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PIERA BRUNO

Profilo bio-bibliografico

Antologia poetica

Intervista

Antologia Critica

LETTERA IN VERSI


Intervista


Margherita Faustini intervista Piera Bruno


- L’ultimo tuo libro: «Segni lettere suoni» costituisce una mini-antologia: vi sono tue poesie scritte anche in francese, inglese, nonché tue traduzioni di poeti turchi: hai voluto esprimere la tua esigenza di aprirti ad altri paesi con l’appassionato studio della loro lingua?


Tra le persone e negli ambienti non italiani che ho frequentato per motivi di lavoro ho sempre trovato un notevole e convinto interesse per la nostra lingua e la nostra cultura. Il mio primo approccio ad altre lingue è nato come forma di ringraziamento per tale attenzione, come scambio di cortesie fra stranieri bene educati. Si sa che la “lingua”, ogni lingua parlata, è la stimmata dell’identità di un popolo, l’indizio e il segnale delle sue tradizioni e della sua storia. La conflittualità del secolo scorso ha evidenziato la necessità di comunicare al di là degli sbarramenti nazionali, l’urgenza di confrontarsi e interagire con gli altri inquilini del pianeta Terra per conoscere loro e se stessi, e riuscire a trovare nelle reciproche diversità occasioni di incontro e interessi comuni. Ho messo in pratica questa sorta di imperativo morale sconfinando in seguito nelle lingue dei due o tre paesi, europei e non, nei quali ho lavorato. Ora nei piccoli brani, - colloquiali e italianizzati- inseriti in Segni Lettere Suoni, uso il francese rivolgendomi a mio padre che parlava correntemente e prediligeva il “gallico idioma”; uso l’inglese con gli amici più lontani. Le traduzioni dal turco vogliono, da una parte, attestare il valore alto della poesia anatolica, dall’altra ribadire il mio legame con la Turchia, una seconda patria che mi ha ridato amore alla Vita e fiducia nei fratelli dopo un doloroso inserto di mahgar e di gurbah.


- Hai tradotto dal turco anche composizioni di Gülten Ak_n: un tuo breve giudizio su questa importante poetessa contemporanea.


Gülten Ak_n (1933) è la più amata e seguita poetessa turca. Laureata in legge è stata procuratore legale e insegnante nelle città dove il marito ricopriva la carica di prefetto. Madre di cinque figli li ha allevati nel rispetto dei valori della tradizione: patria famiglia, fratellanza umana. Proprio dai suoi ragazzi ha tratto il primo impulso a scrivere. Una vasta cultura e le esperienze professionali l’hanno indirizzata prevalentemente verso il tema dell’Anatolia, considerata nella varietà del suo paesaggi e nella complessità delle sue problematiche socio-economiche. Tema di fondo, l’Anatolia è occasione di proteste contingenti “Siamo i combattenti stanchi, invecchiati dalle guerre / intimoriti dagli amori” e, insieme, metafora di un malessere più diffuso, di una mediterranea volontà di salvezza. “Hanno invaso le strade di montagna con frecce e tagliole / noi riprendiamo il cammino su strade pianeggianti / senza frecce né conigli”. G. Akin ha pubblicato saggi critici, racconti, atti unici e una decina di sillogi, da L’ora del vento (Rüzgar saat_, 1956) al recente Murati giardini silenziosi (Sessiz arka bahçeler) passando per il notevole e divulgato volume antologico Seyran (1992).


- Come scrive Liliana Porro Andriuoli, nella sua eccellente prefazione al volumetto, in questa ultima silloge traduci in versi il ritmo della vita...


