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MAURIZIO MAGGIANI

La pietas ci salva dalla sanità assediata

Sabato scorso mi sono ammalato, molto ammalato per come l'ho vista io dal mio pozzo di sofferenza. Ed oggi eccomi qua, sano e salvo, ragionevolmente fuori pericolo se non proprio fresco come una rosa. A salvarmi e a guarirmi è stata la medicina, sono stati i medici, naturalmente, ma non solo, non abbastanza. A risparmiarmi da ciò che forse è la parte peggiore della malattia, l'abbruttimento, la disperante privazione dell'io e a garantirmi una veloce evoluzione al meglio, è stata la pietas. Ecco, voglio essere preciso: non la pietà, la pietas. La virtù che non è cristiana ma latina, e di conseguenza anche cattolica, ma non necessariamente. La pietas che canta Virgilio, quella roba che fa sì che Enea, con tutto quello che ha da fare per salvare se stesso e ciò che rimane della sua vita dalla distruzione di Troia, carichi il vecchio, inutile padre Anchise sulle spalle per portarlo in salvo con sé. Pietas è dunque farsi carico, e perché occorra pietas è necessario che intorno ci sia distruzione e abbandono. Non poter fare conto su un piano di evacuazione sicuro, ma solo sulle pulsioni amorevoli.

Adesso vi descrivo la pietas applicata al sottoscritto preda nel primo mattino di forti convulsioni febbrili. Ha la forza sufficiente di fare un'unica telefonata, ma non compone il numero breve del 118, bensì il più complicato di sua sorella. Sa, il sottoscritto, che sarà lei, comunque lei, ad arrivare per prima. A lei non deve spiegare sintomi che nemmeno riesce a descrivere, a lei basterà il tono della sua voce. Infatti è da lui in un minuto e sarà lei a chiamare il soccorso istituzionale.

Il quale tarda mentre il fratello sta perdendo rapidamente conoscenza: ma l'istituzione non è lì per Anchise, è lì per migliaia di anonimi necessitanti di aiuto, e le sue priorità sono stabilite da tabelle e contingenze che prescindono da ciò che accade a Maggiani. Così la sorella chiama ancora una volta il 118 e questa volta lo fa piangendo. Sincere lacrime di dolore: pietas. L'istituzione riconosce la natura di quel pianto -l'istituzione è piena zeppa di umani che rimangono tali spesso contro le stesse direttive supreme- e si precipita. Quando dispone al capezzale del malato le sue attrezzature di primo intervento, il sottoscritto è già al centro di un sacro recinto di pura pietas formato dalla sorella, dalla Stefi che fa il medico del lavoro adatta al prontissimo intervento, dalla Mirka che da valente maestra di scuola sa come trattare con bambini in grave crisi -in quel momento il sottoscritto non è niente di più di un bambino gravemente in crisi-. E da due amici medici che da due lontane parti d'Italia si stanno prodigando in tele soccorso. C'è un intero network che nel giro di un quarto d'ora si è caricato sulle spalle il vecchio Anchise. Un network assolutamente estraneo al sistema istituzionale, che è lì, proprio per scongiurare che l'istituzione si impadronisca dell'amato paziente. Perché per ciascuno di noi, con le nostre conoscenze e sensibilità sociali, con le nostre esperienze e specialità, l'istituzione sanitaria assomiglia troppo al Destino. Il pronto soccorso al Lazzaretto, il medico di guardia al Cerusico. L'ospedale nel week end all'estrazione del lotto del sabato sera. E Mirka sa che neppure il più volenteroso degli infermieri si prodigherà a frizionare con compresse di alcool inguine e ascelle del febbricitante, e Stefi sa che neppure il più umano dei capi sala è certo che accorrerà a tranquillizzare il paziente negli incubi del sonno farmacologicamente indotto, né si soffermerà a consolarlo nel suo lago di urina e sudore. Forse non ci saranno neppure lenzuola per il cambio, forse neppure coperte per l'incessante tremore. Chissà. Chi può dire cosa è certo di ciò che il protocollo certifica? La pietas non ha protocolli, la pietas è farsi carico di una persona amata e proteggerla dalla desolazione dell'incertezza e della solitudine, proteggerla dal destino. Occorre una buona dose di sfiducia nelle istituzioni per esercitare appieno la pietas, occorre percepire la realtà come un'imminente minaccia, occorre una mentalità da fine della gloriosa città di Troia.

Non è stato sempre così. Ciascuna delle persone al mio capezzale e io stesso abbiamo per non poco tempo sperato di costruire un mondo dove la pietas non dovesse essere l'esercizio civico delle nostre esistenze, ma una pratica intima riservata alle emergenze dell'anima assai più che a quelle del corpo. Abbiamo pensato di aver costruito realtà adatte alla salute e alla dignità dei nostri corpi, istituzioni sensibili alla qualità delle nostre vite a cui affidarci serenamente. Abbiamo ciascuno di noi acquisito la certezza di non esserci riusciti. Anche se per un poco ci è sembrato di sì.

Naturalmente sono un uomo più che fortunato; non tutti hanno la grazia di tanti amici e tanto pietosi, ma sono anche un uomo vinto. La pietas è forse l'unica virtù positiva di questo paese, l'unico rimedio alle sue maledette disgrazie, ma è appunto la virtù di Enea, la virtù dei vinti. So che altrove nel mondo, in luoghi cristianissimi, la pietas è inapplicata per carenza di circostanze. Luoghi forse meno ricchi di dolcezza, ma abbondanti di giustizia ed equità, di rassicuranti certezze. E so pure di cristianissimi paesi dove non c'è né pietas né altro, ma solo assicurazioni sanitarie e ineluttabili destini. Quello che so è che mi piacerebbe vivere a casa mia, ma la mia felicità sarebbe poter vedere anche dal giaciglio del malato le splendide mura di Troia ancora non violate dal proditorio inganno di Ulisse.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 17/04/2005

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