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Geo Pistarino – L'ÀNCORA – 20/09/1998

L'enigma del toponimo “Monferrato”

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Tesi ed ipotesi sono state avanzate e discusse tra storici e linguisti circa l'origine ed il significato del toponimo del Monferrato, senza che mai vi sia giunti ad una conclusione per tutti o quasi soddisfacente.

Esso compare per la prima volta, nella documentazione storica, in un atto di Berengario I del 23 giugno 909, sotto l'indicazione topica “in Monferrato”.

Lo ritroviamo poi nelle donazioni di Rodolfo di Borgogna del 18 agosto 924, di nuovo come dato topico “In Monteferrato”; di Ugo di Provenza e del figlio Lotario in data 24 aprile 947, ancora come “in Monteferrato”; nel diploma di Ottone I di Sassonia per il marchese Aleramo, redatto il 23 marzo 967 “in comitatu...ontisferrati”.

Per il secolo XII troviamo le citazioni: “in Monteferrato, nel 1027; “In Monteferato” per il 1034; “Monteferadiensis”, nel 1040; “In Monte Pharato” nel 1047; ed inoltre, nel corso del secolo XI: “Monspharatus”, “Monspharratus” (che riteniamo a sé stanti).

Occorre subito rilevare che questo toponimo, nella sua seconda componente in Fer – o Far-Phar-, non è esclusivo dell'area di confluenza tra il Tanaro e il Po, dove cioè andrebbe identificato il suo nucleo topograficamente originario; ma che esso ricorre anche in altre zone dell'Alta Italia occidentale: “Monspharatus” e “Monspharratus” ricorrono in una zona ristretta sulle colline presso Pecetto Torinese, come è stato evidenziato da Aldo Settia, mentre come segnala lo stesso Settia, riscontriamo i toponimi analoghi di monte Farato presso Valenza, di “Monsferratellus”, “Monteferrarium”, “Mons Ferrarie” in area pavese: di “Montferrat” e di “Montferrier” in Francia.

Si tratta quindi di un toponimo che – si dice – dovette trarre origine non da un fatto esclusivo, ma da un motivo ricorrente in modo analogo in luoghi diversi, o per la caratteristica del suolo e/o ambientale, o per situazioni analoghe negli insediamenti umani. Per la soluzione del problema occorre pertanto rifarsi più che alla documentazione scritta con tutte le sue varianti, alla tradizione orale dialettale, generalmente più genuine ed affidabile e fortemente conservatrice, come ha giustamente rilevato in un suo ottimo saggio Bruno Chiarlo.

A proposito del quale riteniamo condivisibile la tesi secondo cui, partendo dalla “constatazione che il toponimo afferisce a più località e viene riportato in più varianti con due diversi temi (Fer e Fer) e con particolari grafici non chiaramente interpretabili (segno Ph, R semplice e doppia)”, si giunge “a supporre che voci etimologicamente e semanticamente diverse, accomunate però da una accidentale stretta assonanza, siano poi approdate allo stesso termine dialettale: Munfrâ. In altre parole, è possibile che l'analogia fonetica di differenti voci originarie (probabilmente non più tardo-latine, ma già romane) abbia indotto localmente l'adozione dello stesso meccanismo evolutivo, giungendo infine a forme tanto simili tra loro da renderne spontanea e quasi inevitabile la confluenza dell'unica voce finale suddetta”. Resta comunque il fatto – e vogliamo sottolinearlo – che può trattarsi originariamente di voci diverse.