Ordinata negli anni ‘70, la mia resa espressiva è stata in bilico tra lo sperimentalismo delle avanguardie, la ricognizione degli oggetti e l’invadenza del privato. In seguito mi sono riconosciuta nello scontro-incontro fra parola poetica e confessione dell’autore, nel pavesiano “lirismo di sfogo” che peraltro non equivale al refrain “sole cuore amore” delle odierne canzoni-poesie avendo io, autore, traversato una guerra mondiale e i pogrom che hanno preceduto quella “dei sei giorni” - Tempo rubato, Momenti-; e inoltre la malattia - Poesia per un interno-; un esodo - Segni lettere e suoni, Scatti per un esodo-; l’esilio- Liguria quasi una patria, Prima Affabulazione. Oggi mi sgomentano gli odi e le violenze, le esibizioni e i gridati nonsensi nei quali siamo immersi. Ma a dissertarne in astratto si rischiano noia e retorica. Quindi anche in questa miniantologia mi attengo alla cronaca e al quotidiano, a un’impostazione umile e contingente e tuttavia sorretta dal desiderio di “pienezza vitale oltre il tempo”.



- Anche le tue precedenti opere sono caratterizzate dall’eleganza stilistica, frutto di una attenta, approfondita ricerca filologica; in questa nuova silloge costituisce il tessuto stesso del libro...


Se la sua affermazione non è un giudizio negativo, ringrazio la gentile intervistatrice. Se è la constatazione di un interesse rivolto alla parola in assoluto, ecco come giustifico la mia attenzione filologica. I contenuti di molta “poesia” odierna sono generici e omologati. Per riscattarli si dovrebbe far leva -e tu stessa lo fai- sul significato letterale della parola poetica riportata alla sua primitiva ed esclusiva unicità semantica. Le tecniche analogiche utilizzate per coordinare e alludere non funzionano senza rigore espressivo, dal quale -e non dai divertissement combinatori, dalle elegiache e maliziose variazioni sonore- prendono sostanza e significato simboli metafore immagini.



- Desidero ora rivolgerti alcune domande specifiche sulle tematiche dei tuoi libri. Tre i filoni principali:

1) Gli affetti familiari, dai quali emerge la figura paterna.

2) L’accorata partecipazione al dolore fisico e morale delle persone che ti sono accanto.

3) Il dibattuto amore tra una patria di origine e altre di adozione.


1) Mi piace ricordare -anche se l’ho capito avanti negli anni- che i miei genitori ed io siamo cresciuti assieme: il parlare dei due giovani era sempre un discorrere a tre. Così, fatta salva la mia innocenza, intatto il mio stupore di bambina, ho imparato senza imposizioni né retorica il senso del dovere, la gioia del lavoro, il dono dell’amicizia; ho intuito vaghi anticipi di mistero e bisogno di conoscenza. Papà pilotava le mie prime letture - Capuana Yambo Kipling Melville, brani di Hugo e Lamartine-; la mamma non metteva limiti alla mia fantasia contaminando le fiabe dei fratelli Grimm con le cronache vecchie di un secolo o quasi, che lei stessa bambina aveva ascoltato dalla bisnonna Maria. Letizia, serenità, tenerezza nel nostro gruppo familiare - come racconto nella fortunata lirica Nos soirées en hiver - sciolto troppo presto dalla morte della mamma.


2) Mio padre, rimasto la mia unica guida, ha continuato ad insegnarmi il rispetto dell’altro, la partecipazione al dolore del vicino, la fermezza del cuore di fronte alle comuni sventure. Ma il seme di questi umani propositi era stato gettato da mia madre. Eppure, nonostante le esortazioni e l’esempio di entrambi, ho sempre avuto dubbi sul discrimine tra bene e male, letizia e dolore, ragione e follia; la frequenza nel mio lessico abituale di diviso, divisione ecc. svela quante volte io sia stata spiazzata dalle complementari e contraddittorie componenti dell’esistere, con quanta fatica abbia cercato di impostare su un piano di genuino sentire umano e non sul disimpegno del buonismo un concreto rapporto con afflitti malati diversi.


