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MAURIZIO MAGGIANI

La scala della felicità


Se non c'è ancora riuscito il caldo, amici miei, a fulminarvi il cervello, a obnubilarvi la mente, ci voglio provare io. Alla temperatura corrente di 39 gradi Celsius umidità relativa 85 per cento, vi intratterrò sul seguente, estivo e corroborante, tema: il Pil: prodotto interno lordo. Se ancora non sapete cos'è il Pil vi conviene correre ad autodenunciarvi in tempo per l'ultima sanatoria disponibile, ma lo sapete tutti cos'è: il Pil è la somma di tutto ciò che in paese si può trasformare in denaro. Da quando si è scoperto che con il denaro ci si può comprare anche un'anima nuova, è l'indice ufficiale del benessere di un popolo, è il numeretto in percentuale positiva che vuole sventolare ogni governo; è il Dio Mammone che tanto ha fatto incazzare il mite Mosé subito dopo il suo privato colloquio con il Roveto Ardente.

M'è venuto in mente il Pil, pensate un po', il giorno di Ferragosto. Ho passato il giorno di Ferragosto nella mia vecchia casa di Spezia, il posto più accogliente che avessi a portata di mano. Lì ho un ventilatore cinese che va come una littorina e un gran bel terrazzo esposto alla pur lieve bava d'aria. Temperatura intramoenia 36 gradi, extramoenia 44: niente male per il giorno dell'Assunta. E' stato un bel giorno di pigro lavoro e oziosi pensieri nostalgici.

Il ventilatore friniva in controcanto alle cicale assiepate all'ulivo di fronte, e mi è ritornato alla mente che in questa casa ho passato forse l'anno più felice della mia vita. Il 1991. Avevo lasciato un odioso lavoro sicuro per provare a vivere di quello che mi piaceva, di scrittura. Non avevo niente, solo questa casa con il suo terrazzo e una buona idea per un romanzo. Ho passato quell'anno scrivendo e coltivando ogni genere di pianta utile e ornamentale. Alla fine dell'anno avevo un romanzo e una giungla. Detratto l'affitto, il telefono, luce e acqua, ho avuto a disposizione 200 mila lire al mese per tutto l'anno. Non mi è mancato nulla. Mai. In quell'anno ho imparato cos'è il superfluo e cos'è il necessario, ho imparato a fare la spesa, a tenermi d'acconto gli abiti, a razionare il tabacco. Igiene dell'anima, disciplina del corpo. Sono stato davvero felice e la mia felicità era fatta di niente. Niente che contribuisse alla crescita del Pil mio e del mio paese.

Non credo di essere mai stato più così bene come quell'anno. Non oggi che ho un reddito cinque volte superiore di allora, una casa più grande e più bella, una qualche posizione sociale. E' fin stupido dirlo, ma i soldi non fanno la felicità, il Pil non è per niente l'indicatore del reale benessere della gente. Si sta bene, secondo la casa di Maslow, quando si soddisfano le seguenti necessità in ordine gerarchico: uno fame, sete, riposo, due sicurezza e protezione, tre amore e senso di appartenenza, quattro stima altrui e autostima, cinque e ultimo autorealizzazione. Quando un uomo diventa quello che è in grado di diventare. E allora è felice. Rifletteteci un attimo su e chiedetevi se siete d'accordo con Maslow.

Poi chiedetevi quante di queste necessità potete soddisfare con la disponibilità di denaro. Fin dove potete salire la gerarchia in virtù dei miliardi della lotteria? Certo è che se non abbiamo la possibilità di sfamarci, di dormire in un letto decente, di curarci, di riposare, di leggere un libro, sarà impossibile raggiungere l'autorealizzazione. Ma poi? Pensate ancora: più soldi abbiamo e più di quei soldi li investiamo per curare la nostra infelicità, una infelicità che non dovrebbe essere nello stato di benessere. Compriamo antidepressivi, paghiamo psicologi, terapie antistress, acquistiamo oggetti inutili che lì per lì ci consolano, blindiamo le porte, mettiamo allarmi, telecamere oltretutto, più soldi abbiamo più cresce la paura di perderli; perché più cresce il Pil più aumenta il divario tra chi ha e chi non ha. E così con le nostre spese anti infelicità facciamo aumentare l'indice del benessere.

Gli americani si sono sentiti più felici, e la loro felicità è cresciuta di pari passo con il benessere targato Pil, tra gli anni Cinquanta e Settanta, nell'epoca che ha vinto la grande depressione economica e ha raggiunto le grandi conquiste sociali e culturali. Poi, quando sono diventati davvero ricchi, felicità e Pil si sono dissociati: hanno smesso di stare sempre più bene man mano che facevano più soldi. Non credo che nel nostro paese le cose siano andate diversamente, la date sono quelle. Pensateci ancora: tutto questo ci appare ovvio, banale, puro senso comune. E allora, perché i nostri governi continuano ad adottare il dio blasfemo del Pil? Perché dovremmo essere orgogliosi di aver raggiunto un due per cento in positivo? A cosa ci serviranno questi soldi? Non sarebbe più umano e più sensato che ci proponessimo altri obiettivi, pilotassimo e lavorassimo per un indice del benessere diverso dallo stramaledetto Pil? La felicità per ogni uomo e l'obiettivo che si propone la carta dei Diritti Universali; tra i firmatari non risulta il fondo monetario internazionale, il Papa del Pil.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 17/08/2003

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