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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX - 11/10/2001

Seppelliamo la peste e il taglione

Ho provato pena, una grande frustrante pena, ieri l'altro sera attaccato alla radio sado-maso Parlamento, che trasmetteva in diretta il voto sulle mozioni concernenti la guerra, le bombe, Kabul. Pena per la sinistra di questo Paese, pena per questo Paese. E pena per me. Mi tocca vivere oggi, e mi toccherà fino alla sua risoluzione, in un epoca nuova. Non quella che io ho sognato – altre che futura umanità! - ma un'epoca nata sotto il peggiore possibile dei segni, un'epoca che si sta assumendo l'incarico di dimostrare come sia possibile che la storia si rivolti contro chi pensa di possederla, si arresti e torni precipitosamente indietro, sgretolando le buone vecchie affidabili strade su cui ho camminato fino ad oggi ragionevolmente certo di non dovermi fermare mai.

Nei giorni passati mi sono persino consolato pensando: bè pensa se ti fosse toccato di vivere, e molto probabilmente morire, durante la Grande Peste del Trecento! Apro gli occhi e scopro che la peste è un'eventualità che in questa epoca va presa in seria considerazione e nel Paese più avanzato del mondo è già cominciata la caccia all'untore.

La Peste. Già, e non solo quella che consuma il corpo e lo uccide, ma anche quella che già sta intaccando l'anima del mondo del diritto, della giustizia, della libertà. Il mio mondo. Posso scegliere di fare due cose. Posso decidere di lasciar andare – let it be – chiudere bottega e vedere come va a finire, come vado io a finire. O posso ancora pensare di sperare che nessun destino, non quello mio e nemmeno quello del mondo intero, sia segnato una volta per tutte. Agire nella speranza che da questa enormità si possa ricavare una lezione e da quest'epoca si possa uscire con dignità, con giustizia. Ma perché questo possa accadere, perché non cessi di essere un umano attivo e desideroso di futuro, non credo di aver bisogno di addestrarmi alla meditazione trascendentale; ho certo bisogno di molte cose, ma di una in particolare, io, come questo paese, come il mondo: di una classe dirigente. Devo sapere che anche quest'epoca possa essere dirette in modo progressivo, visto che si da il caso che sono un progressista e credo fermamente che un'idea progressiva del mondo sia risolutiva soprattutto nelle grandi crisi. Il Parlamento mi ha illustrato che questo, almeno oggi, almeno in questo paese, non è possibile. In questo paese i progressisti non sono una classe dirigente. Se lo fossero avrebbero un pensiero originale, preciso e unico su come dirigere quest'epoca eccezionale. E sarebbero consapevoli di doversene assumere la responsabilità, che nella fattispecie è terribile e angosciante, ma ineludibile. Se le cose hanno preso questa piega non mondo è perché il mondo è stato governato nell'epoca appena passata in modo stupido, se non consapevolmente criminale; di certo in modo irresponsabile, visto che chi ha il potere sulle cose e sugli uomini non ha ritenuto di doversene assumere alcun peso. E tanto per essere chiari, la responsabilità sul mondo non si esaurisce aggiungendo un pacchetto di carne in scatola e di penicillina a un grappolo di bombe. La fotografia delle Torri che crollano non basta a spiegare quello che è successo e perchè. D'accordo, è fondamentale tenerlo presente. Me la Torri sono crollate. E un secondo dopo i talibani come i bambini innocenti di Kabul, erano già carne bruciata. Nessuno al mondo può essere stato tanto sprovveduto da non averlo capito. Per primo Bin Laden sapeva che un secondo dopo l'attacco all'America, l'Afghanistan era già terra bruciata. Era INEVITABILE. Questa è una delle cose più dure e più atroci di quest'epoca; che dal crollo delle Torri in poi la ragione e la giustizia devono arrancare dietro l'inevitabile. Si può discutere se l'inevitabile sia giusto e quanto lo sia, se ne può discutere fin che si vuole, ma resta il fatto che l'inevitabile non si può evitare. Si può, forse, ad essere responsabili, dirigere. Oggi chi ha potere, e intelligenza del potere, deve saper dirigere e governare l'inevitabile, nella speranza di poterlo accordare con il giusto e infine costruire una realtà dove l'inevitabile semplicemente non può esistere. Quasi un miracolo, dati i precedenti, ma è quanto ci tocca.

Sono fermamente convinto che uno o mille bombardamenti, una guerra, non risolvano mai un problema alla sua radice, neanche quando ci si illude di aver estirpato anche l'ultimo filo d'erba, o l'ultimo terrorista, Della stessa mia opinione erano i vincitori della Seconda Guerra Mondiale, da Churchill a Stalin, si anche lui. Ma sono crollate le Torri e sotto la cenere, inevitabili covavano le bombe. Il senso di colpa per Auschwitz, Dresda e Hiroshima ha accompagnato per tutta la vita un'intera classe dirigente che ha combattuto per la libertà del mondo dal nazismo, non per il dominio sul mercato del petrolio. Ma sono cadute a terra le Torri e le bombe hanno chiamato l'inevitabile bombardiere.

Sono convintissimo che la guerra del Kosovo potesse essere evitata se solo l'occidente non fosse stato fino ad un anno prima così l'intimo amico di Milosevic. Altrettanto valga per la Guerra del Golfo e Saddam, altrettanto valga per l'Afghanistan tra le cui macerie, si può star sicuri, non giacerà il corpo del terrorismo, né saranno sepolti i suoi poteri. Nondimeno sono crollate la Torri e un secondo dopo Kabul era terra bruciata.

Io andrò domenica alla marcia Perugia-Assisi in totale accordo alla sua parola d'ordine: acqua, cibo e lavoro per ogni essere umano. Beni che solo la pace e la giustizia possono garantire. Non me ne frega niente di trovarci Rutelli o Diliberto o gli altri allegri compagni di Parlamento. Certo, credo che possa essere interessante discutere con loro della guerra e della pace, sempreché abbiano davvero voglia di discutere. Da loro l'altra sera volevo dell'altro. Volevo una cosa più difficile; ma sono loro che ho eletto ad aspirante classe dirigente. Volevo che con tutta l'ansia, la fantasia e la libertà di pensiero che questa enormità richiede, si provassero a dirigere l'INEVITABILE.

Condizionare l'inevitabile è un compito troppo difficile per i progressisti del mio Paese? Tentare il miracolo è una follia improduttiva? E questo non lo fa dividendosi, e dividendosi rinunciando. Non in Parlamento, non nel luogo della direzione e del governo. Lo si fa, tanto per essere chiari, riuscendo ad essere così uniti qui e trovando una così buona compagnia nel mondo, da alitare talmente da vicino sul collo Bush – che è oggi e per un bel po' ancora il padrone dell'inevitabilità – da costringerlo alla giustizia della responsabilità. Perché si compia il miracolo che la storia riprenda il suo corso in avanti, perché la pesta e il taglione ritornino da dove sono venuti, dalle epoche che abbiamo sepolto.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 11/10/2001

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