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MAURIZIO MAGGIANI

IL SECOLO XIX - 13/12/2001

Vi spiego perché digiunerò anch'io

Non sono cattolico, del cristianesimo ho la genetica di una cultura bimillenaria, e solo quello temo. Non sono un papista, il mondo e la realtà in cui mi piacerebbe vivere non sono quelli che prefigura Giovanni Paolo II. Detesta le forme vuote della ritualità liturgica, l'imbiancamento dei sepolcri, l'ipocrisia della carità pelosa, il pentimento che sfugge al risarcimento; rifuggo da gesto che è compiuto solo perché non costa nulla compierlo, da quello così facile e innocuo da poter piacere a tutti. Cionondimeno domani farò anch'io il mio digiuno, così come mi ha invitato a fare questo Papa.

Perché ne ho bisogno di questo giorno di digiuno. Sento l'intima necessità, una necessità morale così pressante da essere divenuta anche bisogno fisico, di dare corpo e immagine, di rendere visibile e tangibile, il mio disagio, il mio dolore, il mio rifiuto.

Il disagio di un uomo che ha tutto ciò che può per sé desiderare, e vede che questo privilegio – un privilegio che alla sincera coscienza di un cristiano, allo stesso modo che a quella di un musulmano, alla coscienza di Luigi Einaudi, come a quella di Bakunin, appare terribile e mostruoso quando è goduto come naturale diritto – non sa trasformarsi in strumento di giustizia per i suoi simili, in capitale a disposizione per la loro vita.

Solo chi ha privilegi, e sa mantenerli, oggi può considerarsi salvo, al riparo da un momento della storia sommamente ingiusto. E il dolore di chi non vede intorno a sé, ovunque volga lo sguardo sul mondo che abita, notizie di giustizia duratura, ma solo immagini di rozze parvenze di giustizia che intercalano l'eterna pervicacia umana nell'esercizio di vendetta: la duratura vendetta che possono garantirsi i privilegiati, l'effimera, masochista, vendetta che è consentita ai disperati.

E il rifiuto; il rifiuto del principio che la mia debolezza e la debolezza del sistema a cui appartengo siano ragionevoli, insindacabili, ineluttabili. Chi ha il privilegio di appartenere al sistema dominante, chi si elenca tra i giusti, non ha diritto ad attenuanti, né ha scusanti.

Digiunerò dunque per dare forma e immagine a un malessere profondo che non è semplicemente civile, a una frustrazione non superficialmente politica. E siccome non digiunerò nelle piazze o nei teatri, sarà a me che il digiuno parlerà. Non risolverà nessuno dei problemi che io non ho ancora saputo risolvere, nessuna delle tragedie che non ho saputo impedire, non mi salverà la coscienza e men che meno l'anima; sarà un semplice atto di igiene spirituale, un atto di pulizia interiore, un gesto della coscienza fatto di un etto di pane e un litro di acqua. Un giorno in cui non potrò assopire i miei pensieri sotto la coltre dei grassi e degli zuccheri.

E non me ne importa niente se digiuneranno assieme ai giusti anche i malvagi, ai sinceri gli ipocriti: non sto andando a un corteo, non sto aderendo a un partito, non mi sto battezzando a una fede. Per i credenti il digiuno è preghiera e alle loro preghiere i credenti sono soliti associare un'intenzione: non si prega mai solo per se stessi.

Bene, allora ecco la mia intenzione per la preghiera di domani: digiunerò per i 23 mila nuovi homeless di New York. 23 mila uomini e donne che dopo l'11 settembre hanno perso tutto e ora vivono per strada. Vittime del terrorismo prima e vittime poi del loro presidente, la cui giustizia duratura ha stanziato cento miliardi di euro per sostenere le grandi compagnie sue grandi elettrici e non un euro per quei suoi comuni cittadini che non godono del privilegio di sfuggire alle sante, ineluttabili leggi del mercato.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 13/12/2001

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