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CINEMA

Martin Landau, gli occhi che parlano

Martin Landau è un attore americano che possiede due occhi incredibili. La prima volta che è apparso sullo schermo, nei panni di un cattivissimo cattivo nel film di Alfred Hitchcock Intrigo Internazionale, il pubblico di tutto il mondo non è più riuscito a dimenticarlo. Martin Landau ha avuto tante vite e tante carriere cinematografiche. Ha fatto moltissimi film come caratterista. Ha interpretato il comandante John Koenig nella serie tv Spazio 1999. Ha insegnato recitazione a Jack Nicholson. E' stato il migliore amico di James Dean e di Steve McQueen. E' stato riscoperto e consacrato protagonista da Woody Allen in Crimini e Misfatti. E ha impersonato sullo schermo il più famoso interprete di Dracula, l'attore ungherese Bela Lugosi, in un film indimenticabile come Ed Wood di Tim Burton. Martin Landau è tutto questo ed altro ancora. E' una leggenda vivente. Che racconta per la prima volta il suo colpo di fulmine con Federico Fellini che lo voleva in 8 e ½.

Intrigo Internazionale” di Hitchcock è stato il tuo primo film. Non male come inizio. Anche se Hitchcock, a quanto si racconta, considerava gli attori “bestiame”.

E' una citazione che spesso viene riportata in modo sbagliato. Hitchcock disse: “Gli attori vanno trattati come mucche”. Non era gentile, ma lui era un provocatore. Tutto quello che faceva aveva lo scopo di suscitare una reazione, a cominciare dai suoi film. Hitchcock era un burlone. Gli piaceva fare scherzi alla gente. Ma sapeva essere anche molto serio. Era un uomo molto intelligente. Spesso rimproverava ai film delle sua epoca di essere fotocopie di show radiofonici, di non essere abbastanza cinematografici.

I tuoi occhi sono stati molto importanti per te, ma forse sono stati anche un problema. Quando ti vidi in “Intrigo Internazionale” pensai che saresti stato costretto a fare il cattivo per tutta la vita. Devi aver usato tutto il tuo talento per modificare le suggestioni legate al tuo aspetto.

Lo si fa sempre. Un paio d'anni fa, in Russia, mi è stato chiesto: 2Come descriveresti quello che fai?” Io risposi: “C'è un tizio che sta scolpendo un enorme elefante. Si avvicina un altro e gli chiede: è stupendo. Come si fa? Lo scultore risponde: semplice, si prende un enorme blocco di marmo e si toglie tutto quello che non ha l'aspetto di un elefante”. E' esattamente quello che si fa quando si interpreta un personaggio. Si toglie tutto quello che non gli appartiene.

E' questo che insegni ai tuoi allievi dell'Actor's Studio? A proposito: mi dici i nomi di quelli che hanno studiato con te?

Ne ho avuti parecchi. Tra gli altri, Jack Nicholson, che ha studiato con me per tre anni. E poi Harry Dean Stanton, Warren Oates, Anjelica Houston. Persino Oliver Stone. Prima di dirigere il suo primo film, voleva imparare a conoscere gli attori.

Qual'è il tuo metodo di insegnamento?

Io lo spiego così. In una sceneggiatura quello che sono i personaggi si dicono, quello che sono disposti a rivelare, è il dialogo. Il resto, ciò che non viene detto, è quello che fa un attore per vivere. E' il vissuto interiore, sono le più profonde motivazioni del personaggio, a dirci che non viene detto. Facci caso: solo gli attori mediocri si sforzano di piangere. Quelli bravi cercano di trattenere le lacrime. Solo gli attori mediocri si sforzano di ridere. Quelli bravi devono trattenersi. Perché? Perché la gente non va in giro a mostrare agli altri i propri sentimenti. Cerca di nasconderli.

Tu hai cominciato con due amici che sono morti giovani e sono diventati dei miti. Uno era James Dean, l'altro Steve McQueen. Tra l'altro, mi sono sempre chiesto perché McQueen abbia annunciato al mondo di avere il cancro.

Steve doveva andare in Messico per sottoporsi a una cura. Le prospettive non erano buone. Gli avevano detto che era allo stadio terminale. Steve fumava molto ed era appassionato di motori, stava sempre in mezzo ai gas. Fumava anche molta marijuana. Non so perché abbia fatto quell'annuncio. Forse era solo un modo per dire: ehi, guardatemi. Ho tutto quello che si possa desiderare dalla vita e sto morendo. Usate il tempo meglio di me.

Io invece ho avuto l'impressione che considerasse il pubblico la sua vera famiglia.

Steve era cresciuto in orfanatrofio. Non aveva famiglia. Tornava spesso all'orfanatrofio dove era cresciuto, al quale dava molto. Quando è diventato famoso, deve aver pensato che il pubblico che lo amava fosse la sua famiglia.

E Jimmy Dean?

Era veramente molto giovane. E' morto a 24 anni. Pensa che nel giro di due o tre anni ha fatto due opere a Broadway, oltre una ventina di programmi tv e 3 film. Si è ritrovato proiettato improvvisamente su un palcoscenico enorme.

Era frastornato da tutto questo?

Non direi frastornato. Direi colpito. Direi lusingato. Forse recitava anche lontano dal set, magari nel tentativo di costruire il personaggio di se stesso. Nel giro di pochissimo tempo si è ritrovato con il denaro per fare tutto quello che voleva, con la fama mondiale, e tutte le donne ai suoi piedi. Il successo ottenuto così rapidamente è una cosa terribile. Soprattutto per una persona estremamente vulnerabile.

Parliamo di te. A un certo punto, esaurita la tua carriera di caratterista, è partita una seconda carriera da protagonista. A chi la devi? Penso a Woody Allen, che ti ha scelto per “Crimini e misfatti”.

