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altri scritti di Kureishi

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“Da mio padre al mondo”

La trovata è di quelle classiche: niente meno che un manoscritto (anzi, per la precisione, un dattiloscritto) ritrovato. Parte da lì l'ultimo libro di Hanif Kureishi, Il mio orecchio sul tuo cuore (traduzione di Ivan Cotroneo, Bompiani, pag.240, € 15,00), che comincia così: “Sul pavimento in un angolo del mio studio c'è una vecchia e malandata cartella verde, che sporge da sotto una pila di carte varie. La cartellina contiene un dattiloscritto che credo mi racconterà molte cose su mio padre e sul mio passato”. Il testo recuperato è un romanzo autobiografico, intitolato Un'adolescenza indiana, che il padre di Kureishi aveva scritto perché fosse pubblicato. Cosa che non accadde, come con tutti gli altri lavori letterari di papà Kureishi, per una vita aspirante scrittore sempre frustrato nelle proprie velleità letterarie. Ma sarà vero? Il dubbio sull'espediente, così romanzesco, del manoscritto ci viene e crediamo che sia legittimo. Ma l'autore, con ironia, sgombra subito il campo da ipotesi false: “Certo, mi piacerebbe un sacco averlo scritto io il testo autobiografico di mio padre. Vorrebbe dire per me essere stato davvero bravo, inventando una storia un po' alla Henry James, Invece è tutto autentico”.


Hanif Kureishi – cinquant'anni, nato in Inghilterra da padre pakistano e madre inglese, è l'autore di fortunati romanzi come Il Budda delle periferie, The Black Album, Il dono di Gabriel, oltre che di sceneggiature di film di successo, tra cui My Beautiful Laundrette, Mezzanotte tutto il giorno, The Mother – partendo dal dattiloscritto paterno, ha scritto un libro assai particolare, che tiene diversi generi letterari. Romanzo biografico, innanzitutto: del padre viene raccontata la giovinezza sotto la dominazione coloniale britannica, la vita familiare, i rapporti con un genitore (ufficiale dell'esercito) rigido e austero, gli amici, gli amori, le prime esperienze sessuali, le manifestazioni di piazza contro l'occupazione inglese, l'emigrazione in Occidente negli anni Cinquanta, con le ansie, le aspettative, le delusioni, il matrimonio, i figli, la passione per la scrittura, trasmessa a un figlio destinato ad avere, in questo campo, il successo che a lui sarà sempre negato. Ma c'è anche una forte componente autobiografica, nel senso che l'autore, parlando del padre, finisce con il parlare molto di sé. C'è inoltre un elemento saggistico, teso a raccontare le trasformazioni sociali che hanno interessato l'Inghilterra nell'ultimo mezzo secolo, con i problemi del post-colonialismo, della difficile integrazione delle minoranze, dell'emergere di sentimenti di razzismo e intolleranza. E' presente, infine, una riflessione sulla letteratura intesa come una parte importante dell'esperienza esistenziale. Insomma, è come se, partendo dal padre, l'autore abbia voluto parlare del mondo. Ce lo conferma dicendo: “Non vorrei che questo libro venisse letto in chiave solo privata e intimistica. Mi piacerebbe che i lettori non si concentrassero troppo sulla mia famiglia, ma partissero piuttosto dalla mia storia per riflettere sulla propria famiglia, sulla propria vita”.


Intenzione ambiziosa, come, dal punto di vista letterario, anche la struttura del libro...


Sì, me ne rendo conto. In effetti è un'operazione ibrida. Quando ho cominciato a scriverlo, ho capito che dovevo inventare una struttura. E alla fine credo che non esistano altri libri scritti così. Ho deciso di lasciarlo in questo modo, perché se l'avessi riorganizzato in base ai canoni di un genere specifico, non avrebbero potuto entrare tutte le cose che ci sono. E' anche un libro sul come si scrivono i libri, sul processo di composizione. E' un libro pazzo e caotico, ma di un caos interessante. E' stato difficile sistemare i materiali, perché, ma n mano che scrivo, trovavo sempre nuovi spunti, a partire da documenti, diari, fotografie. Per me è stato emozionante, e al tempo stesso inquietante, come un thriller.


