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MUSICA

Noi, orfani dei Cccp

Cade la neve sull'appennino emiliano. Giovanni Lindo Ferretti probabilmente preferirebbe farsi una cavalcata nel castagneto piuttosto che passare un pomeriggio di chiacchiere, ma la cortesia contadina gli impedisce farlo e soprattutto di fartelo capire. Mancano pochi giorni al nuovo tour dei Pgr, l'ultima forma della creatura mutante nata da lui, Giorgio Canali e Gianni Maroccolo. Un tour piccolo, di sole quattro date, che inizierà martedì 16 a Milano e toccherà il 17 Torino, il 18 Nonantola e il 21 Roma. Via dai grandi spazi, via dai teatri, il gruppo torna a suonare in locali dalle dimensioni ridotte, cioè nei luoghi dove quotidianamente nasce e vive la musica che gira intorno.

Che cosa ti aspetti?

Il bello di questa avventura è che non ho la più pallida idea di come sarà. Non suoniamo nei club da una vita. Ogni concerto dipenderà dalla dimensione del palcoscenico, dagli spazi, dal pubblico…

Sembra un ritorno agli inizi della tua storia musicale. Anche nel vostro ultimo album "D'anime e animali" fanno capolino parole e suoni antichi. Riemergono i Cccp o sbaglio?

E' vero. C'è una voglia sottile di ripensare ai Cccp e nei Pgr di oggi ci sono molti momenti che li ricordano. Le parole e il modo in cui le canto sono molto vicine a quel periodo. Non c'è più, però, la rabbia dei vent'anni. Oggi c'è la serenità di chi ha, sia pur da poco, passato i cinquanta…

Non è nostalgia?

No, anzi, dopo tanto tempo si può parlarne con tranquillità senza indulgere in nostalgie. Di quell'esperienza mi restano le parole, l'energia e tanti pensieri belli. Nessuno ci obbligava a chiuderla. Avremmo potuto continuare e trasformarci in un monumento come i Ramones, ma abbiamo deciso che fosse meglio vivere da esseri umani che diventare cartoline.

C'è chi ti considera il simbolo di un'epoca e di una generazione. Ti spaventa questo ruolo?

Non sono il simbolo di niente e sono stanco di sembrare un grillo parlante. La mia vita è divisa in due spazi: quello pubblico, scandito dai progetti artistici, dalla voglia di ragionare di politica, di teologia o di virtù e quello privato con i miei animali, le mie letture e i miei vecchi sempre più vecchi.

Che fine ha fatto l'impegno politico?

Politicamente sono un orfano. La sinistra a cui appartenevo è morta. Ho fatto il funerale e l'ho seppellita insieme alle macerie della Jugoslavia e dell'Algeria sprofondati in un baratro tra l'ignavia colpevole e qualche scongiuro pacifista di quella che consideravo la mia parte.

E ora ti senti fuori da qualunque impegno?

No. Non c'è dimensione umana senza una dimensione sociale, almeno nel pensiero. Non rinuncio all'intervento civile, ma sono convinto che non tutto sia riducibile alla politica. Anzi, penso che i grandi progetti non portino bene all'umanità.

C'è molto pessimismo in quello che dici…

Forse sono pessimista ma in modo sereno. Nel passato ho immaginato cose orribili che poi non sono successe e ho assistito a cose orribili che non avevo neanche immaginato. Ciascuno fa i conti con il proprio tempo. I nostri vecchi anche nei momenti bui sono riusciti a portare un po' più avanti la storia. Spero che anche noi si possa fare altrettanto.

LIBERAZIONE – 12/11/2004



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