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Argentina con furore

La prima avvisaglia è all'aeroporto do Ezeiza, venerdì mattina. All'ufficio di cambio, un dollaro si vende incredibilmente a 3,78 pesos. Sapevo che da quando, all'inizio dell'anno, il governo aveva smesso di arroccarsi in difesa della parità del dollaro, la svalutazione era forte, ma che toccasse questi livelli vertiginosi non me l'aspettavo.

Seconda sorpresa: non ci sono autobus, c'è uno sciopero nel settore dei trasporti perché benzina e gasolio scarseggiano. Di treno neanche a parlarne: ultimamente quello che congiunge Buenos Aires a La Plata è diventato “terra di nessuno”, le rapine ai viaggiatori sono all'ordine del giorno e hanno causato parecchi morti. Per raggiungere La Plata, decido perciò di prendere un taxi. La giornata è ventosa e limpida. L'auto corre lungo l'autostrada del sud traversando prima una pianura piatta e verdeggiante, poi grandi distese d'acqua. Per un attimo ho una specie di spaesamento, come se stessi traversando le risaie del mio Piemonte, che però qui non sono mai esistite: e di risaie, infatti, non si tratta: dall'acqua emergono cime di piante, casolari isolati.

“Es la inundación” mi spiega il taxista. E così si procede per chilometri, col sole autunnale che riverbera sopra questa immensa laguna. Due milioni di ettari della campagna più fertile sono sott'acqua nella provincia di Buenos Aires, a causa di un'inondazione del Rio Salado. Il che significa strade impraticabili, paesi isolati, impossibilità di terminare il raccolto del mais, del girasole e della soia. Il cielo blu intenso comunque sembra promettere una tregua al maltempo. “Tenemos suerte, abbiamo fortuna” dice il taxista e mi spiega che spesso i piqueteros (i disoccupati in sciopero) bloccano per ore il traffico sulle autostrade. Se lo dice lui...

Diceva Jonathan Swift, tre secoli fa, che i poveri subiscono la stessa sorte del sapone: “Più vivono più perdono consistenza”. Lo stesso si può dire dell'argentino medio di oggi. Ha perso la sicurezza del lavoro se non addirittura il posto, ha visto svanire a causa del corralito sia i propri risparmi sia un tenore di vita all'europea. Vivere in perdita costante è la realtà di questo paese. E ognuno cerca di sopravvivere arrangiandosi come può. Alla televisione un cronista intervista una giovane architetta costretta, in un parco della capitale, a vendere spremute d'arancia per tirare avanti. Vado in centro a fare un giro. Venerdì pomeriggio a La Plata, capitale della provincia più ricca e più popolosa dell'Argentina: ovunque serrande abbassate e cartelli con la scritta “Cierre”. Nell'ultimo anno sono falliti 3600 negozi qui a La Plata; e negli ultimi quindici giorni ne sono stati chiusi addirittura 1200.

Anche il Colegio Nacional, la scuola più prestigiosa, è in sciopero, perché lo stato è in arretrato con i pagamenti degli stipendi. Adesso le proteste non vertono più sui “patacones”, come qualche mese fa: ormai la gente ha accettato che lo Stato paghi stipendi e pensioni in “buoni”; il problema però è che i pagamenti non sono per niente regolari e puntuali; per esempio, gli insegnanti non hanno ancora percepito “el sueldo” di marzo e circola la voce che neanche lunedì arriveranno gli stipendi...

A tarda sera la televisione annuncia la chiusura delle banche per qualche giorno, per attuare un fantomatico piano Bonex, dal nome dell'ennesimo pezzo di carta che gli argentini si ritroveranno presto tra le mani, al posto del valore dei propri depositi bancari: “buoni” garantiti dallo Stato, a 10 anni al posto dei dollari, a 5 anni al posto dei pesos. La gente non sta neppure ad ascoltare il discorso del presidente Duhalde fino alla fine: tutti si mettono in auto per cercare uno sportello bancomat aperto da cui prelevare almeno patacones, finché ne rimangono.

Un sabato di delusione e rabbia. Nella testa di tutti riecheggiano le parole pronunciate da Duhalde ieri sera: secondo il presidente, la colpa del nuovo disastro economico è dei giudici che hanno dichiarato incostituzionale il corralito e hanno permesso a molti risparmiatori di rientrare in possesso dei propri depositi. Però questa non è la verità: i giudici hanno accettato solo un piccolo numero di ricorsi, quelli che riguardavano i depositi più consistenti. Per i piccoli risparmiatori, invece, non c'è stata giustizia: non riavranno i propri depositi, ma se li vedranno convertire in Bonex. “Che me ne faccio di buoni a 10 anni? - protesta un uomo in coda a uno sportello di cassa automatica del Banco Provincia – Ho settant'anni, che ne so se sarò ancora vivo tra dieci anni...E' adesso che mi servono i soldi!”.

La coda avanza passin passetto da ore. Facce cupe. Quando uno sbotta in un mugugno, ciascuno sente la propria rabbia crescere: tutti stanno male, tutti hanno paura. “Oggi sono andata nel negozio all'angolo e le patate non c'erano: colpa del blocco dei trasporti...” si lamenta una donna della fila. E la notizia che mancano le patate corre come un brivido lungo tutta la coda. Dall'altra parte della via qualcuno offre sottovoce dollari a borsa nera, nelle tasche mazzette di biglietti verdi e piccole calcolatrici. La crisi è anche questo.

Alle sei del pomeriggio comincia il cacerolazo in una delle piazze del centro di La Plata. Una delle tante intense e rumorose manifestación che in questo momento in ogni parte dell'Argentina stanno commemorando i morti di quattro mesi fa, dal 19 al 20 dicembre scorso. Qualche breve slogan al megafono contro il Fondo Monetario che ha chiesto a Duhalde di licenziare quattrocentomila statali e contro L'Europa che si è allineata sulle posizioni degli Stati Uniti. Ma soprattutto battere di coperchi, casseruole, bidoncini di plastica. Cartelli: “Deputati, attenti a come votate: chi vota Bonex è un traditore”. Cantilene: “Bom, andate Duhalde, sos un ladrón”.

Molte famiglie intere, coi bambini a battere anche loro sui coperchi e a ripetere gli slogan. Hanno visi stanchi i bambini argentini, che quest'anno non sono potuti andare in vacanza. Malena, una piccolina di sette anni, mi racconta che a scuola durante l'intervallo gioca al cacerolazo. “Si fa rumore, si marcia tutti insieme, si grida: Abbasso la Corte Suprema, oppure: Que se vayan todos, che se ne vadano tutti” mi spiega come se parlasse a una persona che non capisce nulla, un'aliena che arriva da un pianeta lontano. “E chi sono quelli che se ne devono andare?” domando di nuovo. Malena i guarda sconsolata, si vede che mi giudica un po' tonta. “Sono i políticos che se ne devono andare”, e per evitare che io le ponga un'altra domanda, aggiunge con un tono da piccola maestrina: “Se ne devono andare tutti, porque todos son ladrones!”.

Laura Pariani – IL SECOLO XIX – 26/04/2002

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