Suo padre voleva fare lo scrittore, lei è diventato scrittore. E' una vocazione che le ha trasmesso lui?


I genitori passano ai figli molte cose, non solo sul piano biologico. Ai miei figli spero di trasmettere soprattutto delle passioni, l'interesse per ciò che sta loro intorno, per l'arte, la letteratura, la politica, le questioni sociali, insomma per il mondo. Da mio padre ho ricevuto queste cose e credo che l'idea di scrivere mi sia venuta da lì.


All'inizio del libro lei si chiede se il dattiloscritto di suo padre conterrà un messaggio per lei. Qual'è la risposta che si è dato?


Non credo ci fosse un messaggio. Ci sono soprattutto delle descrizioni. Ciò che amo nella letteratura è il fatto che non ci siano messaggi predefiniti e ci sia, invece, un'immagine del mondo. Se un messaggio emerge dai libri è l'affermazione della creatività delle persone. Possiamo essere aggressivi, cattivi, distruttivi, ma siamo anche in grado di creare.


Nel raccontare il suo approccio al testo paterno, descrive una certa resistenza psicologica a leggerlo, quasi un timore. Di cosa aveva paura?


Beh, tra genitori e figli ci sono delle barriere che l'educazione ci insegna a non valicare. Il letto coniugale è, ad esempio, uno spazio interdetto ai bambini. C'è un pudore che vela i corpi e ne limita il contatto. Leggendo il dattiloscritto di mio padre, dopo la sua morte, temevo di commettere un'intrusione nella sua vita più intima. Avevo quest'ansia, anche se il testo era stato pensato per la pubblicazione. Ma io ero comunque un figlio che ficcava il naso nei segreti del genitore.


Parlando di sé e della propria formazione scolastica negli anni Sessanta, lei rievoca il razzismo che circondava i ragazzi asiatici. La società inglese nel frattempo è davvero cambiata?


La società evolve in continuazione, le minoranze vengono assimilate ma poi ne arrivano di nuove. Oggi in Inghilterra ci sono immigrati provenienti dall'Europa dell'Est o dall'Africa e a loro, come ultimi arrivati, toccano i lavori più umili. Credo che per reagire all'intolleranza sia importante analizzare la continuità di un processo, per evitare chiusure molto dolorose per chi le vive sulla propria pelle, soprattutto da ragazzi.


Sul piano dell'attualità storica, gli inglesi hanno fatto i conti con il proprio passato coloniale. Ma oggi, quando Blair attacca l'Iraq, non c'è il rischio di un nuovo colonialismo?


La guerra all'Iraq è decisamente una guerra coloniale, per il petrolio, che viene giustificata dicendo che la fa per il bene del popolo che si va a sfruttare. Proprio come accadeva quando gli inglesi sostenevano di aver portato in India la civiltà. Ma i valori che gli occidentali vogliono imporre a tutti i costi possono anche non interessare ai popoli a cui li si offrono, a maggior ragione se lo si fa con le bombe. La guerra in Iraq è una crociata cristiana fuori tempo massimo.


Crede davvero che la componente religiosa sia così importante? O non è piuttosto, nei proclami di Bush, una foglia di fico per coprire ben altri interessi?


Credo che Bush non sia abbastanza intelligente per essere cinico fino a fingere su questo punto. Penso che creda davvero che “Dio lo vuole”. La religione è pericolosa quando diventa fondamentalismo, perché si sostituiscono gli esseri umani con Dio, che diventa una sorta di filtro posto tra sé e la realtà. Questo sia sul piano privato che su quello pubblico. Anche di questo parlo nel mio libro.


Intervista di Roberto Carnero – L'UNITA' – 18/11/2004




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