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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX - 18/11/2001

Tramezzini alla riformista

Il tassista che mi riporta al Palas dei Riformisti è un giovane urbinate già tipografo interinale. Nel suo biglietto da visita ha fatto stampare il volto di Federico di Montefeltro, e perché un po' ci assomiglia e perché vuole rimarcare la signorilità del suo mestiere e di se stesso. E' molto interessato al Congresso che gli sta costando una sottile, maligna gastrite. Ah, e perché mai? Lui, rivela al passeggero, è di sinistra, diessino e berlingueriano. “Vede?” mi indica i compiti signori delegati che fanno la fila al metal detector “si sono svegliati democristiani”.

No, si sono svegliati riformisti, e questa mattina nella conca del Palas è tutto un fermento di ipotesi su cosa significhi esserlo riformisti e come farlo il riformismo. Se non altro i delegati non sembrano più dei pazienti sedati e il potente narcotico della relazione ziesca del loro segretario pare che sia stato smaltito durante la notte.

Il congresso oggi è vivace. I vicini di banco discutono tra loro, e nel cielo solcato dai laser del Palas si scontrano opinioni addirittura tra settore e settore; un tripudio di ipotesi e deduzioni, una corroborante ginnastica intellettuale. Un partito di tutti i riformisti e di tutto il riformismo, si augura dal podio Petruccioli, interpretando in chiave orgiastica il riformismo, nonostante le esortazioni alla cautela dell'Organizzazione mondiale della Sanità impegnata nella lotta all'Aids.

Se mi è avanzato un minutino vorrei occuparmi della questione sociale, si ricorda all'ultimo momento Valdo Spini, il cui riformismo è all'opposto esageratamente schizzinoso. Vago per la platea orecchiando e chiedendo: nel corso degli scami lavori congressuali il riformismo si è saldamente radicato nella generalità del partito senza distinzione di sesso, censo ed età.

Scopro addirittura che gli stati maggiori della Sinistra Giovanile, i ragazzi del partito, si sono pronunciati in schiacciante maggioranza per la mozione Fassino. A mio modo di vedere questo è il maggiore dei problemi che dovrebbero angustiare i Democratici di Sinistra: non si può essere fassiniani in età inferiore a quarant'anni. Nemmeno se lo zio fosse l'ultimo dei Giusti, se non altro per una questione ormonale.

E poi prende la parola Berlinguer e il congresso si riversa berlingueriano in massa. Riformista sì, ma con cuore, sento sussurrare alle mie spalle. Il fatto è che Berlinguer dice qualcosa, e non lo dice solo a se stesso e alla futura segreteria del suo partito. Cerca nelle facce della sua gente l'accordo e il disaccordo, evitando più che può il banale, le didascalie, l'acqua calda.

E' notevole constatare come questo vecchio sia così poco conforme; il riformismo nelle sue sentite parole assume l'aspetto di un'affascinante avventura. Da un punto di vista puramente sportivo, la sua vittoria su Fassino è schiacciante: in fatto di applausi non c'è paragone, fischi rockettari dalle tribune, chiamate alla scena. Ancora alle mie spalle sento qualcuno che piange piano piano. Il solito bisagnino maligna: si è preparato la claque. Sarà vero, ma ho l'impressione che al Palas le idee, giuste o sbagliate, ma avercele a riferirle con decisione, sia piuttosto apprezzato. Data la scarsità. E questo genere di apprezzamento non è in un partito un brutto segno.

Dissolto oltre il sipario Berlinguer nella nuvola del suo candore, di qua il congresso si arremba agli schienali e riposa. Sul palco all'esercizio di riformismo si alterna quello, altrettanto salvifico, dell'autocritica. Non c'è dirigente che non abbia sbagliato, anche se a essere onesti un po' meno degli altri, e che adesso non abbia capito di aver sbagliato. Siccome ha capito, giura che non sbaglierà più. Non c'è dirigente che non sia convinto che l'atto di dolore gli salverà l'anima e il posto.

Il trofeo dell'autocritica spetta senz'altro a Folena. Non ne ha imbroccata una giusta in vita sua ma la sua foga autocritica è tale da averlo potuto far sopravvivere agevolmente anche alla rivoluzione culturale cinese. Sopravviverà senz'altro al Palas. Salgo sull'orrido buffet e mi flagello anch'io. Lo faccio con un tramezzino all'antrace e maionese che deglutisco assieme all'onorevole e gentiluomo Speciale. Ci intratteniamo sui grandi temi dell'assise, ma non faccio in tempo a rivolgere ispirato gli occhi al cielo che lo ritrovo allacciato a una bionda che di così qui non se ne era ancora viste.

Gli anziani del partito sanno ancora valutare e discemere; per il resto l'interesse generale è ora rivolto a quanti voti prenderà D'Alema, unico candidato presidente. Un voto in più o in meno rispetto al conto delle mozioni avrà il potere di aprire baratri o innalzare piramidi. E' la parte più malinconica e insensata di questo congresso. L'uomo che già fu Imperatore della Galassia e tuttora non dispera, forse per il voto in più, parla di pace, pace, pace. Pace nel partito e nell'universo intero. I suoi presieduti applaudono a lungo, finché a un cenno della presidenza, disciplinatamente si tacciono. Intorno a me non si odono echi di pianti né echi di gioie. L'orrido bar si gremisce, la tavola rotonda sulla condizione della donna nel mondo oppresso stenta a partire nel disinteresse globale dei maschi: ora che è stata presa Kabul, la signora afghana sul palco non risulta loro così interessante come era stato lecito prevedere.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 18/11/2001

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