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MAURIZIO MAGGIANI

Un sabato di pausa. Ma senza riflettere

Sabato di pausa.

Pausa di riflessione.

No, perlamordiddio, no, niente riflessione, pausa e basta. Se ci metti dentro la riflessione questa giornata sarà di lavoro durissimo. Ho diritto o no a una giornata di pausa vera? Una pausa nel mentre della quale la mente e l’anima riposano, avendo esse gli stessi diritti del corpo a riprendere forza, a ricrearsi e rigenerarsi? E poi il mio corpo non è affatto così stanco come la mia mente. La mia mente è a pezzi, il mio corpo resiste; in questi ultimi tempi nessuno ha cercato di prendermi a mazzate in testa, ma di mazzolarmi “dentro” la testa, oh, quello sì che ci hanno provato in parecchi. La pausa di riflessione andava bene in altre epoche, quando il corpo dei più faticava e sudava e si consumava in dure ore. Allora il pastore si accomodava su una pietra e si prendeva la sua pausa di riflessione contemplando il cielo stellato, l’operaio andava in piazza e rifletteva assieme ai suoi compagni appoggiato pigramente al muro della Società di mutuo soccorso inondato dal sole dell’ultimo pomeriggio. Riflessioni oneste e sane nel dì di vigilia, al tempo che solo ieri l’altro si è concluso del Paese dei villaggi e di Leopardi.

“Questo di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia”:

diman tristezza e noia

recheran l’ore, ed al travaglio usato

ciascuno in suo pensier farà ritorno”.

Che strano stare qui a pensare se è decente oltreché possibile prendersi un giorno di vacanza mentale.

Va bene, oggi ho il diritto – e pure il dovere, se il dovere è ancora una parola della lingua italiana corrente – di non parlare e di non scrivere di elezioni, e è una conquista non da poco,. Ma ecco, mi pongo con consueta lena al deschetto – oggi, correttamente desk – a pensare al tema dell’articolo che dovrò scrivere per il dì di festa, e questi sono i primi pensieri che salgono su dalla cisterna colma di tutto ciò che in questi giorni è piovuto.

I ragazzi di Asti che se ne stanno l’ beati ed eccitati a filmare con i loro telefonini dai loro genitori presumibilmente perché sono proprio dei bravi figlioli, l’agonia di una donna precipitata in strada. Forse quei ragazzini hanno appena scritto un bel tema pieno di sentimento sulla tragica morte del povero Tommaso. Angioletti cresciuti nell’esperienza, virtuale, quotidiana, che non c’è spettacolo senza un bel po’ di morti ammazzati e dunque non c’è morte che non sia uno spettacolo.

Ancora un attentato a Baghdad, ancora una settantina di morti. Come di consueto, come tutti gli altri giorni. Ma chi proteggono le decine di migliaia di soldati della Santa Alleanza, le centinaia di migliaia di soldati che hanno addestrato? Se Stessi? Sono lì a cercare di rimanere vivi fino alla fine della ferma, o a costruire un Paese di pace e sicurezza nella democrazia? Cosa stanno pensando della propria vita gli iracheni? Ce l’hanno una vita quelli che dovrebbero andare a lavorare tutte le mattine, quelli che vorrebbero andare a pregare, quelli che dovrebbero andare a scuola, nell’idea che dovrebbe trattarsi di una cosa normale?

C’è stata una partita di calcio, campionato di serie C, questa settimana a La Spezia. In occasione di questa partita sono state chiuse le scuole, gli esercizi pubblici, bloccate le strade di accesso alla città, mobilitare le forze dell’ordine di cielo e di terra e di mare. Con quello che è costata alla comunità quella partita si sarebbero potute fare un sacco di cose interessanti e forse anche più divertenti, oltreché più utili. Questo dimostra quanto sia generosa la comunità con chi, me compreso, ama spassarsela con lo spettacolo calcistico. Come è ripagata questa generosità? L’unica cosa che mi viene in mente è che la squadra di calcio cittadina, di qualunque città, sia il partito politico di maggioranza, senza cui nessuno può governare. Dunque la comunità paga per tenersi buono un partito?

No, se mi metto a riflettere anche oggi non avrò un solo minuto di pausa, non un attimo di tregua. E allora prendo e me ne vado via. Via dal desk, via dalla riflessione, via dalla responsabilità. Codardo e imbelle me ne vado a spasso tra i vapori leggeri e dolci di questa primavera tardiva. E ho trovato qualcosa che voglio regalarvi. Un’immagine, un momento di pura, folle magia. Non vale niente, ma è il mio dono a chi, come me, oggi vuole la sua pausa.

Una valletta segreta, lontana, verde di orti e bianca della fioritura dell’aglio selvatico, sulla crosa che da Coronata porta a Borzoli. Tutti intorno il Ponente, le macerie del Ponente, i traffici del Ponente, le contraddizioni del Ponente, ma lì solo primavera, dolcezza, quieto crescere, lenti rumori. Una casa isolata a mezza collina, un’aia murata di pietra. Una finestra aperta, la voce di una bambina che canta. Una voce sottile che vibra in alte armoniche.:

“E se ho sbagliato un giorno ti giuro che

Ho pagata cara la verità

Io ti chiedo scusa e lo sai perché

Quel che ho fatto a te non lo farò

Mai più

Nessuno mi giudicare nemmeno tu

La verità mi fa male, lo so”.

Una canzone di quarant’anni fa. Non so come possa essere arrivata fin lì, a quella bambina, in questa valle tra questi orti. Pura, dolcissima follia.

Senonché oggi, mi pare che sia proprio oggi, Caterina Caselli, che ho sentito cantare quella canzone in una balera dell’Appennino nell’anno 1968, il Casco d’Oro, compie sessant’anni. Forse che quella bambina piccina picciò sia venuta a saperlo?


Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 09/04/2006



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