quella degli afghani sotto le bombe. O alla paura di chi vive in Pakistan».

Lei pensa che dal caos e il terrore di questi giorni possa uscire qualcosa di buono?
«È un’opportunità. Dalla necessità potrebbe nascere un dialogo. Se i valori democratici del Primo Mondo sono, come si vogliono, universali, allora dovrebbero valere per tutti. Forse perché ho dei figli, a me interessa soprattutto il destino dei bambini in Afghanistan come in Pakistan, m’interessano la loro salute fisica e mentale. È straordinario quanto gli adulti riescano a dimenticarsi dei diritti dei bambini. L’Occidente, e gli Stati Uniti in modo particolare, guardano ai bambini con molto sentimentalismo. Ma i loro diritti?»

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 19/10/2001





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