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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX - 17/11/2001

La prima volta dello zio Piero

Eccomi dunque a Pesaro, nella casa della Democrazia di Sinistra. Ci sono arrivato nel migliore dei modi, viaggiando nel cuore ubertoso del Paese, sotto la vastità azzurra splendente del cielo di tramontana, attraverso il rosso bandiera dei boschi finalmente autunnali, la selvatica morbidità delle terre bruciate dai prativi arati. Trevi, Spoleto, Foligno, Gualdo Tadino, il dolce centro d'Italia, Piero della Francesca.

A Pesaro, perso nella vastità disadorna dell'operosa periferia terziaria e avanzata, neo centro del centro del Paese, mi indica come posso dirigermi finalmente a sinistra un giovane studente di teologia di una qualche federazione diessina emiliana. Piazzato in mezzo allo stradone, il ragazzo, tuta termica, radiotelefono e cellulare, è un vero credente, un sicuro efficiente, un sincero tollerante.

Per una frazione di secondo vedo scintillargli nello sguardo il sole dell'avvenire, per un attimo mi sovrasta il dubbio di essermi appena imbattuto in ciò che di meglio rimane dell'antica fede.

Il Palas della suprema assise è un vuoto compito, discreto, appartato. Ci saranno tremila persone e l'atmosfera è quella della sala d'aspetto di una quieta stazione di provincia. Non c'è attesa, non c'è emozione, non c'è fermento, niente di quello che potrebbe indicare uno scomposto esercizio della democrazia. Del resto la democrazia c'è stata tutta prima: il segretario viene eletto tre minuti esatti dopo l'inizio dei lavori. Per acclamazione certificante; da certi sguardi persi nel niente mi rendo conto che qualcuno manco se ne è accorto. Inciampo nella delegazione ligure; i miei compaesani tendono a stare uniti quando sono in gita all'estero e li trovo sorridenti, compatti e cordiali come se li avessi incontrati per caso nel bel mezzo della piazza Rossa. O di piazza Cataluna. Bè, che vi resta da fare?, chiedo al senatore del mio collegio. Dibattito, scontro, ideali da verificare, linea politica, basta, avete già scelto l'uomo e con lui tutto quanto. Mi date un passaggio per casa? L'onorevole è assorto, alle sua spalle un bisagnino di franco pensiero e sincera parlata mi avverte: Ci sarebbe domenica...Domenica che? Domenica è dopodomani. Sì, ma c'è ancora da votare. Già, domenica è il giorno del presidente, il giorno del convitato Massimo di pietra D'Alema. Un filo di gelida suspence mi vibra nel filo della schiena.

Intanto il neo segretario svolge la sua dovuta relazione. Ha l'aria e il tono dello zio che ha visto abbastanza mondo per rimanere scapolo, e adesso che è tornato in famiglia propone ai nipoti la versione edulcorata e educativa di quello che ha incontrato per strada. I nipoti si concentrano sulla sua riportata piuttosto sbarazzina, la cosa più affascinante che ha portato con sé.

In contemplazione rapita della cocuzza scopro il delegato più giovane del congresso che, incredibile, viene proprio dalla Spezia, che è la città più vecchia d'Italia. Ha vent'anni, è intellettuale e piacente. Gli strizzo l'occhio: sei qui per cuccare, eh? Mi guarda allibito. Come peccato mortale ha in programma di fermarsi a cena sulla via del ritorno in una locanda padana consigliata dal Gambero Rosso. Già, ed è un fervente fassiniano.

A parte lui, l'età media qui dentro è tale che per partorire il sol dell'avvenire ci vorrebbe l'inseminazione eterogama. “Erano troppo giovani sia D'Alema che Veltroni”, considerano pensosi due delegati autorevolmente attempati

Ricevo una telefonata. Lontano da qui, stamattina hanno sfilato duecentomila metalmeccanici. Chiedendo democrazia, ovvero di decidere con referendum del loro contratto, come scomodo esercizio democratico imporrebbe. Vista da qui la cosa ha un sinistro aspetto eversivo. E forse lo è davvero.

Terminato il discorso dello zio, il congresso, imitando l'astuta tattica talebana, si scioglie come neve al sole. Accorato, forse sgomento, severo e indomito come l'imam Omar, il compagno Napolitano avverte che i lavori sono appena cominciati. E già finiti, canticchia un delegato che è riuscito a portare con sé, attraverso esaltanti vittorie e dolorose sconfitte, attraverso epoche, quella bella canzone di Sergio Endrigo che continuava così: il cielo non è più con noi...

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 17/11/2001

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