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MAURIZIO MAGGIANI

Vita in allarme

In salita dell'Incarnazione c'è una bella casa abitata da bella gente. Naturalmente tutta questa bellezza va tutelata e protetta, e un buon modo di farlo, moderno e razionale, consiste nel piazzare nella bella casa un congruo sistema di allarme elettronico. Infatti così è, e tutti quanti noi che abitiamo intorno passiamo le nostre giornate - quando non sono le nostre nottate - ad ammirarne la potenza dissuasiva. Sono settimane, mesi, anni, che ce la spassiamo in salita dell'Incarnazione, coordinando le nostre attività casalinghe sul ritmo e sulle melodie delle sirene. No. Non pensiate che quella bella gente e quella bella casa siano fatta quotidianamente, caparbiamente, oggetto di effrazione e rapina: gli allarmi suonano perché il gatto di casa ci ficca dentro le sue zampine, per amore della musica, perché l'aria si è fatta umida e forse andrà a piovere, suonano perché non si sa mai, ma non per segnalare una rapina in corso.


In effetti è ben difficile che un allarme suoni nell'ambito di una rapina casalinga. Basta per saperlo chiedere a un povero rapinato, a un bravo poliziotto, o passare dall'ufficio studi anziché da quello commerciale di un'industria specializzata nel settore. Ma tant'è, come possiamo non preoccuparci di preservare i nostri beni e noi stessi, come privarci di uno strumento così efficace di prevenzione, ancorché fallace in primis, e in secondis distruttivo della quiete che salita dell'Incarnazione meriterebbe?


Gli allarmi ululano, trillano, bippano e berciano tutto il giorno e non un ladro che si sia mai fatto vedere coordinando la propria criminale azione con la loro. A questo punto di esasperazione del vicinato, se mai dovesse presentarsi un delinquente ad attentare alla proprietà allarmata, immagino che sarebbe accolto da un universale, liberatorio applauso., versato con sollievo dalle cento circostanti finestre.

No, gli allarmi non suonano mai quando dovrebbero. Viviamo annegati in una paranoia di allerte, e nessuna ha suonato un minuto prima che venisse bombardata New York o Madrid, o Istambul. Un attimo prima che ci avessero svaligiato la casa, trafugassero il motorino. Ci barrichiamo dietro ultrasensibili reticolati elettronici, infallibili servizi di spionaggio, invalicabili barriere missilistiche al solo scopo di placare un'ansia che è destinata solo a crescere man mano che le barriere si rivelano patetici sipari di carta velina. Celiamo la nostra impotenza a noi stessi e, peggio che mai, i potenti, i governanti nascondono la loro, trasformando la vita in un baccano infernale, in un'allucinazione di lampeggianti gialli, arancio, rossi. La verità è che la nostra paranoia ci sta facendo ciechi, la verità è che guardiamo quasi sempre dalla parte sbagliata. A guardare dalla parte giusta può essere che non si riesca a sopportarne la vista. E allora giù con le sirene a tutto spiano. C'è il problema dei problemi circa la tutela della nostra vita: il terrorismo di Al Qaeda e associati. Ma quando un povero disgraziato magrebino, malato di mente, alcoolista, lontano da una qualsivoglia pratica di fede, si ammazza in malo modo, il maggior quotidiano nazionale titola per mano del suo super esperto: il kamikaze della porta accanto. Dagli con la sirena. Dopo ogni attentato e prima del prossimo venturo, così come in altri, in questo paese si fanno grandi retate di terroristi, potenziali, presunti e certissimi. Ce n'è una appena terminata, per la prima volta denominata ufficialmente come preventiva. Nella rete vasta dodici regioni c'è finita la straordinaria pesca di un arresto e dodici espulsioni. Forse è stato un buon lavoro, non lo so; ma non dimentico che per le passate retate è bastato aspettare uno straccio di processo per scoprirne la triste inconsistenza. Ma intanto le sirene hanno ululato il loro fallace allarme fino a farcene uscire completamente frastornati, incapaci di distinguere la realtà dai comunicati stampa. Viviamo non più nella preoccupazione, ma nella paura. La nostra paura piace ai terroristi e piace anche alle aziende specializzate in sistemi di sicurezza, siano aziende industriali o politiche. Ma nella paura non si può vivere una vita decente né tantomeno feconda, a meno che non si abbiano le chiavi del rifugio segreto del presidente Bush. E non le abbiamo. In qualche modo dovremo uscirne da questo stato, proprio per la semplice ragione che questa non è vita. Dovremo inventarci qualcosa di più ragionevole che angosciare il vicinato con i nostri stupidi allarmi elettronici brevettati e garantiti. E questo, in teoria, sarebbe il compito della politica, se la mano della politica fosse capace del bene e del male e non capace solo di girare all'impazzata la manovella della sirena.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 04/04/2004

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