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Non piangere Argentina

Laura Pariani parla di “Quando Dio ballava il tango”

Quanto ha investito di se stessa in questo libro?

Moltissimo, perché era da tanto tempo che pensavo a qualcosa che raccontasse l'Argentina. Il viaggio di due anni fa col Grinzane Cavour, i tre mesi trascorsi in Patagonia durante la mia adolescenza hanno lasciato un segno forte. E dunque dovevo fare i conti con quest'esperienza e questa nazione con cui comunque erano rimasti legami che magari mi era difficile sgrovigliare.

Crede di esserci riuscita?

Mi sembra che complessivamente il libro sia una specie di riconciliazione con l'Argentina in cui ho tanto sofferto quando ero ragazza. Ho cercato di capire perché si partiva, perché si lasciava la famiglia e se ne costruiva un'altra. Ho cercato di entrar dentro la tragedia di personaggi che erano costretti a certe scelte di vita, compreso il fatto di non tornare mai più. E poi era anche importante per me raccontare il Novecento. Mi hanno sempre rimproverato di ricorrere ad una femminilità antica, adesso volevo narrare storie da punti di vista femminili, con una femminilità moderna del Novecento, con persone di tutte le età e di tanti ceti sociali.

Che cosa è cambiato questa volta?

Io le donne le ho sempre raccontate – “La Signora dei porci”, “I racconti del pettine”, “Il taglio delle vocali” – ma il Novecento mi creava molti problemi, che questa volta invece non ho avuto perché avevo voglia di arrivarci.

Lei ricostruisce il ricordo attraverso storie di donne, fortemente intrise di nostalgia...

Tutta la cultura argentina è fatta di nostalgia probabilmente perché è un grande paese di immigrati. E' quel sentimento un po' rabbioso e d'altra parte pieno di dolcezza con cui si pensa a qualcosa di lontano che sembra irraggiungibile. Perché il ritorno, per la maggior parte degli emigrati, è stato un sogno che non si è mai realizzato.

La politica argentina quanto entra nella sua storia?

Ho cercato di lasciarla nel sottofondo perché volevo costruire un romanzo di storie dentro le quali comunque in filigrana ci sono i momenti salienti nel Novecento argentino. O perlomeno quelli che mi hanno colpito di più: dagli scioperi in Patagonia degli anni Venti alla repressione durante gli anni Trenta col governo Tiuripuru che si ripercosse soprattutto sugli italiani antifascisti. E' la storia che la vecchia racconta a Corazon nell'ultimo capitolo, e poi ci si sono gli anni Cinquanta con il sottofondo anche un po' melodrammatico della figura di Evita. Ci sono i desaparecidos, capitoli importanti come quello ambientato nella giornata della finale del Mundial del '78, dove racconto l'atmosfera falsamente pacifica che la dittatura aveva imposto e il clima di terrore che c'era tra la gente. Fino al 2001, allo sfascio del Paese, al disastro economico, alla disperazione di chi ha cercato di costruirsi una vita degna e scopre invece di non avere più niente.

Quando Dio ballava il tango” l'accompagna emotivamente nella vita d'ogni giorno?

Sì, con Nicola Fantini e con il fotografo Giovanni Giovannetti stiamo costruendo un libro “Reportage sull'Argentina”. Ci prepariamo leggendo giornalmente i quotidiani argentini, scegliendo le storie che possono finire sulle nostre pagine perché questo – dopo la fuga di De la Rua – è un anno critico, carico di pericoli: la figura di Dualde, gli squadroni della morte contro i bambini nei barrios periferici, l'inquietante ripresa del partito neonazista. Tutti segnali gravi che la stampa occidentale sta trascurando. Comunque torno a Buenos Aires il mese prossimo invitata dall'Istituto Italiano di Cultura a presentare il romanzo.

Sedici donne dal 1898 ai nostri giorni. Come le ha scelte?

All'inizio ho pensato alla storia del personaggio principale, quella che percorre poi tutte le storie, Corazon, ma a poco a poco mi si è costruito un viaggio ad anello che attraversa più generazioni e infine ritorna a Corazon. Volevo rendere varie facce della grande epopea dell'emigrazione.

Che lingua parlano le sue protagoniste?

Dipende dall'età loro, se sono nate in Argentina o in Italia. In questo caso prevalgono le sfumature di dialetto. Roberto Raschella, scrittore di Baires di origine calabrese, per esempio s'è inventato il “catanzaro”, una lingua mescolata.

Tema del resto e lei caro.

Il dialetto è la lingua madre. Materna perché con essa siamo stati allevati.

Del dialetto la chiamano a parlare spesso. Di recente quali esperienze ha fatto?

Bè, sono stata a un grande convegno sulla lingua italiana promosso dall'Università di Palermo e ad un incontro a Milano alla Fondazione Corriere della Sera. Ed ero l'unica scrittrice tra Consolo, Tadini, Tiziano Scarpa. Il quale è stato molto polemico immaginando il dialetto come un vecchio uomo grasso con la pancia pelosa e i piedi che gli puzzano, esaltando invece la lingua italiana televisiva. Non ho capito perché, oltre al fatto che, naturalmente – non approvo.

Perché Dio non balla più il tango?

Ma io spero che lo balli ancora. Il titolo del romanzo deriva dal fatto che gli argentini hanno sempre considerato Dio argentino, loro si appropriano di tutto, lo sa che anche la pizza è argentina? Solo che in questo momento sembra che Dio abbia voltato la testa dall'altra parte rispetto all'Argentina. Forse è un po' troppo impegnato altrove.

Intervista di Sergio Buonadonna – IL SECOLO XIX – 25/03/2002

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