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CARLO LUCARELLI

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Mille e una notte. Di misteri

Carlo Lucarelli è multiforme ma monocolore, anzi dark nella vita e nell'arte. Scrive romanzi (per i quali riceve premi), canta con un gruppo, lavora in Internet e fa anche non il conduttore, ma il narratore televisivo. In quest'ultima veste è diventato, come si dice, un fenomeno di culto, con il suo Blu Notte che va in onda in questa stagione la domenica sera su Raitre. Più che creare un genere, ha creato un pubblico che segue affascinato il racconto di storie atroci e spesso irrisolte, delitti pubblici e privati che segnalano aspetti della nostra realtà più oscura e insieme più clamorosa. Efferatezze isolate e normalità efferate di un costume nazionale che ha conosciuto spesso la commistione di criminalità e politica. Questo è il clima da cui è nato Blu Notte.

Lucarelli, come nasce, invece, la tua trasformazione da scrittore di grandi noir inventati a narratore di cronache nere e nerissime?

E' nata su proposta di Carlo Freccero, quando era direttore di Raidue. Stava sentendo alcuni autori per il programma che aveva in mente e ha chiesto anche a me di provare. Io non ci avrei mai pensato.

Non è che ormai è quasi indispensabile, anche per uno scrittore, avere una dimensione televisiva, un alter ego da mandare in tv?

Indispensabile no. Io scrivo soprattutto romanzi, ma anche commedie, sceneggiature, insomma già ho provato altre strade. Si possono raccontare storie anche con la tv: la tecnica in fondo è sempre la stessa.

Ma sarà ben diverso immaginare liberamente o seguire delle piste di eventi reali come fate con “Blu Notte”.

Sì. L'unica differenza, dal punto di vista creativo, è che scrivendo hai la libertà di cambiare, tagliare quando vuoi. Per la tv ci vuole meno fantasia e più rispetto.

E ti sarà capitato si scoprire nella realtà particolari o personaggi che ti hanno influenzato fino a suggerirti storie nuove.

Non così frequentemente come si potrebbe pensare. Quello che mi è servito di più è stato imparare un sacco di cose, per esempio sulla polizia scientifica, sulla mafia e sulla politica. E' un vero corso di approfondimento.

Ma allora, per parlare in termini bassamente televisivi, sei un po' come la signora Fletcher o il tenente Colombo, che imparano tutto sui veleni, sui vini o su qualunque cosa sia collegata coi delitti.

Sì, anch'io mi documento. Però come genere di telefilm mi piacevano di più quelli ancora prima di Colombo. La mia generazione si è proprio formata sui gialli tipo Belfagor e Il Segno del comando, che sono quelli che mi hanno impressionato di più. Poi ricordo Paolo Stoppa che interpretava Dürrenmatt e naturalmente il Maigret di Cervi. E anche, sì, il tenente Colombo.

Tornando a “Blu Notte”, la scelta di un quasi bianco e nero, è stata voluta da te per coerenza con le storie o magari per amore verso un certo vecchio cinema?

E' una scelta quasi obbligata, un bianco e nero cui si è aggiunto il blu, perché sono storie che secondo me vengono dal buio. Poi c'è il mio modo di essere e di vestire, che è quello anche nella vita, mentre il blu si lega a una venatura di malinconia.

Forse mi sbaglio, ma mi sembra che sia più coerente con i tuoi libri il programma televisivo che non il film “Almost blue” di Alex Infascelli, tratto dal tuo romanzo, ma virato più sul rosso sangue che sul blu.

Col film non ho avuto niente a che a fare, nel senso che ne sono stato spettatore e poi, certo, mi riconosco di più in un tipo di narrazione che è la mia. In tv sono io che racconto, che riscrivo la storia. A Infascelli del resto interessava soprattutto il serial killer.

Come mai inventi dei personaggi e poi li abbandoni? Creare un detective che ritorna in diverse storie può provocare più facilmente l'affezione del pubblico.