Nel suo eccellente saggio del 1992, Bruno Chiarlo, Considerazioni ed ipotesi sul toponimo Monferrato (“In Novitate”, anno VII, novembre 1992, fascicolo II – 14) prende in esame, come le più valide tra quelle sino ad allora espresse, quattro ipotesi. Quella chi si richiama alla produzione del farro (dal latino far e mediolatino farrum), cioè alla produzione di questa granaglia, gli sembra improbabile sia perché “non risulta che storici greci e latini abbiano indicato il Basso Monferrato con termini che evidenziano la sua particolare fertilità”, sia perché, “se il fatto (inteso genericamente come “frumento”) non ha offerto, dall'antichità fino a tutto il periodo tardo-romano, il tema per derivare nelle terre basso-monferrine toponimi durevoli e inequivocabili, appare molto improbabile che lo abbia fatto in periodo barbarico, quando tali zone erano in gran parte ridotte a paludi e boscaglie”.

L'ipotesi “ferro” può essere sostenuta linguisticamente con più valide argomentazioni” rispetto alla precedente, e trova forti sostenitori sia per le tracce ferrose che in loco sono note ambientali piuttosto frequenti, sia per il richiamo alle medievali “ferriere”, presenti soprattutto presso i monasteri, sia anche, ad abundantiam, per la nota favolistica di Iacopo d'Acqui, il quale ricorda l'esistenza “in tempi lontani dell'officina di un fabbro su un monte presso Crea”. Si può notare tuttavia, con Bruno Chiarlo, come “non sembra del tutto ingiustificato sostenere che solo un vero giacimento di minerale ferroso, sia pure di modesta consistenza, ma ben noto ed anticamente già sfruttato, avrebbe potuto essere determinante per la creazione di un toponimo così solido e con un significato così specifico come Monferrato”. Si aggiunge che questa ipotesi circa il richiamo al ferro non consentirebbe l'assimilazione del toponimo Monspharatus, e simili, con il nostro Monsferratus; dato che in nessun caso nel dialettale fer si osserva il passaggio in far.

Con richiamo alla radice far di toponimi del tipo Monspharatus (1047), Mons Pharratus, riscontrati in una zona collinosa presso Pecetto Torinese, tra Moncalieri e Superga, alcuni studiosi si sono richiamati alla “fara” longobarda: piccola cellula familiare o plurifamiliare, che stava alla base del tessuto sociale e dell'organizzazione familiare dei Longobardi. Ci troveremmo quindi di fronte ad una forma toponimica ibrida, formata da una voce latina (mons) e da un termine germanico (fara): il che comunque presuppone che la sua origine non risalga ai primi tempi dei nuovi dominatori; ma ad una fase in cui la progressiva struttura amministrativa degli antichi invasori li costrinse a ricorrere al latino, non potendo essi sopperirvi con la propria lingua. Ciò presuppone altresì che la voce mons abbia preso ad indicare non tanto la montagna, la “clima”, quanto il territorio del bosco, dell'area tenuta a pascolo, a differenza della parte coltivata. Il mons faratus o mons farratus sarebbe perciò un'espressione ibrida, latino-longobarda, intesa ad indicare un determinato insediamento stabile di un gruppo di “famiglie”, componenti la “fara”, in una fase in cui gli antichi conquistatori sono pervenuti alla persistente attività rurale, come, viceversa, l'espressione latino-longobarda di mons arimanorum, di cui è traccia presso Sestri Levante e di cui ritroviamo altro esempio nel secolo VII presso Serravalle Scrivia, sta ad indicare un'occupazione di carattere militare, nei primi tempi della conquista. Si aggiunga che i meccanismi fonetici monferrini non escludono il passaggio fara fera, attestato anche in area francese. E' pertanto possibile che proprio allo spostamento insediativo delle “fare” sia dovuta la stessa diffusione del nome Monferrato in aree diverse. Ciò tuttavia richiederebbe una maggiora o più precisa documentazione circa gli insediamenti e la dislocazione delle fare, come appunto è avvenuto per gli stanziamenti degli arimanni, sebbene di essi si conoscano soltanto i due documenti, sopracitati.

