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MAURIZIO MAGGIANI

La democrazia che ci basta

Su uno dei più spettacolari crinali dell'Appennino tra Liguria e Toscana da ormai vent'anni è posato un grande monumento, un'architettura di steli e gradini al cospetto di un vasto orizzonte. In quel luogo si è combattuta una grande battaglia della guerra partigiana e quel monumento è stato eretto dalle associazioni partigiane per ricordarla e per farla ricordare. Sono stati necessari molti anni di sacrifici perché quell'opera fosse portata a compimento.


Alla fine parve ai partigiani di essere ripagati con qualcosa che sarebbe durata in eterno. Ogni anno nel giorno della ricorrenza, chi tra loro è ancora in vita e in grado di fare una non breve camminata in montagna dà vita a una cerimonia memoriale, assieme a qualche politico della zona e poche altre persone. Anno dopo anno sempre di meno, sempre più malinconicamente soli nella grandezza del paesaggio e della storia che ancora vorrebbero testimoniare. Per il resto dell’anno quel monumento è lì, nudo e vuoto, incapace di parlare di sé e di ciò che significa ai pochi escursionisti, per lo più stranieri, che transitano per l’Alta Via. Qualcuno si ferma e incide un graffito: un nome, due nomi, una data…

A suo tempo ho combattuto e perso una dura battaglia su quel monumento. Ho cercato di convincere i partigiani che i monumenti sono destinati per loro stessa natura a degradarsi e a lentamente polverizzare, assieme alla loro materia fredda e inerte,, la loro ragione. La storia, invece, perché rimanga viva e feconda, ha bisogno d’altro che di marmo; necessita appunto di materia viva, fi una costante e vivida manutenzione della memoria, di plastico, ininterrotto movimento del pensiero. Proposi loro a quel tempo di costruire al posto del monumento un rifugio, una piccola casa dove chi passava di lì per le sue spensierate gite, poteva ripararsi dalla pioggia o dalla notte, trovare calore e luce; fermarsi a riposare nel luogo dove un’altra generazione di uomini aveva duramente combattuto per la loro libertà. Magari trovare accanto alle coperte che li avrebbero scaldati qualche libro che avrebbero, se avessero voluto, potuto leggere potuto per capire qualcosa di quel posto, di quegli uomini, di quella storia che non doveva essere dimenticata. Questo secondo me avrebbero dovuto fare i partigiani: offrire qualcosa di utile e buono alla vita, un segno tangibile di quanto di utile e buono avevano fatto su quelle montagne.

Ecco, io non vado pazzo per i monumenti. E delle ricorrenze detesto la retorica marmorea delle ritualità. Né condivido l’ottimismo di tutte quelle brave persone che affidano alle date celebrative le loro speranze circa il ripristino delle ragioni della storia. E sono sempre più convinto che la manutenzione della memoria abbia bisogno di buone e utili azioni. E se il 25 Aprile è una data fondamentale, sacra, della nostra storia, la sua celebrazione è un fatto secondario.. La cosa più importante, e più giusta e necessaria e impellente, è la manutenzione del 25 Aprile. La manutenzione della Liberazione, la manutenzione della Democrazia. Vorrei proporre a tutte le persone per bene, a tutti i sinceri democratici, a tutti quelli che, in perfetta buona fede, saluteranno il giorno della Liberazione come il giorno dell’inizio di una storia che dura fin qui e che si augurano non debba finire mai, di usare proficuamente la giornata di domani per fare un po’ di manutenzione del proprio spirito democratico. Proporrei degli esercizi spirituali, se me lo permettete. Gli esercizi spirituali, i credenti lo sanno, consistono nel rispondere in coscienza a delle domande. Eccole.

Quanto di quell’idea e di quella pratica di libertà e democrazia che vogliamo sia nata la radiosa primavera di sessant’anni fa è oggi viva e operante in questo paese che con naturalezza chiamiamo democratico?

Di quanta democrazia ci sappiamo accontentare oggi?

Riusciamo a descrivere, senza starci a pensare troppo su, che cosa per noi è parte essenziale della democrazia? Senza dimenticare qualcosa che, a pensarci davvero bene, ci siamo lasciati portar via o abbiamo pigramente lasciato andare?

Siamo sicuri che l’esercizio democratico si esaurisca nell’andare a votare, fosse anche un giorno sì e uno no?

Se democrazia è controllo popolare dei poteri, quanto dei poteri possiamo davvero controllare, quanto vogliamo e sappiamo controllare? Quale effettiva possibilità di accesso hanno i comuni cittadini alle istanze e alle cariche della politica? Quanta possibilità di partecipazione effettiva?

Se democrazia è informazione, perché senza informazione non esiste possibilità di controllo e partecipazione alle scelte, quanto informazione abbiamo a disposizione per scegliere e decidere?

E poi, i partiti nati dalla liberazione per formare lo spazio di partecipazione di massa alla politica sono ancora di massa? Sono ancora i luoghi elettivi della partecipazione popolare alla democrazia? E ancora, sono i cittadini che candidano i loro rappresentanti o invece una classe politica formata per la conquista e il mantenimento del potere politico che candida i suoi uomini? Diamo un’occhiata gli uomini che abbiamo appena eletto, quanti di loro sono frutto del fluido, costante e libero ricambio dell’accesso alla politica? Cari concittadini, a sessant’anni dal lieto evento proviamo a costruire almeno nelle nostre coscienze invece di un monumento, un rifugio in cui possa riposare, riscaldarsi e nutrirsi la ragazza che quel 25 Aprile si è messa in cammino e che ancora non vede la fine della sua strada.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 24/04/2005

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