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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX - 06/11/2001

Il buon patriota in minoranza

Mai come in questi giorni mi sento proprio un buon patriota, per la precisione un buon anarco patriota (detto anche patriota con il seltz), un'antica forma del patriottismo che ha prosperato nelle epoche passate in tutto il mondo ed oggi alligna qua e là in assoluta minoranza, sommersa dal dilagare del patriottismo contemporaneo, o patriottismo liscio.

L'anarco patriota si riconosce dal patriota contemporaneo per la seguente, fondamentale distinzione: il primo ama intensamente la sua comunità e odia con tutto il cuore la retorica, il secondo va pazzo per la retorica e professa un lubrico disprezzo per la comunità. Per comunità si intende il proprio quartiere, la propria città, il proprio paese e, almeno, per i libertari e radicali, il mondo intero.

Per essere ben compreso mi aiuterò con degli esempi. Eccone alcuni, fulgidi, di anarco patriottismo: le decine di migliaia di giovani americani partiti volontari alla prima guerra mondiale per la salvezza della democrazia europea, le centinaia di migliaia per la difesa della patria della seconda, e solo ieri le centinaia di pompieri newyorkesi votati alla morte per la salvezza dei loro concittadini. Anarco patrioti sono stati anche i renitenti alla leva durante la guerra del Vietnam, se è per questo, una guerra che non aveva nulla a che fare con l'amore per niente e nessuno, tranne che per gli interessi dell'apparato militare industriale, come lo chiamava il presidente Eisenhower, patriota all'antica anche se non con il seltz.

Come vedete questi esempi sono presi dalla storia degli Usa, se non altro per rispetto a questo paese, ma potete trovarne molti anche nella storia del nostro di palese; pensateci. Come classico esempio di patriota contemporaneo, liscio, può essere citato invece il presidente petroliere Bush padre che, in nome della libertà dei popoli, ha intrapreso una feroce guerra per liberare i pozzi di petrolio ma non il popolo che ci stava sopra.

E, per tornare proficuamente al nostro paese, il presidente Berlusconi, che con una mano sventola un tripudio di bandiere italiana e americana e con altra, nello stesso giorno, nella stessa ora, vende, svende, disfa il patrimonio artistico e culturale nazionale. Perché questo, cari concittadini, ha in mente di fare il nostro disfattista governo, come con orrore hanno denunciato le più prestigiose istituzioni culturali del mondo. Loro, non noi, non qui, che dovremmo essere in massa con la bandiera italiana a presidiare gli Uffizi e degli altri duecento musei, gallerie, monumenti e palazzi, se fossimo patrioti, se amassimo la nostra comunità, se difendessimo i suo tesoro.

Alle barricate italiane! No, lasciamo perdere le barricate, almeno per il momento, lasciamo stare anche l'anarco patriottismo, che può mettere in ansia più di un bravo cittadino. Ma pensiamo soltanto ad essere bravi patrioti, come auspica il nostro presidente, quello della Repubblica intendo.

Allora ricordiamoci che la nostra patria sta correndo un gravissimo rischio. Pensate al vostro quartiere, alla vostra città, al Paese, alla sua vita civile, agli interessi comuni, alle aspettative, ai problemi, a tutto ciò che richiede la partecipazione di ognuno, l'intelligenza di tutti, la lotta, il confronto. Pensate a che posto stanno nella scaletta del telegiornale, nelle pagine del quotidiano, nelle chiacchiere al bar o in coda alla Saub. A che posto stanno nella vostra mente e nelle nostre opere.

Stiamo rischiando di diventare disfattisti non perché critichiamo la condotta di una guerra ma perché, lentamente, inesorabilmente, siamo indotti a trascurare tutto ciò che è essenziale alla vita della nostra comunità. Da veri patrioti possiamo permettere alla guerra di distruggere e uccidere non solo là, dove sta già accadendo, ma anche qua, dove i nemici del Paese non possiamo che essere noi stessi.

Penso a Genova, la città dove vivo. Bene, l'undici di settembre stavo scrivendo un articolo su un tema che mi sembrava importantissimo. Su quello che poteva essere, che poteva sembrare, che forse sarà, il rinascimento della città. Avevo un sacco di cose da dire in proposito; magari stupidaggini, ma ben chiare, cose che ritenevo potessero servire alla mia comunità.

Scrivevo, e a un certo punto mi chiama il direttore di questo giornale: “Apri la tv”, mi dice. L'ho aperta e da allora, da due mesi, il mio articolo è lì, sul desk del computer, scritto a metà. Inutile, inesistente. Altri hanno provato a discutere su cose serie, vere, essenziali per questa città. Ma giorno dopo giorno il tema si sfilaccia e si squaglia, sprofonda oltre la cronaca e il costume, tra ciò che rimane dopo tutto ciò che la guerra si è divorata.

Ma come si fa a parlare della città quando i nostri ragazzi sono lì per partire per il fronte afgano? E le nostre ragazze pure? Si fa, si fa o si muore, si muore come al fronte. Che si sia d'accordo o meno sul fronte e sul fatto di andarci, conservando l'obbligo civico di discutere di questa guerra e sul modo di farla, dobbiamo praticare l'amore per la comunità nell'unico modo possibile: continuando a costruirla e facendolo meglio di come si è fatto finora. Altrimenti la guerra ucciderà la comunità semplicemente mettendo a tacere le sue voci, legando le mani dei suoi costruttori. E avremo sindaci eletti tra lo sventolio delle bandiere e il vuoto di idee, e saranno sindaci peggiori. E ospedali pieni di Cipro contro l'antrace e vuoti di bravi e onesti medici, e saranno ospedali peggiori. Così come avremo i monumenti trasformati in ristoranti di lusso e le banche in forzieri del riciclaggio. Tutto sarà peggiore in un paese di patrioti di tanta retorica e niente amore, tutto, senza il sincero, eroico patriottismo al seltz. Sì, alle barricate cittadini!

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 06/11/2001

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