Di fronte alle indicate difficoltà Bruno Chiarlo ha avanzato una propria ipotesi, la quale, dinanzi ai due casi del farro e del ferro, vincolati alla struttura del territorio, si è aggiunta a quella della fara, discendente dalla tipologia dell'insediamento umano. L'autore si è richiamato alla frequenza, nell'area padana, più precisamente tra Torino e Valenza, di nuclei d'insediamenti, già padani, passati al cristianesimo: piccoli cenobi della tarda età imperiale e dell'età patristica, monasteriola della fine del secolo IV o degli inizi del secolo V. L'indicazione originaria di tali stanziamenti di cellule monastiche sarebbe stata quella di mons (o montes) fratrum, con successivo sviluppo nello schema Monfratum Monfrâ Munfrâ. Dove l'espressione dialettale monferrina sta alla base del trapasso dall'espressione vocale all'interpretazione latinizzata, scritta, di notai, cancellieri, scribi ecc.: da Munfrâ a Mons Ferratus. Tutto ciò presuppone tuttavia un'origine del toponimo assai più antica di quanti risulti a noi documentato: risalente cioè a periodo pre-barbarico, tra la fine del secolo VI ed i primi decenni del secolo successivo, quando, dopo la caduta dell'impero romano, “nel complesso quadro delle vicende storiche della Padania occidentale”, dovette perdurare “la sopravvivenza, in una ristretta zona presso la confluenza Tanaro-Po, di un antico presunto riferimento toponimico alle “terre o colline dei frati”(Montes Fratrum). Questa designazione, saldamente radicata nell'uso popolare e forse imprevedibilmente favorita da qualche fortunata congiuntura, avrebbe resistito per più di trecento anno contro ogni evento, tendente, direttamente o indirettamente, a cancellarla”. Uno solo quindi o un piccolo gruppo, relativamente circoscritto, sarebbe riuscito a definire la propria fisionomia territoriale nell'ambito di un più vasto distretto (la ludiciaria Torrensis), differenziandosi lentamente sotto il profilo geografico e, successivamente, amministrativo”.

Lo stesso autore si pone però qualche interrogativo: a) come giustificare la presunta lunga eclissi dell'antico toponimo in epoca alto-medievale? b) come spiegare la ripresa in forma “ufficiale” della sua validità? c) perché l'espressione originaria avrebbe fatto riferimento alla voce “frate” anziché a quella, classica, di “monaco”? L'autore formula accurate risposte, ma “in assenza di qualsiasi documentazione”.

Ciò ci consente di avanzare una nostra modesta proposta semantica, con il richiamo alla struttura del territorio e tenendo presente una precisa distinzione tra Monsferratus e Monspheratus come toponimi tra loro distinti sia nell'origine sia nel significato.

Ci richiamiamo alla situazione dell'area in cui emerge originariamente il nostro toponimo di Monferrato alla confluenza con il Tanaro ed il Po -, accogliendo il valore del termine mons nel significato di spazio-terriero, magari anche collinare. Nel grande nemus della Liguria savonese al Tanaro; l'area di confluenza di questo fiume nel Po dovette avere raggiunto tra il secolo IX ed il X, data la mancanza di opere idrauliche, la condizione del massimo degrado, contro la ripresa del secolo XI; l'una e l'altra situazione temporale prospettano emergenze toponimiche diverse: più generiche nell'alto-medioevo, via via più particolareggiate a partire dal secolo X, quando la configurazione feudale propone una più minuziosa ripartizione del territorio. Aree originariamente incolte e degradate, e come tali indicate topograficamente in modo generico, assurgono a specifica rilevanza portando la propria denominazione di tipo verbale dialettale alla condizione scritta, di tipo diplomatistico o notarile, in lingua latina o mediolatina.