3) All’inizio del terzo millennio e nel pianeta globale esilio migrazione e nostalgia sono ancora temi di forte impatto e di struggente attualità. Nascono infatti dal bisogno di darsi un’identità, dalla tensione mai appagata nell’uomo di riconoscersi in dimensioni di infinito; il fatto che negli odierni conflitti essi vengano circoscritti in rivendicazioni etnico-economiche, in progetti di rinascita politica non ne snatura la sostanza intellettiva e psicologica. Non è insolito, proprio sul piano di una normale routine psicologica, che uno di noi provi un’improvvisa insoddisfazione di sé, un totale rifiuto dei luoghi e dell’ambiente consueti. Esule in patria, l’Ulisse del nostro tempo si arrende alla sindrome del cambiamento, si getta nel mondo, tocca ignoti lidi. Finché un giorno, nella beata patria di adozione, torna ad assalirlo la fascinazione del’ignoto, del mistero che arretra a mano a mano che tu credi di sfiorarlo. L’esule si rifugia nella nostalgia, riscopre il passato e la terra, un tempo aborrita, ridiventa una parte di lui; come il mitico greco sogna di far vela da una verde Ogigia a una petrosa Itaca. In molta poesia novecentesca -quasi sempre nella produzione mediorientale- l’esilio-migrazione è presente come ardua metafora di antiche lacerazioni interiori - la vocazione insoddisfatta alla felicità, l’illusione di ricompattare terra e sete di universo-; la patria di adozione simboleggia la difficile conquista di un’identità e la caduta delle promesse riposte in un altrove circoscritto all’immanente. Concetto più pragmatico ma, insieme, topos poeticissimo, la nostalgia, ansia e dolore del ritorno, specialmente se questo si contamina con un’improponibile trancia di vissuto; e invano il cuore lo sfuma in vapore di sogno, in dolcezza di pianto consolatore. Documento esemplare della trasposizione del contraddittorio stato d’animo dell’esule in nobile resa poetica è Il duro mestiere dell’esilio (Zor sürgün ugrasisi 1957) di Nazim Hikmet. Il poeta turco che aveva esordito “Io non posso promettere/ di vivere come una roccia indifferente, superba e calma in riva al mare”, al culmine di viaggi riconoscimenti e onori si dispera e prega “Insopportabile nostalgia... basta / Portatemi per un’ora nella mia Istanbul”.

Quanto a me, non metto più a confronto una terra natale che mi rifiuta e care patrie di adozione. Chi leggerà il mio ultimo libriccino troverà che per me patria è la messe dei ricordi, raccolti giardini dietro algidi palazzi e il rumoroso vuoto delle strade.


- In conclusione, in quale linea poetica pensi di poter collocare i tuoi libri...


Rifacendomi a tutta la nostra chiacchierata, mi pare abbastanza evidenziato che io non sottovaluto movimenti, correnti, “ismi” in genere, tessuto connettivo nell’evoluzione storico-letteraria di un’epoca, area di orientamento per chi scrive o per chi esercita il mestiere di critico. Insomma quella pasoliniana “continuità di cultura” -non importa se di consenso o di rottura- dalla quale di stacca, ogni tanto, il dato originale, esclusivo e fuori del tempo cronologico, del poeta. In ogni modo il mio coinvolgimento nel pianeta poesia è nato prima degli anni ‘70 -il già accennato limen a quo della mia produzione- e si rapporta, in coeso cammino à rebours, a Mallarmé, Baudelaire, Leopardi, Parini, Ariosto, fascinose presenze evocate per lo stupore della mente da un nonno materno, un professore di liceo, mio padre. Mi sono avvicinata più tardi e per conto mio all’impressionismo mitico di Eliot, al misticismo di Emre, al lirismo ermetico di Nedim, alla disperata fonte delle parole-speranza di Celan. Dal coro di queste voci, segno sicuro di pienezza di vita, mi sforzo di percepire il suono, l’eco vocale del pensiero divino che si fa creazione.



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