Non è da parte mia una scelta tecnica o strategica. Mi vengono in mente delle storie e poi un personaggio che le racconta. Tutto dipende dalla storia. Avere uno stesso personaggio mi sembra un rischio.

Il rischio che ti prenda la mano?

Il rischio che basti a se stesso. Un rischio nel quale non è ancora caduto Camilleri con il suo Montalbano, mentre devo dire che ho smesso di leggere Montalban con il suo Pepe Carvalho. Io cerco di arrivare al risultato cambiando personaggio ogni volta, oppure qualche volta tornando a un vecchio personaggio. Mi è capitato anche questo, ma sempre partendo dalla storia.

Dai tuoi libri a me piacciono soprattutto quelli ambientati durante il regime fascista, dove circola un'atmosfera spessa, affascinante.

Sono quelli in cui mi diverto di più. C'è il filtro della ambientazione storica che rende tutto più esotico.

Della storia torniamo alla cronaca, in particolare a quella efferata di certa tv, un genere nato che ha fatto scuola, nel senso di aver creato i seguaci del peggio. Che cosa pensi della cronaca degli sbudellamenti?

Che è sbagliata. Intanto perché la cronaca è talmente forte di per sé che il giornalista dovrebbe solo incorniciarla e prendere le distanze. E poi ci deve essere una forma di rispetto per lo meno verso il personaggio della storia che è la vittima. Raccontando particolari sempre più impressionanti si finisce per drogare la percezione dello spettatore, rendendo sempre meno sensibile. Anche noi, tornando per così dire sul luogo del delitto, con Blu Notte abbiamo dovuto scontare l'avversione creata da certi cronisti. Quando sentivano parlare di tv, ci chiudevano le porte e abbiamo dovuto faticare a spiegare che facevamo un lavoro diverso. Basta pensare al caso di Cogne e a quante volte i tg hanno aperto con notizie non-notizie, anche quando non era successo niente.

Parlando invece di cronaca letteraria, come mai proprio a Bologna c'è, se non una scuola, almeno un gruppo di giallisti molto composito, di cui fai parte anche tu e alcuni, come Fois, che non sono neanche bolognesi?

Ci sono alcuni motivi. Per una serie di fatti criminali come la vicenda della Uno bianca, Bologna si è scoperta una città nera. Questo ha imposto una serie di suggestioni. Si è formata una specie di cooperativa attorno a Loriano Macchiavelli, che era già uno scrittore affermato. Poi, che vuoi, viviamo a Bologna e la città è talmente contraddittoria che viene spontaneo raccontarla in chiave misteriosa.

Per il resto d'Italia, però, Bologna è una città godereccia e paciosa.

Lo è. Noi autori truculenti ci troviamo sempre a tavola. Molti di noi sono anche ottimi cuochi. Tortellini, città a misura d'uomo, sono cose vere, ma contemporaneamente a Bologna uccidono un benzinaio per 200.000 lire.

E come avete fatto a coinvolgere anche Francesco Guccini nel vostro mondo?

Lo abbiamo cooptato perché anche lui era appassionato di gialli e ha cominciato anche a scriverne con Macchiavelli.

Eppure Guccini, Macchiavelli e del resto anche tu, non abitate a Bologna. Siete in qualche modo dei campagnoli, dei sedicenti bolognesi.

Bologna è un concetto esteso. Secondo noi Bologna parte da Reggio Emilia e arriva a Cattolica. E' la città che attira, attorno alla quale si gravita.

Chiudiamo con la puntata di domani, che è dedicata a Pasolini. Rispetto a quelle dedicate alla morte di Salvatore Giuliano o di Calvi, che puntata è?

Secondo noi è una bella puntata, non tanto misteriosa. Raccontiamo tutti i fatti, ma è un modo di raccontare lui. Del resto, noi partiamo sempre dalla vittima, ma in questo caso lasciamo che sia Pasolini stesso a raccontare la sua storia.

Intervista di Maria Novella Oppo – L'UNITA' – 25/01/2003

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