Tale dovette essere appunto il caso del nome del Monferrato, asceso da una generica valenza di designazione di area improduttiva, genericamente configurata in senso ambientale, ad una specifica indicazione di tipo amministrativo-territoriale. Tenuto conto del valore mons come indicativa non tanto di un rilievo orografico quanto di uno spazio, lasciato o scaduto, a situazione brada, già è stato proposto, come secondo componente del toponimo, la voce latina feralis, nel senso di luogo selvaggio, abitato da fiere, e simili, quale dovette appunto essere l'area della confluenza tra Tanaro e Po, soggetta a piene e inondazioni, coperta da boschi e da paludi, priva di specifici insediamenti e perciò di attività umana, volta alla difesa ed alla valorizzazione del territorio.

Accogliendo il concetto, che tocca topograficamente il trapasso da un'era storica di degrado, segnato dalle devastazioni di Burgundi ed Alemanni, dalla lunga guerra bizantino-gotica, dalle contese cattolico-ariane, dal conseguente degrado della vita economica e sociale, alla ripresa, già nel secolo X, delle strutture territoriali, ed in particolare della messa a coltura dei pastini per opera dei grandi monasteri, nell'età tardo carolingia, del regno italico indipendente, della prima dinastia sassone, riteniamo si possa proporre un'ulteriore ipotesi, in controtendenza con la precedente. Pensiamo, cioè alla voce latina ferre nel suo significato di “produrre”, donde è infatti derivato il termine ferax - “ferace”. Quindi ferratus, mons ferratus, nel senso di area messa a frutto, riportata alla coltivazione, con totale esclusione di richiamo al ferrum. Come modelli storici delle tue tesi, or ora enunciate, proponiamo il caso, sempre nella nostra area diocesana vercellese, tortonese acquese, di Villa del Foro, già municipio romano, ridotto a semplice vicus in epoca alto-medievale, e, viceversa, quello della pieve d'Orba o della villa di Solero come esempi di fondazioni con finalità di restaurazione territoriale.

Sul piano puramente storico, indipendentemente dai fattori linguistici, la difficoltà, per non dire l'impossibilità di determinare quale possa essere la più oggettiva delle due soluzioni, qui proposte circa l'origine ed il significato del nome, deriva dal fatto che la sua comparsa si colloca nel secolo più oscuro del trapasso dall'alto al tardo medioevo; il secolo X in cui, accanto alle incursioni saracene in Liguria ed in Piemonte si propone la prima presenza di un grande monastero, fortemente attivo: quello di Giusvalla.

Cronologicamente, in base alla documentazione sino a noi pervenuta, la forma toponimica più antica appare essere quella di ferre ferratus, rispetto a quella di ferus feratus; ma non può trascurarsi il fattore della totale occasionalità della conservazione documentaria appunto per tale periodo, come pure quella dello scambio scrittorio tra Monsferatus e Monsferratus. La voce Monsferratus, con la r doppia è già presente, come si è detto, nel 909, mentre Monsferratus, con la r semplice compare, forse come residuo di assai più antica dizione, soltanto nel 1034. In entrambi i casi il dialettale fer tende ad eliminare la e: donde, in entrambi i casi: Frâ, Munfrâ. Se la formazione basilare del toponimo può collocarsi nella grande depressione del secolo IX, con i primi cenni di ripresa già nel secolo successivo, mentre proprio in questo secolo si presenta la sua emergenza fra i testi latini, la sua susseguente espansione territoriale, come è noto, è dovuta alla fortunata circostanza di essere andata associata allo sviluppo del potere territoriale di Aleramo e dei suoi discendenti, presentando perciò un ambito territoriale in continuo mutamento nel decorso del tempo, in conseguenza delle fortune politiche della casa regnante sul marchesato.

Perduto l'originario significato, la voce Monferrato è passata dal settore toponimico a quello politico, diventando, grazie al fattore politico amministrativo l'indice d'una coscienza nazionale che tuttora sopravvive nel quadro storico dell'Alta Italia.

Prof. Geo Pistarino – L'ÀNCORA – 20/09/1998



Geo Pistarino, ex docente di Storia Medievale,
nonchè ex direttore del Dipartimento di Storia ed ex preside della
facoltà di Lettere dell'Università di Genova.

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