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MAURIZIO MAGGIANI

Lasciatemi sognare (poi voto anch’io)

L’ultima volta che sono stato a una manifestazione politica è stato nel ’96, proprio dieci anni or sono. Allora fui invitato, assieme a una non proprio allegra brigata di intellettuali, artisti e letterati, a dire la mia ai dirigenti dell’Ulivo sul loro programma che li avrebbe visti di lì a poco vincitori alle elezioni. Siccome nessun politico mi aveva mai chiesto niente, ci sono andato, nell’eccitante cornice romana del teatro Eliseo, pieno di curiosità e attese. Non avevo lezioni da dare a nessuno, ma avevo qualcosa da dire; qualcosa circa i miei bisogni di elettore potenzialmente di sinistra.

La mia prima necessità era quella di avere un paesaggio. Sì, avete capito bene, non l’abolizione dell’Ici, ma un paesaggio. Un paesaggio dove trovarmi a mio agio, dove avere una casa, dove sentirmi abbastanza al sicuro per poter affrontare le incertezze della vita con spirito ottimista, abbastanza ampio per poterci camminare senza annoiarmi troppo e senza perdere la buona abitudine a guardare più avanti del primo angolo; un paesaggio popolato di gente con cui relazionarmi pacificamente ma con sincerità, con le sue belle querce della libertà e i suoi alberi del Giudizio, ma senza alberi della cuccagna né orti né miracoli. Un paesaggio attendibile, verosimile nei suoi tratti essenziali per non potermi perdere, ma non finito e rifinito, in modo da avere la possibilità di coltivarlo anch’io, di metterci del mio qua e là, preparare nuovi spazi per quelli che sarebbero venuti dopo di me a coltivarlo.

Fui molto applaudito, forse era sembrata una performance letteraria. Il fatto è che di quel paesaggio nessuno di quei dirigenti se ne occupò, probabilmente non capirono nemmeno cosa volessi dire con quella immagine. L’Ulivo vinse le elezioni, ma tutto si può dire tranne che usò il tempo del suo governo per rispondere alla mia singolarissima necessità.

Il paesaggio che io chiedevo non è soltanto un programma di governo, è un progetto, un’idea, un disegno, appunto, una coreografia dello spirito. Una carta geografica verosimile del mondo come vorremmo che fosse, come vorremmo poter costruire, dove le nostre attese e le nostre speranze e le nostre istanze etiche possano trovare casa. Da cosa viene questo mio impellente bisogno di paesaggio? In una situazione normale, in una consolidata realtà, ai politici si chiede solo un programma di governo e la dimostrazione che sappiano realizzarlo. Ma gli anni Novanta non erano un momento di tranquilla vita democratica di un tranquillo Paese. Ve lo ricordate? Non lo erano nemmeno gli ultimi anni Ottanta; ricordate anche quelli? E non mi pare che lo siano stati nemmeno questi ultimi anni. Quante incertezze, quante tensioni, quante transizioni in questi ultimi vent’anni, dove mi è parso di galleggiare in una sospensione di gas lattiginoso, a volte tossico, a volte stordente.

E’ capitato altere volte e non solo in questo Paese. Tempi di transizione e di confusione, tempi di crisi, tempi in cui è necessario ridisegnare il paesaggio in cui stare ridefinire una realtà complessiva per trasformare la crisi in progresso p in regresso. E’ in ragione del paesaggio che ha saputo tratteggiare che J.F. Kennedy ha vinto contro Nixon, è per la stessa ragione che Hitler ha vinto le elezioni, che le ha vinte la signora Thatcher e le ha vinte Zapatero.

E’ per questa ragione, ne sono sicuro, che il cavalier Berlusconi non è stato sconfitto. Lui un paesaggio lo ha saputo disegnare, la sinistra no. La sinistra non ha saputo o non ha voluto occuparsi di questo bisogno apparentemente così poco concreto, a giudizio di qualcuno dei suoi dirigenti addirittura fatuo. Posso pensare che non ne abbia avuto neppure i mezzi intellettuali per concepirlo. Ma Berlusconi sì.

E’ un paesaggio che non mi piace, per la mia coscienza civica inquietante; dove la ricchezza sono due telefonini pro capite e non una scuola eccellente e la città è un assemblaggio di case di proprietà e non una comunità organica fatta di individualità solidali, ma è l’unico paesaggio che è stato offerto agli elettori, e ai più deboli, ai più confusi, ai più bisognosi di certezze tra loro. E’ stato votato da molti è per questo, molti che non appartengono ai ceti e ai gruppi direttamente interessati in solido alle sue politiche; è stato votato anche da chi ci ha sofferto delle sue politiche. E’ stato votato per adesione al suo fantastico paesaggio.

Ho una grande stima del professor Prodi, ma il suo buon senso, la sua onestà intellettuale, la sua stessa figura così come si propone, non bastano a costruire e offrire un grande paesaggio. Non in Paese in crisi non solo economica, ma morale e intellettuale, non in un Paese di tensioni e conflitti irrisolti, dove la placida bonomia appare del tutto fuori luogo, e non certo lo strumento più idoneo a una architetto di paesaggi.

Ho votato Prodi, ma per il solito, vecchio, frustrante motivo: perché non ho avuto alternativa. E il paesaggio dove poter vivere è ancora un bisogno irrisolto dopo la sua vittoria.


Maurizio Maggiani – IL SECOO XIX – 16/04/2006



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