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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX - 12/11/2001

La rabbia del Vento con la voce di lupo

Il terzo giorno del Vento. Sono ore che sono qui, seduto al tavolo da lavoro, senza scrivere, senza leggere, senza fare nient'altro che tenere gli occhi fissi oltre la portafinestra sulla palma del giardino di fronte; invoco il dio delle palme che la sorregga nella sua battaglia. Ma la palma è sfinita, mugola il suo dolore di albero bambino, la sua disperazione di creatura fuori luogo. Se il Vento dura ancora una notte, domani la palma bambina sarà morta e con lei la parte più bella della crosa, e io starò ancora peggio di quanto sto adesso. Volevo bene alla palma e alla crosa. E, fino a ieri l'altro, volevo anche bene alla tramontana. Ma il vento è un'altra cosa: è qui per far male. E viene da un dolore della terra talmente profondo da sembrare una pazzia.

Sui vetri della portafinestra cristalli di neve appena nata e subito abortita si sciolgono assieme alle chiazze di sabbia rappresa: il Vento è una folle alleanza di tramontana, libeccio e scirocco. E' lo Spirito dei venti incazzati, l'alito furioso della Terra. Lo sento da come parla, facendosi prestare l'ugola dalle tapparelle, con voce di lupo. Lo sento dalla sua determinazione, dalla sua ferma volontà di non dare tregua. Ieri l'altro era una cosa insolita, oggi è qualcosa di molto somigliante a un delirio.

La lampada appesa sulla crosa oscilla e mi manda segnali in un alfabeto Morse che non conosco. Un vaso da notte saetta attraverso il balcone e va a sfracellarsi contro la ringhiera. E' un vasetto di plastica guarnito di una testa d'anitra. Dalla crosa per un attimo la lampada illumina la testa dell'anitra: ha gli occhi sbarrati, increduli, come se nel suo viaggio nel Vento avesse visto e compreso quello che da questa stanza non posso vedere né capire.

Questa mattina sono uscito per procurarmi cibo e tabacco bastanti a tapparmi in casa e sfidare il Vento sulla distanza. C'era poca gente per strada, intenta a schivare cartacce rapaci e cassonetti sbandati: mi sembra adesso che avessero lo sguardo dell'anitra, che forse è anche il mio sguardo. I meteorologi dicono da un paio d'anni che la Liguria è finita in una specie di vortice straordinario, creato dal mutare delle correnti d'alta quota, uno dei molti esiti dell'effetto serra. Come a dire che saremmo i predestinati per un gigantesco esperimento di innovazione meteorologica: da qui a da altri luoghi sparsi per il mondo, la Terra proverà a darsi un nuovo ordine climatico. Come è sopravvissuto alle catastrofi del remoto passato, l'ecosistema ha buone probabilità di sopravvivere alche alla catastrofe provocata dall'uomo. Non è detto che l'uomo sopravviva a se stesso, ma questo non è nei pensieri di Gea, che pensa in grande. Tre giorni orsono, nella splendida cornice di Marakesh, con la solita faccia di tolla che li distingue, i rappresentanti della civiltà superiore hanno concluso il loro convegno sul clima stabilendo “che sì, qualcosa bisognerà pur fare”. Attraverso le tapparelle la voce di lupo del Vento aggiunge che sì, qualcosa farà anche lui.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 12/11/2001

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