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MAURIZIO MAGGIANI

Ma il Kosovo “liberato” non ringrazia D'Alema

Non sono particolarmente portato ad essere generoso con il personale politico del mio Paese, e sono preda di una patologica tirchieria quando si tratta di riservargli un qualche elogio. Non so se è per atavica contadina diffidenza, se è per invidia o un poco più nobile spirito di accorta vigilanza. Sta di fatto che sono ben pochi gli uomini politici a cui mi senta di riservare plauso o addirittura ammirazione.

Tra questi pochi brilla una stella della cui luce mi compiaccio senza riserva alcuna, e per pratica onesta di verità voglio dirlo e spiegarlo pubblicamente, senza vergogna e ritrosia. Si tratta del nostro ex primo ministro, presidente e leader del maggiore partito della sinistra, onorevole Massimo D'Alema.

Di lui ammiro la lucidità, la ferma costanza di idee, l'implacabile pratica della verità, e soprattutto la rarissima virtù di aver saputo darsi un progetto politico e di quello nutrirsi e in nome di quello perseverare nella buona e nella cattiva sorte.

Il progetto politico dell'onorevole D'Alema è assieme rigoroso e limpido, semplice e efficacemente riassumibile in due parole: Massimo D'Alema. Pur seguendo con pignolesca attenzione la sua azione politica non ho mai, anche nella più modesta e periferica occasione, potuto avvertire un'ombra di incertezza nella sua marcia verso la realizzazione di se stesso come obiettivo strategico della storia politica dell'Italia, compimento dell'estenuante viaggio delle masse popolari verso il potere democraticamente conquistato e saldamente mantenuto.

Nella sua intervista di venerdì alla Repubblica, l'onorevole D'Alema ha deciso di spingersi arditamente avanti nel compimento dell'impresa D'Alema. Nell'argomentare la sua posizione sul tema cruciale dell'import-export mondiale della democrazia e sui metodi di tale nobilissimo commercio, egli si è contemporaneamente candidato e aggiudicato il posto di ministro degli Esteri nel futuro prossimo governo della sinistra. Chi se non lui potrà ricoprire tale incarico, essendo egli l'unico in grado di esprimersi con chiarezza nuda e ferma sul tema fondamentale delle relazioni internazionali nell'epoca delle guerre per la democrazia globale? Chi altri può vantare quel cristallino cinismo necessario ad accreditarsi presso il centro di comando delle relazioni tra gli Stati del mondo? Chi oggi, e anche domani, ha nella compagine di centrosinistra la forza morale di ribadire una volta per tutte che la guerra non è altro che la pace condotta sotto più opportune spoglie? Del resto, già al tempo della crisi del governo Prodi e del conseguente e gravoso suo incarico a primo ministro, fu chiaro come non gli ripugnasse la netta coscienza di essere colui che si sarebbe accreditato al sospettoso sguardo dell'amministrazione americana come l'uomo di Stato in grado di condurre e portare a compimento la guerra del Kosovo. Così come è stato.

Ci fosse in altri tanta coerenza, e tanto virile sprezzo per le stolide paralizzanti mediazioni con quel volgo residuale che si nutre di un'inetta idea del mondo e della politica fatta di slogan patetici, marcette sportive, t-shirt colorate. Ci fosse in altri tanta lucida coscienza del proprio valore e del dovere di preservarlo dalle pressioni degli imbelli.

In un quadro di tanto nitore ho solo alcuni marginali dubbi, che in cambio della mia stima l'onorevole D'Alema potrebbe sciogliere per me. D'accordo, mi è chiaro: l'affermazione del modello democratico a livello globale può ben essere il compito storico dell'Occidente in questa temperie epocale. Ammetto: nessun prezzo è troppo salato per un progetto di tale portata. Ma: il fatto che a sei anni dalla guerra umanitaria del Kosovo quel Paese sia civilmente invivibile, non sia in grado di auto-amministrarsi in nessun modo se non nella gestione del traffico di armi, di droga e di donne, che tutte le funzioni pubbliche siano gestite e assistite dal personale Onu e Nato, che il primario disegno di quella guerra - la convivenza pacifica delle etnie - sia fallito miseramente e sanguinosamente, a cosa è dovuto? Forse al fatto che il Kosovo è stato un prototipo sfortunato?

Ma: il fatto che a quattro anni ormai dalla guerra di Afghanistan, il Paese sia spartito tra signori della guerra e baldi nuclei di talebani, che sia di nuovo in auge tutto ciò che di rivoltante alle nostre coscienze democratiche riguarda l'amministrazione della legge, il traffico di oppio e il trattamento delle donne, tanto per cominciare, che le elezioni democratiche abbiano portato a parlamento e amministrazione ridicolmente inefficienti, è dovuto forse a problemi di messa a punto del prototipo numero 2? O forse è fisiologico che il trionfo futuro della democrazia transiti per un oggi orrendamente crudele, al pari delle terapie d'urto che, forse, guariscono dai cancri terminali?

Ma: il fatto che in Iraq le molte truppe della pace non siano in grado di difendere la popolazione, e spesso neppure se stesse, dal quotidiano massacro che è il frutto più maturo oggi a disposizione di chi ha sperato nella libertà dalla tirannia, è forse dovuto a qualche imperfezione nella catena di montaggio della pace mondiale? Oppure è nell'ordine delle cose che così debba essere in una fase di transizione? Quanto è lunga questa fase? Sono forse stati calcolati dai centri di comando tempo e costi umani? Così, tanto per avere idea se dobbiamo chiedere a un Paese liberato il sacrificio di una generazione, di due, di tre.
E chiedo: chi tra noi italiani sarebbe disposto a immaginare il 25 aprile, la liberazione del Paese, come l'inizio di una storia simile a quella che si sta vivendo in Iraq, in Afghanistan, in Kosovo? E chiedo: l'Africa è per caso compresa o non lo è nel piano di democrazia planetaria? Perché non mi risulta che l'onorevole D'Alema - né alcuno dei suoi colleghi statisti, peraltro - si sia incatenato alle porte della Casa Bianca perché il Paese Guida intervenisse per porre fine al più tragico genocidio di questa epoca, in Uganda, o per fermare la guerra del Congo o di Sierra Leone. Perché nessuno tra i Paesi portatori di libertà e umanità ha mosso o sta muovendo i suoi eserciti per dare pace e democrazia in Sudan, in Liberia, in Costa D'Avorio, in Togo? Perché nessuno ha intenzione di farlo? Perché l'export di democrazia, di pace e giustizia, nonché di benessere, in Africa è chiacchiera avvilente e disgustosa, massima vergogna del nero - e non candido - segretario generale dell'Onu? Il quale Onu, sul terreno a lui elettivo, ha collezionato una tale messe di sconfitte da farmi chiedere da quali informazioni riservate i nostri statisti passati, presenti e futuri traggono tanta fiducia. Ma voglio che sia chiaro: sono solo interrogativi secondari, frutto di quella invidia e diffidente albagia che non mi fa gustare appieno lo splendore dell'astro.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX - 08/05/2005

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