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CINEMA

Lizzani, la fantasia non invecchia

A 82 anni si definisce un “corridore di fondo”. Tanto che i sui cassetti sono ancora colmi di progetti. L'ultimo, appena portato a termine, è “Le cinque giornate di Milano”, fiction sulla storica rivolta del 1848 contro il regime austro-ungarico che andrà in onda su Raiuno in due parti il 5 e 6 dicembre. La sua precedente fiction Maria Josè, di qualche stagione fa, fece addirittura il pieno di ascolti (oltre nove milioni). Stiamo parlando di “una fetta” fondamentale della storia del nostro cinema: Carlo Lizzani. Regista, documentarista, attore, sceneggiatore, critico e storico del cinema, direttore della Mostra di Venezia.

Carlo Lizzani dice di sé: “La mia vita non è stata al servizio del cinema, ma piuttosto mi sono servito del cinema e della televisione per conoscere il mondo. A cominciare dal mio paese indagato attraverso il Neorealismo”.

Qual è la spinta per continuare a lavorare a ottant'anni?

Beh, ormai lo testimoniano anche le ricerche scientifiche: l'impegno nel lavoro se non prolunga la vita, offre però una rappresentazione del sé vitale che aiuta a vincere anche la depressione, il sentirsi messo da parte...

Forse però bisogna distinguere tra lavoro e lavoro. La fabbrica a ottant'anni sarebbe una condanna...

Certo che si deve distinguere tra lavoro cosiddetto creativo e quello, diciamo, subordinato/passivo anche se, pure per un operaio, smettere di lavorare è comunque traumatico. Il regista, ma anche il medico o il politico, sono mestieri in cui la creatività può non finire mai. E' un po' come si diceva una volta per il “rivoluzionario di professione”. Tutto questo, ovviamente, se il lavoro creativo non viene alienato o assorbito all'interno delle leggi imposte dal mercato.

La creatività, insomma, non invecchia mai. Del resto proprio di questi ultimi tempi abbiamo visto tornare dietro alla macchina da presa Michelangelo Antonioni, Mario Monicelli...Eppure sull'altro versante, quello del lavoro-subordinato, in molti prefigurano un futuro in cui ci si affranchi da quest' “obbligo”. Anche il cinema ce l'ha raccontato, per esempio, con “A tempo pieno” di Laurent Cantet, storia di un uomo che sceglie di non lavorare...

Arrivare ad eliminare il lavoro, quello inteso come fatica e soggezione ai bisogni quotidiani, sarebbe il paradiso. Per il momento, però, quello che abbiamo sono piuttosto i “paradisi perduti”. Come il comunismo: per arrivarci abbiamo preso delle scorciatoie che si sono rivelate delle catastrofi. E d'altro canto tutta la filosofia del Novecento ci ha messo in guardia dall'idea che il lavoro possa essere eliminato dalla tecnologia. Questi sono tempi in cui si naviga a vista. Tempi di profondo pessimismo. Proprio l'altra sera sono andato a vedere Re Lear. Già lì Shakespeare dice tutto sul potere e sui suoi orrori. Forse lo avranno applaudito Hitler, Stalin eppure tutto è rimasto uguale. E' vero che l'arte ti aiuta a capire, ma alla fine le cose vanno sempre peggio...Eppure è proprio in considerazione di tutto questo che, quasi in preda ad una sorta di schizofrenia, mi impegno su progetti e lavori che negano tutto questo.

Per esempio?

Continuo a guardare alla Storia. Come in Le Cinque giornate di Milano, una fiction a carattere pedagogico.

A proposito, a suo tempo ci furono parecchie polemiche. Si disse che era una delle fiction commissionate dalla Lega per soffiare sul fuoco del “separatismo” buono per far propaganda alla devolution.

Le polemiche non mi interessano. Il Risorgimento è da sempre un periodo che ho studiato con grande attenzione e qui in particolare mi sono anche documentato sugli scritti di Carlo Cattaneo che ha sì una visione federalista, ma capace di sfociare in un'immagine globale dell'Italia. Milano, poi, è per me quasi una seconda patria, ci ho girato dieci film, cominciando da Il sole sorge ancora di Aldo Vergano in cui ero anche attore nei panni del prete che sarà fucilato insieme all'operaio comunista. Er me quello che conta è riuscire comunque ad essere divulgativo.

Anche e soprattutto attraverso la Storia, il suo “cavallo di battaglia”...

E' vero, tanto che tra i progetti nel cassetto ho anche una storia del Novecento da ricostruire attraverso i miei film “storici” come Mussolini ultimo atto, Cronache di poveri amanti, Achtung! Bantiti!, Fontamara, L'amante di Gramigna, Il Processo di Verona, L'isola.

Di progetti, poi, ne ha anche altri...

Intanto uno già in via di realizzazione è Tanto pe' Cantà, una sorta di musical sulle canzoni romanesche cantate da Elena Bonelli, che uscirà in primavera in dvd. E' il primo di una serie di documentari sulle regioni italiane che spero di poter realizzare in futuro. Poi sono in attesa di girare una nuova fiction per Raiuno: Le confessioni di un italiano da Ippolito Nievo. Ancora un sogno nel cassetto è realizzare un film dal libro di Andreotti, Operazione Appia antica sul passaggio dal Fascismo alla Liberazione. Un vecchio progetto di commedia, La parola ai giurati, ha ricevuto l'opzione da un produttore proprio in questi giorni. Tra i vecchi progetti c'è sempre La passione di Angela, storia di una San Francesco donna, un' “eretica” per la Chiesa vissuta nel Due-Trecento. Concludono la “lista” ancora due soggetti per il cinema: uno sul tema del tempo, l'altro ispirato da un fatto di cronaca di un uomo che si è lasciato morire in una cassa. E ancora sto collaborando con Ettore e Silvia Scola alla realizzazione del “ritratto” di Sergio Amidei, oltre che scrivere la mia autobiografia. Mi rendo conto che l'elenco è lungo, ma io sono un corridore di fondo: era da trent'anni, per esempio, che avevo l'idea di fare un film sui Savoia. E l'occasione è arrivata con la Maria Josè televisiva.

Intervista di Gabriella Gallozzi – L'UNITA' – 22/11/2004

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