TEATRO



Intervista a Lele Luzzati

Vive tutt'ora a Genova, nella casa dove è nato nel 1921, ma lavorato e ricevuto premi in tutto il mondo (gli ha dedicato una mostra anche il Beaubourg di Parigi). Ceramista, scenografo, illustratore di libri per bambini, ha attraversato mezzo secolo di prosa italiana e firmato le scene di opere liriche al Covent Garden e al Metropolitan di new York. Allestì il suo primo spettacolo nel '44, Losanna, dove si era rifugiato a causa delle leggi razziali. Tra le sue prime opere in Italia, il progetto per un teatro ebraico e l'inaugurazione del teatro ai Parchi di Genova Nervi. Ha collaborato più volte con Gassman, ha fondato la Compagnia dei Quattro e la Borsa di Arlecchino con Aldo Trionfo. Sue le immagini dei titoli di testa e di coda dei film di Mario Monicelli “L'Armata Brancaleone” e “Brancaleone alle Crociate”. Si è sempre considerato un grande artigiane: ha lavorato nelle fabbriche di ceramica di Albissola, ha progettato le decorazioni interne di grandi transatlantici come l'Andrea Doria, si è divertito a creare “arredi urbani” come il Parco di Santa Margherita.

La fantasia è il suo bene rifugio, la sua fuga o una risorsa come tante?

Le favole mi sono sempre piaciute, ma non le ho mai considerate un sipario tra me e la realtà. Le favole come l'arte, in genere...Da ragazzo, all'epoca delle leggi razziali, ero rifugiato a Losanna, passavo le mie giornate in una dimensione che poteva sembrare ovattata, fuori dalla storia. Ma avevo chiara la coscienza di tutto quello che stava accadendo, non mi sentivo sulle nuvole. Sapevo di essere appeso a un filo, pensavo che, un giorno o l'altro, avrei potuto trovarmi con la mia famiglia, in un campo di concentramento. La comunità ebraica ne aveva notizie, anche se con contorni sfumati, anche se non era immaginabile neppure metà dell'orrore che si sarebbe conosciuto dopo.

E non erano le favole a farla andare avanti, a darle coraggio un po' come succede ai protagonisti de “La vita è bella”?

“La vita è balla” è un film di cui ammiro la leggerezza. Ma è “Schindler's List” quello che ho sentito bruciare sulla pelle...No, io allora non ero affatto un adolescente malato di anacronismo, deciso a restare ad ogni costo nel paese dei balocchi. Non lo sono mai stato, forse, anche se continuo a suscitare questa impressione, perfino ora, alla mia età. Ero un ragazzo assetato di cultura. E ciò che mi dava forza,che mi faceva guardare al “dopo” era la possibilità di trovarmi ij uno straordinario crocevia della creatività europea. Lì ho conosciuto Paul Klee e Singer, che era un fuoriuscito, e ho sentito parlare per la prima volta di Brecht. E, poi, sempre laggiù ho potuto fare una delle scoperte più straordinarie: l'anima del mondo ebraico dell'Est...E diversissimo dal nostro, quello italiano.

Lei è religioso? Quanto conta Dio, quanto pesa tutto ciò che s'intende per soprannaturale nella sua arte?

Non son mai stato molto osservante, ma sento il fascino della tradizione. Ho illustrato molti giornali ebraici e ho creato anche alcuni oggetti per la sinagoga, che sono stati esposti alla Triennale di Milano.

In base alla sua esperienza, non pensa che, tra i giovani che vivono in condizioni difficili o conflittuali, a volte possa maturare più facilmente il seme della creatività?

Probabilmente sì, sono fatti che hanno il loro peso, ma per tutte quelle forme di creatività che non richiedono il supporto di mezzi tecnici. Voglio dire che nella soffitta di un ghetto diventa difficile coltivare qualcosa che non sia la lettura e la scrittura.

C'è stata un'esplosione, nella sua generazione. Oggi, a volte, sembra di individuarla soltanto in certe aree del pianeta. E in quelle più tormentate...

Farei comunque un distinguo: tra predisposizioni dello spirito e certe condizioni create dalla storia o dalla politica culturale. Noi, nel dopoguerra, ci siamo trovati in una condizione per certi aspetti vantaggiosa, rispetto a quella dei giovani d'oggi. Nel vuoto delle macerie, c'era anche lo spazio per chi avesse idee e voglia di ricostruire. Io, per esempio, ho cominciato da lavori importanti, non ho dovuto fare neppure un giorno di gavetta. Oggi, invece, i ragazzi si trovano di fronte non dieci, ma cento strade sbarrate.

