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Una vita da 10 pesos

La crisi argentina si fa sempre più drammatica di giorno in giorno. Da più una settimana, infatti, le banche non svolgono nessuna operazione, e la gente si ritrova completamente in bolletta, anche perché i bancomat sono vuoti e i negozi (perfino i grandi centri commerciali, come l'Abasto) non accettano più pagamenti con carte di credito. Si incontrano difficoltà perfino a farsi dare il resto di 10 pesos (poco più di tre euro).

Da parecchie settimane, inoltre, scarseggiano la benzina e il gasolio, per cui gli autotrasportatori non possono assicurare le abituali forniture ai mercati generali. Le zone più colpite sono quelle del sud del paese, anche per i gravi problemi di riscaldamento, essendo precocemente cominciato il lungo inverno patagonico. Gli ospedali lanciano continuamente appelli attraverso la televisione e i giornali, perché hanno esaurito scorte di medicinali di prima necessità.

Anche nella scuola la situazione è drammatica. I docenti che sono una delle categorie peggio pagate di questo paese, non hanno ancora ricevuto lo stipendio di due mesi fa. Le classi sono enormemente affollate (anche più di 55 alunni per aula nella scuola primaria), perché molti genitori non possono permettersi di mandare i figli alla scuola privata come facevano negli anni passati. Senza contare che per molti bambini dei barrios periferici della capitale – mi raccontava un'amica maestra – il pasto alla mensa è l'unico della giornata.

Pure il maltempo ci ha messo lo zampino: un enorme territorio della provincia di Buenos Aires (due milioni di ettari) è inondato per lo straripamento di alcuni grandi fiumi, cosa che ha compromesso i raccolti dell'annata, tanto che gli abitanti della zona, che erano coltivatori e allevatori di bovini, sono costretti adesso a sopravvivere con la pesca. Anche nel Chaco, una provincia del Nord già di per sé estremamente povera, il territorio è in gran parte alluvionato. E' la seconda volta nel giro di pochi mesi che l'Argentina è sott'acqua. A febbraio, quando la terribile inondazione precedente (sei milioni di ettari allagati) stava calando, si sarebbero dovuti compiere lavori di risanamento del territorio, che però non sono stati possibili per mancanza di fondi.

L'ultima settimana è stata perciò caratterizzata da una grande ondata di scioperi, blocchi stradali, scontri violentissimi con la polizia, soprattutto nelle lontane province andine come San Juan, Jujuy, Rio Negro. Ma anche a Buenos Aires la protesta è stata molto vivace: la piazza del Congreso ha visto la manifestazione degli Ahorristas Estafados (Risparmiatori Derubati), i piccoli risparmiatori i quali dal novembre scorso non possono disporre dei propri depositi; perché, se è vero che alcuni giudici hanno accettato il ricorso di incostituzionalità del “corralito” (blocco dei depositi) presentato da alcuni correntisti, il fatto ha interessato solo poco più di un migliaio di persone titolari di conti consistenti.

Plaza de Mayo giovedì sera è stata invasa da un lunghissimo corteo di piqueteros disoccupati): migliaia di giovani a volto coperto che, rivolti alla Casa Rosada gridavano quello che è ormai diventato il grido di battaglia delle proteste argentine: “Que se vayan todos!” (Che se ne vadano tutti!).

Ma anche allontanandosi dai cortei di manifestanti, camminare per le grandi vie pedonali del centro di Buenos Aires, come Lavalle o Florida, provoca una grande tristezza: negozi chiusi, serrande abbassate , i cristalli delle banche completamente blindati d'acciaio.

Altro fatto che impressiona sono le lunghissime file di persone che stazionano giorno e notte davanti ai consolati. Sul marciapiede della sede del consolato italiano di La Plata la durata della coda, per ottenere un appuntamento, è attualmente di due settimane. La gente si è attrezzata per dormire, mangiare, ripararsi dalle intemperie; e ci sono anche persone che si guadagnano la giornata tenendo il posto a chi si deve assentare temporaneamente.

In questo disastro economico colpisce però profondamente la voglia di reagire che la gente dimostra. Come la sera di domenica scorsa a La Plata, dove un migliaio di persone di ogni età e condizione sociale ha riempito l'auditorio del centro culturale Pasaje Dardo Rocha per ascoltare Vivaldi in un grande concerto gratuito a cui hanno partecipato solisti del Teatro di stato Argentino. O come nelle serate del Quarto Festival del Cinema Indipendente con le platee delle multisale dell'Abasto gremite di appassionati che, per esempio, battevano le mani a una versione cinematografica di Conversazioni in Sicilia del nostro Vittorini. O, ancora, come al Teatro Colón che l'altra sera ha riempito la sua platea permettendo l'entrata gratuita a uno spettacolo di Brecht.

Lo stesso è successo alla Fiera del Libro, presso la sede de La Rural: nella sua prima settimana di svolgimento ha registrato un incremento del 23% dei visitatori rispetto all'anno passato. Tanti convegni e dibattiti davanti a un pubblico attento e interessato.

Come nel “Dia de Italia” dove, in una tavola da ma coordinata, alcuni scrittori argentini hanno parlato dei loro rapporti culturali ed affettivi con la letteratura italiana: Roberto Raschella ha scavato nel concetto di “lingua materna come patria”, Pablo Anadón ha raccontato il suo innamoramento per la poesia italiana del Novecento, Enrique Butti ha poeticamente narrato gli effetti della lettura di Pavese su un gruppo di adolescenti in uno sperduto paese della Pampa negli anni Sessanta. E sono rimasta profondamente commossa quando, dopo la tavola rotonda, percorrendo gli stand della Fiera, alcune persone mi sono venute incontro abbracciandomi e dicendomi: “Gracias, por amar a argentina. Grazie, perché ami l'Argentina”.

Laura Pariani – IL SECOLO XIX – 28/04/2002

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