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MUSICA

Madredeus: alle radici del folk

Intervista a Pedro Ayres

In attività da 14 anni, scoperti nel '91 da Wim Wenders con il film “Lisbon Story”, i Madredeus ruotano intorno al fondatore Pedro Ayres e alla cantante Teresa Salguero, anche se lo spirito di gruppo annulla qualsiasi figura dominante.

La loro musica non può dirsi esclusivamente popolare, con appendici nel fado, ma una lettura coinvolgente del folk portoghese con intuizioni brillanti e moderne.

Ayres, ricorda com'è cominciato?

Siamo venuti in Italia, per la prima volta nel'88. La nostra era una musica nuova, ma con un suono familiare. Ci venivano ad ascoltare giovani studenti, italiani, greci, spagnoli, portoghesi. Eravamo degli amatori, ora siamo professionisti. In 14 anni abbiamo dato più di mille concerti, in ventidue paesi.

E cos'è cambiato?

Del nostro progetto? Nulla. Né gli strumenti, né l'attenzione per il canto, per la nostra lingua. Abbiamo sempre creato metafore della parola, che rendessero accattivante la nostra cultura.

Fate una musica latina?

Non proprio. Agli inizi, i francesi la definivano una “musica del sud”. Certo, ci sentiamo vicini a paesi come Spagna, Italia, Grecia, Israele, ma non era nostra intenzione fare un sound latino. O non solo quello. Però, ora che ci hanno chiamato per la prima volta a fare un tour in Inghilterra, vediamo riconosciuta una certa coerenza.

Lei, una volta, ha detto: sul palco siamo contro la guerra, fame e violenza.

Sì, lo ricordo. E' un messaggio ricorrente nel nostro lavoro. Nel '94 abbiamo scritto “Espirito da Paz”, spirito di pace. Voleva dire molte cose, come le creazione di un'atmosfera pacifica intorno a un discorso poetico: due ore di spettacolo in assoluta comunione, un messaggio che si poteva immaginare senza comprendere parola per parola. E noi lo abbiamo sublimato attraverso la musica.

E oggi cosa proponete?

Siamo per il disarmo globale, contro qualsiasi uso delle armi.

Teresa Salgueiro è l'icona dei Madredeus.

Sì, è una grande cantante, e le dirò una cosa: noi non sappiamo mai se una canzone sarà adatta al nostro repertorio sino a quando non la canta Teresa. Lei difende, in qualche modo, il nostro lavoro perché è famosa e ammirata. Anche per la sua sensibilità.

In concerto porterete le canzoni del nuovo album Movimento.

Che non è solo movimento musicale, ma di cultura. Un movimento cinetico, ma anche civile. Negli anni '80 abbiamo creato i Madredeus come fenomeno culturale senza contributi dello Stato, senza dipendere da nessuno. Non abbiamo un leader, siamo l'espressione piuttosto rara di equilibrio fra spettacolo e organizzazione. Ci ama la gente comune come i melomani. Altamente improbabile trovare qualcosa di simile nella musica.

Però il vostro spettacolo oggi è diverso.

Sì, non ci sono percussioni, eppure c'è più ritmo. Più musica e più parole. Scelto con grande cura per il timbro della voce di Teresa. In certi momenti del disco, ma anche dal vivo, la sua voce è quasi avvolta dal silenzio per farla risaltare di più. Gli arrangiamenti sono più popolari. Ci sono danze portoghesi rivisitate, e c'è un'atmosfera di trepidazione, ansia se vuole, che suona come una difesa dell'illusione dell'idealismo.

Interpretati dalla Salgueiro?

Certo, è come se Teresa esprimesse un movimento interiore: sotto i riflettori, con gli abiti lunghi, il fascino della cantante. A volta canta la lontananza dal suo paese, ed evoca in sala il profumo del suo mare. Altre volte, esprime il suo desiderio di viaggiare, conoscere il mondo, quello che è giusto e quello che è sbagliato. Una fotografia di tutta l'umanità. La sua voce è come il mare, e nella poesia portoghese il mare è la metafora del mondo. Questa è la nuova avventura dei Madredeus nei prossimi anni.

Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 29/01/2002

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