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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX - 16/11/2001

Vado a cercare la democrazia

Vado a Pesaro, impresto tre giorni della mia vita al partito dei Democratici di sinistra. Non sarà una gita, non ho pratica di congressi di partito, ma ho i miei fondati dubbi che ci sarà di spassarsela. Immagino per altro che non ci sia uno solo tra i delegati, gli invitati e gli accreditati che pensi anche solo lontanamente a qualcosa del genere. Associare oggi la parola spassa alla parola sinistra può capitare solo in una seduta di psicoterapia, e non è un buon segno per il paziente.

Con che spirito vado dunque? Non negherò la semplice, perversa curiosità. Curioso di vedere cosa succede nella più alta assiste di quello che è ancora il maggiore partito della sinistra, partito che già fu della classe operaia. Curioso dei meccanismi e dei riti che porteranno a quello che, peccato per la suspense, è già successo nel pectore: l'elezione del leader. Curioso delle facce che ci credono ancora, encomiabili, se non altro, per questo. Curioso di scoprire per quale ragione non c'è un buco libero per dormire nel raggio di quaranta chilometri da Pesaro.

Se è per lo straordinario interesse generale in previsione di una politica nascente, o perché l'associazione europea dei medici legali e dei coroner si è precipitata in massa a studiare una così augusta ed imponente salma.

Ma non è certo solo per curiosità che io vado. Diciamo che parto con sincero spirito democratico. Sono molto interessato alla democrazia, della democrazia me ne sono fatto nel tempo una vera e propria passione. Sono in ansia per la democrazia, temo per la sua buona salute se non per la sua vita stessa. E vado a Pesaro in cerca di lei, vado al congresso dei Democratici per vedere se, offesa e bistrattata, sia per caso andata ad abitare lì. Vado con spirito democratico e infelice, vado pieno di dubbi: so quanto è difficile trovar casa alla democrazia, quanto sia fastidioso tenersela in casa e mantenerla a proprie spese. Democrazia è discussione, scontro, incontro e decisione, roba da perderci un sacco di energie e di tempo. A Pesaro vedrò cosa intendono i Democratici per democrazia.

Mi ha molto colpito nei giorni passati una frase del senatore Brutti, Democratico e di Sinistra. Alla conclusione del voto sul cosiddetto ingresso dell'Italia in guerra, notando che un considerevole nucleo dei “suoi”, aveva votato in modo difforme, ha proclamato: è necessaria una seria discussione. Come no. Ma non vi sembra un po' strano che si aspetti a discutere dopo un voto e non lo si faccia prima? Che democrazia è quella del prima votiamo e poi discutiamo? Mica mi piace tanto 'sta roba qui, non vi sembra un po' imperfetta come formula democratica? Cos'è, non avevano tempo per farlo, non avevano voglia, non avevano metodo?

Mi piacerebbe vederlo l'elenco delle discussioni della sinistra democratica, e constatare quanto siano state serie e quanto democratiche. Mi piacerebbe sapere quando è stata l'ultima volta che il partito che già fu di Gramsci ha discusso seriamente e democraticamente qualche cosa, anche un pochino meno importante e drammatica di una guerra. A quale epoca fare capo per trovarne traccia. Forse al tempo del centralismo democratico: magari in dieci, ma allora probabilmente discutevano democraticamente.

La verità è che, in questo paese almeno, un partito non è il posto più adatto per la democrazia. Forse perché la democrazia non è il modo più adatto di governare, forse perché ce ne sono altri più proficui, produttivi e all'altezza dell'oggi? Forse, discutiamone. E' possibile farlo democraticamente? Non lo so, vado a Pesaro a vederlo.

Ci vado partendo da Genova. A Genova, tanto per dire, a cura dell'ambito molto ristretto dell'altissima dirigenza, è stato condotto un sondaggio tra il demos, il popolo, sul candidato a sindaco più gradito nel caso non si ricandidasse il sindaco Pericu. I risultati non sono stati resi noti, nemmeno all'interno del partito. Perché? Ma perché il sondaggio ha dato il verdetto sbagliato, ovvero non quello gradito ai committenti, che evidentemente hanno progetti meno popolari ma più intelligenti al riguardo. Mica è detto che il popolo la indovini sempre, no?

In effetti, un modo, postmoderno, per esercitare la democrazia può essere, in alternativa all'abolizione del voto, quello di moltiplicarlo e reiterarlo fino a quando non si ottenga il risultato giusto, il verdetto desiderato. Non vado a Pesaro con lo spirito adatto per stare a sentire anche questa. Ma nessuno la dirà. Oh, no.

Come sarebbe bello però tornare a Genova e poter dire: sono stato a casa della democrazia, ho visto discutere, dividersi, unirsi, decidere su guerra e pace, governo e opposizione, passato e futuro, diritti e doveri, essere e avere. Sarei invidiato da tutti quelli, poveretti, che non hanno potuto venirci.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 16/11/2001

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