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CINEMA

Il mio futuro nella luce del cinema

Generazione immediatamente prima (ma solo pochissimi anni) di Shinya Tsukamoto, Kurosawa Kyoshi seduce la scena internazionale con Cure (1997) e poi con Charisma ma questo cineasta fuoriformato nelle sue esplorazioni di genere, fantascienza, fantasmi, incursioni nel sovrumano gira film dagli anni settanta, quando ragazzo appena uscito dalla scuola di cinema - Rikkyo Daigaku - sperimenta le potenzialità del super8. Negli anni 80 diventa punto di riferimento nella produzione a basso costo, allenamento essenziale per i film successivi. Il terreno è infatti il pinku eiga, “genere” come dimostrano i film di Wakamasu con il più giovane Kurosawa divide la passione per Godard, e di emozionalità rivoluzionaria con cui costruisce il suo gruppo d'attori che tornano nei film successivi (imperdibile L'eccitazione della ragazza Do-re-mi-fa, 1985). Kurosawa lo incontriamo a Roma dove è arrivato ospite del festival Asiatica Filmmediale che oggi (ore 21.00 Casa del cinema) presenta il suo ultimo Doppelganger, futuro post-cyborg in forma di doppio. Tecnologia, fantasmi, proiezioni intime, il cuore del Giappone in forma di immaginario tra futuro “luminoso” - come il titolo del suo Bright future - e passato remoto.

Nel suo cortometraggio, “Kokoru Odoru”, c' è una sequenza con una comunità fuori dal tempo illuminata da una luce gialla..

Sono costretto per motivi economici a girare i miei film a Tokyo. In questo caso volevo fare qualcosa che fosse totalmente mio, quindi l'ho prodotto e diretto. Mi interessava cambiare rispetto ai film che ho fatto finora, che non ci fossero né Tokyo né il mondo attuale ma un luogo non riconducibile a un posto o un tempo specifici. Però non avevo molti soldi quindi mi sono dovuto accontentare di girare vicino Tokyo. Ho trovato questo posto in cui ci sono anche le montagne e in una certa ora del giorno arriva una luce non diretta, né verticale né orizzontale, ma obliqua, molto misteriosa.

Bright Future si chiude su un gruppo di ragazzi con la t-shirt di Che Guevara. È possibile che la luce di “Kokoru Odoru” sia il segno di quel “futuro luminoso”?

La figura di Che Guevara ha un preciso valore rappresentativo. Anche se appartiene già al passato, quindi non è su di lui che concentro la mia attenzione quando penso al futuro. Il personaggio del Che, come altri, contiene in sé una luminosità che dal passato si proietta nel futuro. I giovani che nel finale di Bright Future indossano la maglietta con il volto del Che non sono consapevoli di chi sia, ma una sua luce, in un futuro possibile, la porta comunque. Non penso che un ipotetico «futuro luminoso» possa essere uguale a quello della comunità nel cortometraggio, ma credo che nel mondo come noi lo conosciamo adesso, in un futuro non molto lontano, ritornerà un modo di vivere non lontano da quello in Kokoru Odoru.

Il Giappone ha approvato l'elezione di George W. Bush. Qual è la sua posizione sull'attuale presidenza americana?

È una situazione molto difficile. Ciò che so lo apprendo dai giornali, per sapere di più sarei dovuto andare in Iraq o almeno parlare con la gente che vive quella situazione. Così invece non posso avere risposte precise. Sono molto arrabbiato per l'iniziativa bellica dell'America. Ma ancora di più mi meraviglia che oltre la metà degli americani abbia riconfermato uno come Bush nelle ultime elezioni. Ho alcuni amici americani che hanno la mia stessa opinione. Il Giappone, o meglio il governo giapponese, deve per forza seguire gli Usa politicamente e questo è ancora più incredibile. In realtà oggi tanti giapponesi sono contro gli Stati uniti e fanno battaglie per il boicottaggio dei prodotti americani. Non condivido questo atteggiamento perché ci sono tante americhe e tanti americani. Non possiamo dire che rifiutiamo o odiamo l'America in generale. Gli Usa hanno sbagliato, hanno dato inizio a questa ennesima guerra contro il terrorismo dopo l'11 settembre. Ma se noi come risposta diventiamo antiamericani continuiamo a innescare odio e divisioni sulla nazionalità. Non so bene cosa fare ma dobbiamo cambiare questo modo di pensare.

Doppelganger” indaga il rapporto tra uomo e robot. In Giappone c'è un conflitto tra cultura millenaria e sviluppo tecnologico.

Non ho mai pensato così profondamente a questo film. Il mio bisogno di esprimere qualcosa solitamente ha come risultato un film. Non avevo intenzione di concentrare la mia attenzione sul rapporto uomo-robot, quando poi sento commenti come il vostro mi rendo conto che Doppelganger o altri film contengono più di quanto mi aspetti.

Cosa ne pensa di un'arte tecnologica come i videogiochi?

Giocavo molto fino a poco tempo fa. Trovavo i videogame molto interessanti.

Con quali videogame giocava?

Super Mario, per Super Nintendo. Ho iniziato a giocare proprio all'inizio della diffusione dei giochi. Poi Resident Evil e altri... Ripeto. ho giocato molto. All'inizio era veramente interessante, erano entusiasti sia i creatori che i fruitori; in quel momento pensavo che anche quando è stato inventato il cinema era così, c'erano curiosità e euforia per un nuovo mezzo. Ora sono passati più di dieci anni, alcuni giochi sono ancora molto interessanti, altri no. Nel frattempo si è sviluppato il mercato, ci sono riviste e critici, il meccanismo è molto simile a quello del cinema. Oggi soltanto una parte dei giovani è appassionata di videogame; la maggior parte della gente quando smette di giocare critica chi vi si dedica, qualsiasi problema giovanile è colpa dei videogiochi e così via. Su questo non sono assolutamente d'accordo.

Oggi registi come Kitano con “Zatoichi” o Miike Takhashi con “Zebraman”, si confrontano con i personaggi di serie tv degli anni '70: come crede stia cambiando il cinema giapponese ?

Io ho iniziato a fare cinema vent'anni fa, quando in Giappone al cinema non ci andava più nessuno. Rispetto ad allora la qualità del cinema è migliorata ed è aumentato anche il pubblico. C'è da dire che mentre Kitano è una star e i suoi film sono molto visti per me e Miike non è la stessa cosa. Quarant'anni fa, ai tempi di Oshima, in Giappone si è fatto del cinema meraviglioso, oggi ci sono alcuni ottimi film e altri che commercialmente vanno molto bene, anche se raramente coincidono qualità e successo economico. Spesso i film presentati nei festival internazionali non sono quelli che i giapponesi vanno a vedere. Non che io dia importanza al fatto che i miei film siano o no visti in Giappone o all'estero, abbiano o meno successo, mi interessa continuare la mia opera nel modo più libero possibile. Il fatto che alcuni in Italia abbiano visto i miei film è già per me motivo di grande soddisfazione. Comunque il cinema in Giappone vive un buon momento.

Intervista di Fulvio Baglivi e Federico Ercole – IL MANIFESTO – 25/11/2004

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