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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX - 21/10/2001

Safari metropolitano: piccole moto, grosse multe

Una cosa piccola nel cuore delle enormità di questi giorni. Dunque ho un'amica. Questa mia amica ha totalizzato nell'ultimo mese lire 463 mila di contravvenzioni a causa del suo scooter. La cifra corrisponde esattamente a un terzo del suo stipendio e a conti fatti, pagate le sue multe, le avanza a sufficienza per mangiare un panino tutti i giorni lavorativi e un panino con in più la pasta alla crema nelle festività. Misero stipendio il suo, per procacciarsi il quale discende ogni mattina dalle dorate alture dalla circonvallazione a bordo di un motorino debitamente catalizzato verso il centro città, là dove, così di sovente, viene colta in flagrante di irregolare posteggio.

Ciò accade nel Triangolo d'Oro di Genova tra via XXV Aprile, piazza Dante e Piazza Matteotti, dove migliaia di onesti cittadini, giunti di buon mattino da ogni dove, si disputano con astuzie ladresche e meschini sotterfugi uno dei pochissimi posti regolari di sosta. La mia amica non posteggia al bordo della fontana di De Ferrari o nell'androne del Carlo Felice, non su un marciapiedi, né sotto un porticato, ma cerca di farlo con discrezione al limite della segnalazione, fuori dalla zona consentita ma in luogo non compromettente. Inutile che mi dilunghi, i molti lettori scootermuniti sanno di che parlo. E so pure di non dire un'originalità se aggiungo che la mia amica trova il comportamento dei vigili di una durezza e un accanimento che lei – lei – non esita a giudicare disumano. “La legge è la legge” ha ribattuto ieri mattina un tutore della corretta sosta al pianto disperato dell'amica,,indicando alla rea il palmo abbondante di fuori gioco di cui si era resa colpevole per la somma di lire 63.000. Ed è vero, la legge è legge.

Il principio va tenuto saldo e fermo soprattutto in questi tempi di incerto diritto, di diritto flessibile. Oddio, a voler spaccare in due il capello, non è che la legge sia sempre la legge, nemmeno per i cantunè. Se così fosse, tanto per dire, le casse cittadine rigurgiterebbe di miliardi per le multe emesse per guida senza cintura di sicurezza.

Il fatto è, e qui sorge nella sua limpidezza l'umanità del vigile urbano, che quel genere di trasgressore bisogna andarselo a cercare con dispendiosi inseguimenti, con blocchi disagevoli di traffico, bussando ai cristalli delle vetture e importunando in tal modo, e spaventando forse, l'ignaro conducente. La sosta vietata è al confronto un idillio, un'amena passeggiata in un frutteto dove il pomo si coglie con gesto naturale rilassato.

Il fatto è, e qui l'aspetto umano rifulge nella sua tenera natura, che ai cantunè non si pagano gli straordinari per insufficienza di cassa. E Iddio non voglia – nello scriverlo mi trema la penna per l'empietà del sospetto – che gli insolventi amministratori abbiano conculcato ai sottoposti con colpo feroce di sprone e l'ingiunzione: “Andate per strada a cercarveli voi i soldi degli straordinari”.

Ah, questo non sarebbe bello, no, per niente. Gli incassi delle contravvenzioni vanno utilizzati, a rigor di legge, per opere di pubblica utilità. Naturalmente gli straordinari dei dipendenti, e in particolare dei tutori dell'ordine e della pubblica serenità, sono opera utile e dovuta, qualunque cosa ne possano pensare i malevoli. Cionondimeno tra le opere di pubblico interesse sarebbe opportuno inserire altre lodevoli iniziative. Ad esempio il pagamento di giusta parcella a tecnici ed operai specializzati perché reperiscano e delimitino con la vernice apposita spazi appropriati per il parcheggio dei ciclomotori.

Al pari di altre migliaia di lavoratori la mia amica usa mezzo di locomozione adatto alla mobilità in una grande città non munita del comfort di una metropolitana e di mezzi di superficie sufficienti e regolari. Un mezzo assai pubblicizzato da autorevolissimi amministratori per le intrinseche benemerenze in fatto di ingombri e di scarsità di emissioni nocive; un mezzo che, se usato nel rispetto del codice della strada, è in grado di risolvere una quantità di gravosi problemi della collettività e della persona. Un buon strumento di lavoro, talmente buono da aver avuto un successo strepitoso.

La gente, la migliore, ha ormai afferrato il concetto che di automobili in città meno se ne vedono e meglio è per tutti. Anzi, come a New York, andrebbero multate le automobili sorprese con un unico passeggero a bordo. Logica vorrebbe che si facilitasse il più possibile l'uso del mezzo di trasporto personale più adatto, che si fossero trovati per tempo, tanto per cominciare, gli spazi per ficcarlo da qualche parte una volta usato. E' come aver fatto tanto per sospingere la gente a teatro e non fargli trovare posto a sedere. Semprechè il ciclomotore sia l'idea giusta, che abbia ragione l'ex sindaco di Roma e candidato premier che in ciclomotore si faceva fotografare come aureo esempio di sensibilità urbana.

Facciamo così, facciamo che la mia amica, e i molti altri suoi colleghi di sosta, sia felice di aver contribuito con urbana solidarietà al riassestamento delle pubbliche finanze. In cambio gradirebbe un corrispettivo gesto solidale: qualche centimetro di vernice bianca in più da qualche parte. O, se no, ditele quello che le ho detto io: di lasciare il suo scooter sotto casa e andare a lavorare a piedi. Una bella passeggiata da Lagaccio a Piazza Dante, da Marassi a Fontane Marose, con il suo bel ritorno, allunga la vita di dieci anni: ci alza presto, si prende l'aria buona e ci si fa un fisico da atleti. Ma diteglielo però.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 21/10/2001

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