Si sente più scenografo o pittore?

Tutti i miei quadri, o collage, sono bozzetti per scenografie. No, non mi sono mai sentito un pittore, Perfino quando ho incontrato Picasso nella sua casa in Spagna, abbiamo parlato di teatro, più che di quadri.

Con Picasso aveva già avuto contatti?

No. Da lui mi portò un ex partigiano, un certo “Marzo” che si era messo in testa di fare una mostra su di lui e che ci riuscì. Ci accolse con molta semplicità...dopo mezz'ora stavamo già parlando di teatro...

A teatro ha avuto anche amici, oltre che compagni di viaggio?

A teatro ho conosciuto tutti: Gassman, Albertazzi, Ferzetti, Galloni, che è stato il maestro di tutti noi, Aldo Trionfo e Fersen...l'amicizia vera l'ho conosciuta ai tempi della Compagnia dei Quattro. Con tutti loro, ma specialmente con Franco Enriquez e Valeria Moriconi, posso davvero dire di aver lavorato divertendomi.

Che cosa è, per lei, il Teatro della Tosse?

E' anche la mia creatura, che ho fondato con Tonino Conte. E un punto fermo della mia vita, un appuntamento fisso in tutte le mie giornate genovesi. Anche quando non devo lavorare non posso fare a meno di fare un salto là, al Sant'Agostino, per guardare, respirare, scambiare quattro chiacchiere.

Che posto ha avuto l'amore nella sua vita?

Riguardando la mia vita, vedo amori-amicizie. A una di queste, importante, sono legato fin dai tempi della scuola...E ci sentiamo sempre, anche se abitiamo in città diverse. Sposarmi? No, non ci ho mai pensato. Avrei dovuto cambiar vita. Ma non potevo, mi divertivo troppo.

Non ha mai pensato alla paternità?

Capisco che sia logico chiedermelo, dopo aver visto tutte le illustrazioni che ho dedicato al mondo dell'infanzia. No, non ho mai avvertito dentro di me quest'istinto. Rispetto ai miei giovani interlocutori mi sono sempre sentito un compagno più grande, non un padre.

Quanto ha contato il caso e quanto la determinazione nella sua carriera?

Che io, da grande, avrei voluto fare l'artista, il decoratore, lo avevo già scritto in un tema del ginnasio. Ma mio padre aveva detto: Semmai l'architetto. E non avrei mai potuto accontentarlo, se alla facoltà di Genova, qualche anno fa, non mi avessero insignito della laurea honoris causa: la geometria non è mai stata il mio forte...Le tragedie della storia mi hanno portato a Losanna. Là ho realizzato il mio sogno, e seguendo una strada che forse mio padre non avrebbe scelto, più tardi, da vecchio, anche il suo. Il caso, a volte, ci conduce dove non spereremmo.

Lei ha regalato immagini e colori a pensieri di grandi autori e alle note di grandi musicisti. Con chi si è sentito più in sintonia?

Con Mozart. Forse anche perché ho avuto la fortuna di potermi accostare a lui attraverso un'opera che è più vicina al mio mondo, “Il Flauto Magico”. Se il primo impatto fosse stato, ad esempio, con il “Don Giovanni”, le cose sarebbero andate diversamente.

Quando non deve lavorare, per puro piacere personale, che musica ascolta?

Quella del Sette-Ottocento, poi salto a Strawinski.

Le piace anche il realismo romantico?

Certo, ma mi è più difficile interpretarlo: mi fa sentire meno libero.

Come si pone di fronte alla televisione e al computer?

Di fronte alla televisione mi pongo parecchio, come tutte le persone della mia età. Per noi anche un'overdose non è certo pericolosa, come invece potrebbe essere per i giovani. Il computer? Non mi sembra un rischio per la creatività: basta considerarlo qualcosa che non sostituisce il resto, ma una risorsa in più.

Perché un cittadino del mondo, come lei, ha sempre continuato a mantenere la sua base a Genova?

Perché è una città che mi piace fisicamente. Ha una mutevolezza prospettica che consente una nuova scoperta ogni giorno. E non è vero che “qui non si può far niente”. Questa è una lamentela che si sente dappertutto, salvo che a Milano e a Roma, dove ho anche vissuto ma che non rimpiango. Direi che è più facile essere cosmopoliti qui che a Londra o a Parigi. Se non altro perché qui, ogni tanto, si è proprio costretti a muoversi. E si ha sempre voglia di tornare.

Intervista di Silvana Zanovello – IL SECOLO XIX – 02/06/2001