Ricevetti una telefonata nella quale Juliet Taylor, la responsabile del casting, mi diceva che voleva vedermi per un nuovo film. Io ingenuamente le chiesi se poteva mandarmi la sceneggiatura. Juliet si fece una risatina e mi disse: “Nessun attore è autorizzato a leggere le scheggiature di Woody, ma ti consiglio di salire su un aereo e di venire subito qui a New York perché n e vale la pena”. Io arrivai a New York e lì accadde una cosa impensabile. Woody mi diede da leggere la sceneggiatura, tutta la sceneggiatura,, non soltanto la parte che avrei dovuto interpretare. L'ho dovuta leggere sorvegliato a vista da un addetto alla produzione e dietro giuramento che non l'avrei detto a nessuno, ma l'ho letta. Ho avuto il sommo privilegio.

Immagino che Allen te l'abbia data da leggere perché “Crimini e misfatti” è un giallo e il personaggio che tu interpreti doveva conoscere tutti i retroscena della storia.

Esatto. Solo che questo mi ha messo nei guai. Perché tutti gli attori, da Alan Alda e Claire Bloom, ad Anjelica Houston, non l'avevano letta. Conoscevano solo la loro parte e continuavano a chiedermi cosa stava succedendo. Io, ovviamente, ero costretto a mentire.

Esattamente come fa il tuo personaggio nel film.

Proprio così. Lontano dal set mi ritrovavo a comportarmi come un marito sleale nei confronti di Claire Bloom. Lei mi chiedeva: “Cosa ha fatto Anjelica?” E io: “Non lo so, non so nemmeno che parte faccia”. Non le potevo certo dire che era la mia amante. E' stato come se la vita imitasse l'arte. Anjelica ovviamente era al corrente del rapporto con mia moglie e infatti gridava: “Cosa intendi dirle? Hai promesso di sposarmi!” Claire, invece, non sapeva niente. Insomma, ho dovuto mentire ed è stato piuttosto sgradevole. “Non mi piace mentire”, dicevo ad Allen. Lui rispondeva: “Fa bene al personaggio”.

Lugosi è morto piuttosto giovane. Come hai raccolto informazioni su di lui?

Ho visto ben 35 film che ha interpretato. Ho acquistato un mucchio di cassette in ungherese, per imparare l'accento. Bela Lugosi era nato in Transilvania. Aveva interpretato Dracula a Broadway, dove faceva svenire le signore in sala. Nel '31 Tod Browning aveva scelto Lon Chaney senior per interpretare Dracula sullo schermo, ma Chaney morì improvvisamente. Allora decise di prendere Bela Lugosi perché conosceva la parte. Lugosi si ritrovò nel film per puro caso. E lo fece talmente bene da non riuscire più a scrollarsi di dosso quel ruolo. Cercò di liberarsi del proprio accento, ci provò in ogni modo. Ma era impossibile. Gli ungheresi non riescono a pronunciare la doppia vu, quindi non riescono a parlare inglese senza accento.

Hai fatto molti film in Italia, come “Rosolino Paternò soldato” di Nanny Loy accanto a Nino Manfredi. Ma sei venuto in Italia prima ancora, per interpretare “Cleopatra”...

Sì. Era il 1961. Io stavo a Vigna Clara. Era tutto nuovo. Stavano costruendo ovunque. Ma forse non sai che Fellini mi voleva scritturare per 8 e ½.

Racconta un po'.

Mentre giravamo “Cleopatra”, Fellini mi mandò a chiamare. Mi portarono nel suo ufficio. Quel giorno faceva dei provini con dei bambini. C'era un mare di bambini con le madri che spuntavano di qua e di là. Vidi una porta aprirsi. Fellini mi fece cenno di entrare. Così attraversai quel mare di bambini. Era come se le acque si aprissero davanti a me per consentirmi di incontrare Mosé. Fellini mi disse: “Martin, ti voglio in questo film. E' un film che parla di un regista che non ha un film da fare. Nel film Marcello farà me, cioè il regista. E scritturerà te per interpretare il regista, cioè sempre me. E' un film dentro il film. Come le scatole cinesi. Non ho niente da farti leggere perché non c'è una sceneggiatura vera e propria, ma voglio che sia tu ad interpretare questo personaggio”. Io risposi che ero lusingato, ma che stavo facendo Cleopatra. Lui, tranquillo, disse: “Non ci sono problemi. Aspetterò che tu abbia un po' di tempo libero”.

E invece?

E invece le riprese di Cleopatra accumularono un ritardo spaventoso. Con Fellini ci sentivamo in continuazione. Io ero a Ischia a girare le scene di battaglia. Federico mi chiese di rientrare a Roma per due o tre giorni: “Devo girare la fine del film, possiamo girare il resto in seguito”. Ci provai, ma non ce la feci. Anziché sostituirmi, Fellini eliminò il personaggio. Io, appena mi liberai, mi precipitai sul set di 8 e ½. Federico mi salutò dicendomi: “Martin, mi hai messo in un angolo”. Io obiettai: “Scusa, ma perché non hai preso un altro attore?”. E lui: “Neanche per sogno. Ho fatto questo film come lo avevo pensato. Non volevo un altro attore”. Lo ricordo come fosse adesso. Federico aveva uno strappo nei pantaloni e stava girando. Accanto a lui c'era una sarta che stava rammendando lo strappo. All'improvviso, Federico si è alzato e ha cominciato a camminare. La sarta lo ha seguito, continuando a cucirgli i pantaloni anche se lui si era completamente di lei. Non sembra una scena di un film di Fellini?

Intervista di David Grieco – L'UNITA' – 24/06/2002

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